Cavalieri Dal Buio Alla Luce

Di Francesco Cordero di Pamparato (Settima Puntata)

Fase Terza: Bivi nella Vita

 

7 - Le Due Pedine

 

Armand era un cavaliere di ventura che, sovente, veniva a prestare i suoi servigi al Duca di Bretagna. Era un uomo forte e leale. Aveva fatto la Crociata. Conosceva la guerra. Aveva i suoi ideali di onore, ma le stragi delle battaglie gli procuravano un profondo disgusto. Tuttavia, ormai da vent’anni quella era la sua vita, nel bene e nel male.

Era stato con l’esercito imperiale, a combattere i sassoni. Ora, giunta la cattiva stagione, le truppe si ritiravano negli accampamenti invernali. Lui tornava alla corte di Bretagna.

Nel nord l’inverno è rigido. La neve ricopre la campagna, come un sudario mortale. Il cavaliere faticava a trovare cibo per sé e per il suo cavallo. Erano molti giorni che vagava. Sia lui che il cavallo, erano stanchi e denutriti. Una sera, verso il tramonto, vide in distanza un casolare. Era una povera cascina, ultimo resto di un piccolo villaggio. Si vedeva del fumo uscire da un camino. Armand si diresse in quella direzione.

Venne ad aprirgli un uomo, provato più dalla fatica che dagli anni. Quando lo vide, il contadino non nascose un senso di disagio, che l’uomo d’armi non avvertì. Forse, perché stava chiedendo ospitalità

“Brav’ uomo, in nome delle leggi dell’ospitalità, ti chiedo asilo. Mi chiamo Armand, sono un cavaliere. Sono stato Crociato. Ho combattuto contro i sassoni. Ora sto andando al castello del Duca di Bretagna, mio e tuo signore. Dà riparo, per la notte a me e al mio cavallo. Ti pagherò bene”.

L’uomo lo guardò in silenzio, si fece da parte e lo fece entrare. Si trovò in uno stanzone, che era tutto. Stalla, cucina, stanza da pranzo, giaciglio. In quel locale buio si mischiavano odori di uomo, di cibo, di stalla e di muschio. Di tanto in tanto, mucche e capre facevano sentire la loro presenza. In un angolo, due bambini dormivano, in mezzo alla paglia.

“Vivete soli in questa cascina?” Domandò il guerriero.

“Mia moglie è morta un mese fa”.

“Brutta cosa è la morte. Io ho visto morire in battaglia i miei cugini, fatti a pezzi dagli infedeli, alla Crociata. Poi tanti di quegli amici, che faccio fatica a ricordare il nome di tutti. Però non so dirti la gioia che provammo quando, dopo lunga e sanguinosa battaglia, prendemmo Gerusalemme. Finalmente il Santo Sepolcro era di nuovo in mani cristiane! Vuoi che ti racconti la storia della guerra in Terrasanta? Così la potrai raccontare ai tuoi bambini, domani”.

L’uomo alzò gli occhi e lo guardò torvo. Finalmente, Armand capì di non piacergli. Ma qual era il motivo di quell’antipatia? Intrusione in un lutto recente, diffidenza, paura? Ostilità verso di lui in quanto tale o in quanto cavaliere? Stette un momento a riflettere.

Entrando non aveva pensato le conseguenze che avrebbe causato l’inserirsi nella vita di un altro. La fame e la stanchezza non aiutano a riflettere. Ma quell’uomo era un contadino, e i contadini non amavano i cavalieri. Forse, pensò con orrore, la moglie era stata uccisa proprio da un soldato, magari durante un saccheggio. Forse, il poveretto aveva accettato di dargli ospitalità solo per paura. Non correva il rischio che poi lo uccidesse nel sonno? Bisognava chiarire questo punto.

“Amico, io sono entrato in casa tua chiedendo ospitalità. Mi accorgo che non ti sono gradito. Dimmi, ho fatto o detto qualcosa di offensivo? Sono venuto a turbare il tuo lutto o invece è che non ami i cavalieri in generale? Poi dimmi, come ti chiami?”.

L’uomo lo guardò con uno sguardo diverso. Ora mostrava più stupore che ostilità.

“Mi chiamo Gaspard. Mia moglie è morta di malattia. Tu non mi hai offeso, cavaliere. Sono i tuoi simili che non piacciono né a me, né agli altri contadini. Vi vediamo passare, sui vostri cavalli di guerra. Superbi e arroganti ci guardate dall’alto al basso. Non ci considerate uomini come voi. Noi, siamo solo servi della gleba. Siamo condannati a spaccarci la schiena, per tutta la vita, a menare un’esistenza grama, mentre voi ve la spassate nei castelli. Siamo poveri e indifesi. I tuoi pari, ogni tanto saccheggiano i villaggi e violentano le donne. Ci sentiamo trattati alla stregua delle nostre bestie. Come potremmo non esservi ostili?”.

“Amico, purtroppo c’è del vero in quello che dici, ma c’è anche qualcosa che non puoi sapere. Noi passiamo la vita a batterci, a rischiare la pelle. Molti di noi sono morti, per difendere i villaggi dalle scorrerie di nemici. Il nostro tono arrogante, a volte, ce lo diamo per infonderci coraggio. Noi viviamo di guerra. In guerra moriamo, senza guerre siamo morti. Non credere poi che la vita nei castelli sia tanto bella. Questa casa è molto più calda e meno umida delle sale di pietra del castello”.

Gaspard lo guardò pensoso.

“Tutto quello che vuoi, ma voi avete il potere e la forza. La sera, nei castelli, i bardi rallegrano le vostre ore. Se qualcuno vi fa un torto, potete difendervi. Noi, siamo alla mercé sia degli amici che dei nemici. Le vostre donne sono al sicuro nei castelli. Per le nostre non c’è pietà, in caso di saccheggio”.

“Gaspard, noi abbiamo forza, non potere. Ma abbiamo forza solo finché siamo giovani e sani. Quando le forze ci abbandonano, oppure veniamo feriti, siamo più esposti all’altrui mercé e alla vendetta di quanto non lo siate voi. Nessuno prende le difese di un cavaliere vecchio o ferito. Molti attendono quel momento per vendicarsi di torti patiti o presunti.

Possiamo difenderci dalle ingiurie, solo se ce le fa un nostro pari. Se chi ci offende è un feudatario, dobbiamo chinare la testa. Altrimenti, siamo messi al bando. Nei castelli ce la spassiamo con belle dame. Siamo rallegrati dal canto dei bardi.

Le nostre donne sono tali, sino a che siamo al castello. Appena partiamo, sono di un altro. I bardi ci detestano. Usciamo dai castelli e chi incontriamo? Contadini comunque ostili, o nemici con cui batterci. Tu, hai una casa. Non sarà un castello, ma hai un punto fisso, dove passare tutta la vita. Io quando non sono in un Castello, che in ogni caso non è mio, passo le notti all’addiaccio o in una tenda di un accampamento militare. Non ho un punto fisso”.

“Si cavaliere, ma tu stesso hai detto una cosa vera. Io sono condannato a vivere tutta la mia vita, in questa casa. Se voglio cambiare villaggio non mi è concesso. Così come non mi è concesso, diventare cavaliere o diacono, se pure lo volessi”.

“Nemmeno io, ho scelto di diventare cavaliere. Mio padre era conte. Aveva tre figli. Il primo ha ereditato tutto. Io dovetti diventare cavaliere, il terzo monaco. La mia vita è e sarà sempre nient’altro, che un continuo vagare, di corte in corte. A te, non è concesso cambiare villaggio, a me, non è concesso fermarmi in un posto. Metto la mai spada al servizio ora di un feudatario ora di un altro.

Nei periodi di pace, nessuno mi vuole. Sovente, faccio fatica a trovare da mangiare e da dormire. In quei momenti, mi tocca quasi mendicare ospitalità. Evito solo il castello di mio fratello. Mi rattrista vedere quei luoghi, dove fui felice e che ho perso per sempre”.

“Tu non sei sottoposto al rischio di subire la furia di un saccheggio, di vedere uccidere o violentare persone che ti sono care, di essere depredato di tutto ciò che hai”. 

“Non posso essere depredato. Non ho nulla, tranne il cavallo e le armi. Una volta mi furono rubate, mentre dormivo, da contadini di un villaggio ostile. Non avrò subito la furia di un saccheggio, ma quella di tante battaglie sì. Ho rischiato di morire per salvare dei villaggi dal saccheggio. Ho visto morire massacrati amici e parenti. Per di più, in alcune occasioni, mi trovo a combattere al fianco di altri cavalieri di ventura. A volte me li trovo avversari. È molto brutto doversi battere contro delle persone, che ti sono state amiche. A volte doverle uccidere, per non essere ucciso”.

Gaspard lo guardò con aria corrucciata: “Ma, insomma, lo capisci che la mia è una condanna per la vita?”

“La mia è una condanna per la morte”.

Il contadino stava incominciando ad adirarsi.

“Non vorrai, forse, farmi credere che la tua vita è più grama della mia?”.

“No. Ma, dal nostro dialogo, mi pare di capire che, sia tu che io, siamo due piccoli elementi di un grande ordine. Un ordine, che affida a ciascuno un ruolo con dei precisi doveri. Ed è un ruolo da cui non possiamo sottrarci”.

“Cavaliere, il tuo parlare non mi è molto chiaro”.

“Intendo dire, che viviamo in un mondo, in cui qualcuno ha già scelto per noi. Io, sono condannato a fare il cavaliere, che mi piaccia o non mi piaccia. Tu, sei condannato a fare il contadino. Tutti e due abbiamo una vita difficile. La cosa che, però la rende più dura, per entrambi, è che la viviamo come una condanna. Questo perché non facciamo una vita che ci siamo scelti, ma che abbiamo dovuto accettare, in quanto piccole pedine di questo grande ordine di cui ti parlavo”.

“Incomincio a capirti, Armand. C’è del vero, in quel che dici. Ma, a cosa può servirci il saperlo? Pensi che possa aiutarci a vivere meglio? E se sì come?”.

“Ci può aiutare, a sopportare meglio la nostra condizione. A non viverla come una condanna, ma come una realtà, a cui non possiamo sfuggire. Inoltre, può aiutarci a capirci meglio e a rispettarci a vicenda”.

Gaspard lo guardò fisso:

“Vuoi dire che tu non mi disprezzi, come fanno i tuoi pari?”.

“Non ho mai disprezzato i contadini. Ho sempre avvertito la loro ostilità. Questo mi ha sempre impedito di avere un rapporto amichevole con voi. Così, come l’atteggiamento altero dei miei pari, ha generato l’odio, che tu provi per noi. Non importa chi ha incominciato. L’importante è capire che abbiamo bisogno gli uni degli altri”.

“Non avrei mai immaginato di poter aver un dialogo sincero con un cavaliere. È vero che noi vi odiamo, perché vi temiamo. Non abbiamo mai riflettuto sul fatto che molte volte i nostri villaggi sono stati salvati dal vostro intervento. Però, parlando, possiamo comprendere le rispettive esigenze”.

“Anche voi, siete indispensabili per noi. Se voi non coltivaste i campi, non ci sarebbe cibo, nemmeno per noi. Come vedi, siamo due pedine complementari, di un grande ordine. Voi, provvedete a fornire il cibo anche per noi. Noi, a difendere il territorio, sia per noi che per voi”.

“Ma chi ha creato questo grande ordine? È stato l’Imperatore o è opera Divina? Non sarà per caso opera di magia?”.

“Di certo, non è opera di magia, ma chi lo abbia creato non lo so. Ho capito solo una cosa, che dobbiamo adeguarci e inserirci in quest’ordine”.

“Cavaliere, dopo questa discussione, ti considero un amico, non più una persona ostile”.

“Anch’io Gaspard, ho perso i pregiudizi, che avevo nei vostri confronti”.

I due uomini si abbracciarono cordialmente, prima di abbandonarsi al sonno. L’indomani, si lasciarono amichevolmente. L’uno sarebbe tornato a scontare la sua condanna a vita. L’altro sarebbe partito verso il castello, le dame e la morte.  

 

Francesco Cordero di Pamparato

Fine settima puntata - Continua

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Articolo pubblicato il 29/11/2020