Turchia - Parchi giochi e interviste: la repressione del sultano Erdogan

Cittadino finito ai domiciliari, poi in carcere per aver criticato la politica economica del governo. L’appello del figlio: arrestato per aver espresso “il proprio pensiero”, liberatelo “il prima possibile”. Nel mirino un parco giochi di Istanbul

Un deputato dell’opposizione ha sollevato la questione in Parlamento, la società civile si interroga sulle libertà e i diritti mentre per attivisti e ong è la conferma di un trend crescente di repressione e intimidazione. La vicenda di un uomo posto agli arresti domiciliari, poi rinchiuso in prigione per aver criticato in un'intervista tv l’operato del governo e del partito di maggioranza Akp in tema di economia getta un’ombra ancora più cupa sulla Turchia nazionalismo e islam del sultano Recep Tayyip Erdogan. 

Nei giorni scorsi Huseyin Kacmaz, parlamentare dell’Hdp, si è rivolto al vice-presidente della Camera, chiedendo se sia oggi prassi consolidata “indagare e arrestare” quanti criticano l’operato dell’Akp e del suo presidente, e capo dello Stato, Erdogan. I fatti sono avvenuti il 24 ottobre scorso nella città di Adalia, nel sud-ovest del Paese, dove un cittadino di nome ?smail Demirbas è finito nei guai dopo una delle tante interviste (nella foto) raccolte per la strada da una emittente televisiva. 

Kaçmaz spiega: “Dopo aver espresso dubbi legittimi sull’operato del governo nell’intervista di strada, il 49enne [...] è stato prelevato dalla polizia e messo sotto custodia. In seguito a una prima procedura, egli è finito agli arresti domiciliari. Per aver criticato il governo una seconda volta, egli è stato arrestato” e condotto in carcere. La vicenda, prosegue il deputato, è una palese violazione dell’articolo 26 della Costituzione, il quale prevede che tutti hanno il “diritto di esprimere e diffondere il proprio pensiero attraverso discorsi, scritti o rappresentazioni” senza per questo incorrere negli strali delle autorità. 

Interpellato da Gazete Duvar Melih Demirbas, figlio dell’arrestato, difende il padre che “non ha commesso nulla di male. Egli sta solo soffrendo, e pagando molto per aver espresso le proprie opinioni [...] purtroppo, nel Paese in cui viviamo, le persone vengono incarcerate per aver manifestato il proprio pensiero. Voglio che mio padre sia liberato il prima possibile”. 

Secondo le ultime stime, i magistrati turchi avrebbero indagato fino a 100mila cittadini per presunte critiche all’operato di Erdogan e del governo. Di queste, oltre 30mila sono finite a processo.

L’arresto di avvocati, attivisti, sospetti “gulenisti” e semplici cittadini non è un evento raro oggi in Turchia, dove numerosi legali hanno promosso lo sciopero della fame per protesta contro violazioni e abusi. A fine agosto ha fatto scalpore la morte di Ebru Timitik, in prima fila nella lotta per i diritti umani, condannata per una (presunta) appartenenza a un'organizzazione criminale. La donna è deceduta per il progressivo peggioramento della salute, minata da quasi 250 giorni senza cibo.

In questo quadro di repressioni e abusi sistematici si inserisce la controversia sorta attorno ai lavori di rifacimento di un parco giochi (Foto 2) di Kucukcekmece, distretto di Istanbul. A conclusione dell’opera, effettuata dalla municipalità locale, le autorità statali hanno aperto un’inchiesta perché i simboli nel terreno ricordavano quelli del Pkk, il Partito curdo dei lavoratori dichiarato fuorilegge nel Paese e il cui leader Ocalan è da anni in carcere. Il parco intitolato ad Ataturk, per ordine della magistratura, è stato chiuso al pubblico e i simboli eliminati in tutta fretta. Il pubblico ministero ha aperto un’inchiesta per identificare i responsabili dei lavori e chi ha approvato il progetto per eventuali “legami con il terrorismo”. Il partito repubblicano Che, che controlla la municipalità, ha pubblicato una nota di “scuse” per il risultato finale dell’opera, modificata in tutta fretta.

Fonte: asianews.it

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Articolo pubblicato il 16/11/2020