Stato di Diritto e Politica Europea

Polonia e Ungheria fra solidarietà e resistenza

E’ notizia di questi giorni che l’Unione europea si trova nuovamente con le spalle al muro a causa della sua invadente presunzione di essere depositaria della democrazia. Evento non previsto ma prevedibile, dato che l’UE ha un concetto piuttosto ambiguo di quell’espressione, concetto derivato da decenni di visuale oligarchica.

In sostanza, è successo che i rappresentanti di due stati (“staterelli” direbbero certi europeisti), vale a dire la Polonia e l’Ungheria, hanno posto il veto sull’approvazione del bilancio UE per il 2021-2027 -che notoriamente deve essere votato all’unanimità- dal momento che l’Unione subordinava l’erogazione dei fondi europei per fronteggiare l’emergenza Covid al rispetto del cosiddetto “stato di diritto” che in quei due paesi, secondo la visione dei paesi  europei “democratici”, è stato fortemente compromesso.

La cosa ha scatenato l’isteria degli altri governanti dell’Unione e degli europeisti professionali che hanno minacciato cataclismi politici, economici, istituzionali al cui paragone la cosiddetta pandemia da Covid è un venticello fresco. Come sempre, i più astiosi contro la posizione dei due stati ribelli sono stati i paesi che vengono definiti -o si autodefiniscono- “virtuosi” sia sotto l’aspetto economico che politico e capeggiati dall’Olanda, paese notoriamente intransigente su tutto, compresa la propria calvinistica presunzione.

Ora, che in Polonia e in Ungheria si siano registrate alcune digressioni dalla linea ufficiale che circoscrive lo stato di diritto è fuor di dubbio: non saremo certo noi, rispettosi dei capisaldi dello stato liberale, a negarlo. Tuttavia queste digressioni vanno esaminate con un po’ di attenzione e -come dicono gli acculturati- contestualizzate.

Intanto definire lo stato di diritto è cosa improba. Sono almeno due secoli che la filosofia politica ci prova con risultati tutt’altro che definitivi se si eccettua un certo diffuso consenso sulla tradizione del rule of law da cui discende l’intera tipologia dei diritti individuali e delle regole istituzionali concernenti i poteri dello stato. Ogni grande paese occidentale di tradizione liberale ha comunque declinato l’idea dello stato di diritto secondo i propri gusti e le proprie convenienze: dire che la democrazia americana è uguale a quella italiana è chiaramente sintomo di poca raffinatezza intellettuale. Di conseguenza stabilire che in due nazioni europee l’evanescente modello dello stato di diritto è stato stravolto appare perlomeno azzardato.

La seconda considerazione è che la Polonia e l’Ungheria sono paesi i cui governanti sono stati democraticamente eletti dai rispettivi popoli con maggioranze solide e consapevoli, per cui si ritiene che le posizioni assunte dai loro rappresentanti in sede UE rispecchino quelle della maggior parte dei rappresentati. E questa è vera democrazia.

Per quanto riguarda le presunte violazioni dello stato di diritto in Polonia e Ungheria, esse attengono a temi come l’indipendenza della magistratura, il diritto di aborto, la libertà di azione delle ONG, la gestione del fenomeno immigratorio che però, ad avviso di molti, rientrano nella sfera di autodeterminazione di ogni singolo paese e sono pertanto difficilmente sindacabili da organi extrastatuali o, addirittura, da altri stati. Se poi si ritiene che l‘UE possa determinare i contenuti delle politiche fondamentali dei paesi membri e non solo di quelle economiche, allora è l’Unione stessa a diventare un qualcosa di profondamente antidemocratico, un ente che viola le stesse regole che vorrebbe esaltare se è vero che  -fra tanti altri- esse prevedono anche il diritto all’autodeterminazione e alla sovranità.

Qui non si tratta di definire e imporre norme attinenti alla vita economica dei popoli, cosa prevista e permessa dai trattati europei, ma anche regole attinenti alla struttura e ai rapporti delle istituzioni nazionali e alla convivenza civile e morale di quei popoli. Cosa che invece non è consentita a meno che non ci si ispiri a quel principio dell’ “esportazione della democrazia” che tante critiche sollevò in passato contro la politica estera degli Stati Uniti.

Che poi l’iniziativa contro Polonia e Ungheria -che da battaglia politico-economica si è trasformata in battaglia culturale- provenga da alcuni paesi che, al loro interno, hanno eliminato o compresso i più elementari diritti civili costituzionalmente garantiti con l’occasione della epidemia di Covid appare veramente singolare.

Non vogliamo tornare sugli sfregi sostanziali e procedurali alla Costituzione operati dal governo italiano in questi ultimi mesi, stigmatizzati da illustri giuristi e, molto più modestamente, anche da noi in precedenti articoli. Ci limitiamo però ad evidenziare la comicità più o meno involontaria di chi accusa l’Ungheria di aver ridotto l’autonomia della magistratura, accusa proveniente proprio da chi, come la politica italiana, l’ha “palamarizzata” da molti anni, e dove, sempre da molti anni, è avvenuto anche l’inverso, e cioè una plateale invasione di campo da parte della magistratura stessa nei confronti delle istituzioni pubbliche e, più in generale, nei confronti della politica (Mani Pulite e Berlusconi docent); e infine vale ancora la pena di sottolineare l’espropriazione delle prerogative del parlamento da parte dell’esecutivo Conte. Tutto questo alla faccia della separazione dei poteri e dello stato costituzionale.

Non è chiaro fino a che punto abbiano ragione la Polonia e l’Ungheria, ma non si può fare a meno di ammirare la loro capacità di resistenza nei confronti di un potere sovranazionale che vuole prevaricarle usando non la legittima procedura prevista dal TFUE all’art. 7, che prevede la sospensione dei diritti di appartenenza per quegli stati che si pongano fuori o contro i principi fondanti dell’Unione, ma attraverso l’evidente ricatto di non concedere aiuti finanziari se, per caso, si ravvisi una ipotetica violazione dello stato di diritto (con tutti i dubbi che tale espressione comporta) in quei paesi. Cosa in palese contrasto con la normativa europea e, quindi, costituente aperta violazione di quello stato di diritto che vorrebbe essere l’UE.

Un’ultima considerazione. E se l’Unione europea, con questa presa di posizione ispirata e voluta dai suoi soci di maggioranza con teutonica arroganza, avesse solo dimostrato per l’ennesima volta la sua incapacità di comprendere la natura e le esigenze dei suoi popoli “minori”, la loro cultura, la loro storia, la loro peculiarità politica e istituzionale, la loro psicologia collettiva? Polonia e Ungheria -ma forse tutti i popoli dell’Est- sono nazioni che nei secoli hanno subito incredibili soprusi da parte dei potenti stati confinanti e forse proprio per questo hanno sviluppato un forte senso della propria individualità e dei propri diritti, e anche un forte spirito di resistenza verso chi, oggi come allora, vuole prevaricarli in nome di principi astratti e lontani, e in parte incomprensibili.

Non aver capito questo, assieme a molte altre cose, non depone a favore di una Europa che predica gentilmente  solidarietà ma -per parafrasare Theodore Roosevelt- tiene sempre un grosso bastone dietro la schiena.

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Articolo pubblicato il 18/11/2020