Un’analisi di Henry Kissinger: le mani dei totalitarismi sull’Occidente Di Luca Della Torre

Henry Kissinger è ancor oggi un mostro sacro delle relazioni internazionali e degli studi accademici: freddo e disincantato conoscitore della dottrina e della prassi delle scienze politiche e del diritto internazionale, è stato il più influente ed autorevole consigliere di politica estera negli ultimi cinquant’anni dei Presidenti USA, fossero essi repubblicani o democratici.

 

E’ stato lo spregiudicato artefice – durante la Presidenza Nixon nei primi anni ’70 – dell’apertura delle relazioni internazionali con il regime della Cina comunista di Mao Zedong, in un periodo storico in cui la minaccia militare dell’aggressione comunista russa all’Europa non era un mero esercizio di stile per gli strateghi della NATO, ma un reale angosciante pericolo per le libertà politiche, culturali e religiose di un Occidente ancora saldamente ancorato ai valori della fede e della verità cristiana. Kissinger conosce dunque bene la Cina, per avere iniziato la politica di détente dell’Occidente nei suoi confronti.

 

Intervistato dal quotidiano conservatore tedesco Die Welt, il politologo americano ha rilasciato una serie di inquietanti riflessioni sul pericoloso piano inclinato in cui USA ed UE si sono posti nei confronti della sempre più aggressiva politica estera cinese, oramai quasi pronta – in virtù della forza economica acquisita – a proclamare il suo piano ideologico di aggressione politica e militare all’Occidente.

 

Vale la pena riflettere con ponderata attenzione sulle parole di Henry Kissinger, la cui intervista in Italia è passata sotto silenzio: nulla di cui stupirsi, stante il degradato quadro italico della politica di bassissimo profilo che anima le diatribe da “serve di cortile” (come avrebbe scritto il miglior Indro Montanelli) tra una abborracciata sfilacciata maggioranza di governo ed una destra incapace di formulare un progetto di governance vincente perché  fondato su saldi solidi principii culturali e metapolitici.

 

Proprio da questo punto parte la riflessione del celebre docente universitario conservatore repubblicano che ha ispirato le grandi scelte dei governi USA in campo di politica estera: la capacità di ogni governo, e di ogni Presidente, di saper ricomporre un’unità politica interna, un amore dei cittadini per la propria nazione, oltre le lacerazionie frammentazioni sociali campanilistiche che – in Italia in particolare – non fanno altro che favorire i processi di disgregazione della sicurezza nazionale e di aggressione esterna, politica, economica e pure militare da parte di potenze autocratiche e totalitarie. Ed infatti le riflessioni sul futuro politico internazionale dell’Occidente di Henry Kissinger non possono che partire dalla questione di cruciale importanza data dalle relazioni con la Cina.

 

L’enorme crescita economica della Cina – secondo un modello politico spurio dato dal connubio tra sistema di mercato capitalista e guida politica comunista – provoca un cambiamento negli equilibri di potere del mondo sempre più riconosciuto come dato di fatto pericolosissimo dagli analisti e diplomatici internazionali.

 

La differenza ideologica tra Occidente e Cina, tra Occidente e Russia di Putin, tra Occidente e brutali autocrazie islamiche è in futuro – a dispetto degli ingenui utopisti cantori della democrazia globalizzata – il problema dei problemi.

 

Afferma Kissinger che il conflitto ideologico già in atto in forma larvata nelle Cancellerie internazionali, nei negoziati sui più importanti trattati di diritto internazionale in materia di commercio, lavoro, diritti umani, sicurezza, armi batteriologiche, chimiche e nucleari è esattamente la misura della precisa volontà del regime comunista di Pechino di affermare la propria  alterità, la propria unilateralità, la propria supremazia sul sistema dello stato di diritto, della Rule of Law occidentale. Come afferma Kissinger «la crescita delle capacità economiche e militari cinesi è una cosa, ma è in atto anche un consistente cambiamento nella natura di queste capacità».

 

Ciò significa che il durissimo confronto diplomatico commerciale tra USA, Regno Unito, Francia, India, e Cina in ordine alla gestione negoziale del commercio in materia di piattaforme informatiche di comunicazione di altissimo livello hi-tech mira proprio ad evitare che la Cina sia in grado di introdurre nei Paesi occidentali tecnologie in grado di infiltrarsi nei sistemi di sicurezza, di intelligence, di gestione delle forze armate, delle commodities, le industrie strategiche delle materie prime, con il chiaro scopo di minare la sovranità e l’indipendenza dei principali Paesi europei ed americani.

 

L’analisi dell’illustre politologo USA conferma autorevolmente esattamente quanto già anticipammo sulle pagine di Corrispondenza Romana riguardo il cambio della guardia al vertice della Presidenza USA tra Donald Trump e Joe Biden. Il grossolano ed emozionale entusiasmo per la vittoria di Biden manifestato dai vertici della politica e dei mass-media liberal e laicisti in Europa si dimostra una chiave di lettura quanto mai distorta e puerile in quanto ignora del tutto i gravi conflitti strategici e ideologici che l’Occidente dovrà affrontare per contenere le volente ambizioni dei regimi totalitari di matrice comunista e teocratica islamica che Trump aveva opportunamente posto al centro dei suoi obiettivi di politica estera, come rimarcato da Kissinger.

 

Afferma infatti Kissinger: «sarebbe un grave errore per l’Europa adesso festeggiare, come se un cambiamento alla presidenza degli Stati Uniti potesse ribaltare tutto quello che ha reso insoddisfatti gli europei». Il ruolo della NATO ritorna quindi ad essere necessario non solo come “gestore di crisi” quanto come vero e proprio baluardo armato in una potenziale “guerra giusta” in difesa dei valori di una civiltà basata sulle libertà ed i diritti fondamentali della persona umana contro la violenza di regimi ispirati da ideologie di deriva postmarxista o deliri teocratici islamisti.

 

Prova provata delle lucide riflessioni di Kissinger viene dal recentissimo rapporto dei Servizi Segreti italiani, AISE ed AISI, che attraverso il Copasir, il Comitato parlamentare che fa da raccordo tra i servizi di intelligence e potere legislativo, denunziatoil 5 novembre come la Cina stia mettendo letteralmente le mani sulle industrie e le tecnologie di interesse nazionale, mettendo a rischio la sovranità del Paese. In quattro anni gli investimenti cinesi in Italia, nei settori strategici per la sicurezza nazionale si sono decuplicati, da 573 milioni di € a 5 miliardi di €: reti energetiche, tecnologiche, telematiche, sono nelle mani delle politiche dei piani quinquennali del regime comunista che eterodirige gli investimenti delle imprese private cinesi.

 

Tutto ciò con buona pace per i dilettanti della politica estera italiana, che alla Farnesina non sanno cogliere le trappole insite nella politica dei trattati bilaterali rispetto a quelli multilaterali privilegiata dalla Cina di Xi Jinping. E peggio ancora, con buona pace per la sciagurata politica diplomatica della Santa Sede, che si ostina a vezzeggiare la diplomazia di Pechino ignorando le centinaia di migliaia di essere umani cinesi che ogni anno vengono massacrati dal criminale regime comunista nei campi di concentramento Laogai, in quanto dissidenti politici che reclamano la libertà come a Hong Kong, o perché membri di minoranze religiose o etniche perseguitate, o ancora a causa delle politiche omicide della legislazione sul figlio unico che tuttora produce i suoi nefasti effetti. 

 

Fonte: Corrispondenza Romana

 

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Articolo pubblicato il 19/11/2020