Cavalieri Dal Buio Alla Luce

Di Francesco Cordero di Pamparato (Ottava Puntata)

8 - Ordine e ordini

 

Molti furono i cavalieri che andarono alla Crociata. Alcuni, a tentare una fortuna, che era stata loro negata, perché non primogeniti. Altri in cerca di avventure diverse dal solito. Altri ancora per fede religiosa.

Tra questi vi era Denis. Figlio di un conte, vassallo del Duca di Bretagna, era arrivato in Terrasanta, dopo la presa di Antiochia e di Gerusalemme. Non era stato tra i primi a tornare. Aveva aspettato che i regni cristiani si formassero. Dopo, aveva deciso di tornare in Francia. Ora, un grande veliero lo stava riportando in patria. Il giovane era rivolto con il pensiero ai suoi cari.

Suo padre non era più giovane. Lo avrebbe aiutato nella gestione del feudo. E come sarebbe stato orgoglioso di un figlio, che aveva combattuto con valore in Terrasanta. Avrebbe sposato la figlia del Marchese Henrì, loro confinante. Non la conosceva molto, ma il matrimonio era stato combinato tra le due famiglie, per motivi di alleanza. Pensava anche agli amici lasciati. Chissà cosa avevano fatto in tutti quegli anni. Non arrivavano notizie dalla Bretagna in Palestina.

La Palestina, anche là si era fatto degli amici, tra i commilitoni. Al momento della sua partenza, i cavalieri rimasti, si stavano organizzando. Si sarebbero spartiti i compiti e stavano nascendo ordini religioso cavallereschi. Gli avevano chiesto di fermarsi. Ma lui non poteva. Doveva tornare al suo feudo, a continuare la dinastia.

C’era anche amor di patria? Non sapeva dirlo neanche lui. Si sentiva legato alla sua terra. Ma perché era sua, di suo padre. Era stata dei suoi avi. Poi aveva giurato fedeltà al Duca. Solo col suo assenso, era partito per la Crociata.

Ora tornava a casa. Era diventato uno dei più forti cavalieri cristiani. Si era battuto tante volte, era stato ferito. Ora, era un vincitore. C’era materia di composizione per i bardi, su quello che aveva compito. Sarebbe stato un braccio forte quello che si accingeva a difendere la sua contea.

La guerra era finita da alcuni anni, quando, in un giorno di primavera, il veliero approdò alle Bocche del Rodano. Nelle locande, ormai non facevano più caso ai cavalieri che tornavano dall’oriente. Per cui, il suo ritorno non fece clamore.

Provò a chiedere notizie sulla Bretagna, gli seppero solo dire che il Duca stava bene e non vi erano state azioni militari di rilievo. Il viaggio fu lungo e non senza avventure. Con la luna nuova giunse alfine in Bretagna.

Fino a quel momento, aveva sempre riposato nelle locande. Questa volta, decise di chiedere asilo al Conte Alain, un suo lontano cugino. L’indomani, avrebbe finalmente raggiunto il suo feudo. Giunto al castello, la sua veste di crociato fu un comodo lasciapassare. Non ne sapeva il motivo, ma qualcosa gli diceva di essere cauto. Rivelò la propria identità solo al Conte. Questi, saputala, impallidì. Lo prese in disparte e gli parlò:

“Denis, hai fatto al Crociata, per cui sei un uomo forte. Sto per darti una terribile notizia. Tuo padre è stato ucciso, il tuo feudo usurpato. Ora è conte Albert. Lui ha sposato la donna, che ti era stata promessa. Se vuoi, puoi rimanere al mio castello, ma dobbiamo inventarti un nome nuovo. Guai, si sapesse che sei tornato. Ucciderebbero anche te”. 

Dolore e rabbia furono i sentimenti del giovane.

“Non è possibile! È un’infamia. Come mai il Duca ha permesso un simile delitto? Andrò a chiedergli soddisfazione, se non me la darà, mi farò giustizia da solo”.

“Figliolo, lo so che è un’infamia. Ma devi agire con circospezione. Se il Duca, uomo giusto, non è intervenuto, ci deve essere sotto qualcosa di grosso. Pensa, Albert ha avuto il titolo direttamente dall’Imperatore. Se c’è lui di mezzo, anche il Duca può poco”.

“Allora cosa mi consigli di fare? Non posso lasciare impunito un tale crimine!”

“È difficile a dirsi, di certo non puoi andare a rivendicare le tue terre. Non vivresti a lungo. Certo il Duca sa cosa è successo, tuttavia potrebbe essere pericoloso anche andare da lui. Ora è tardi ragazzo. Dormi e riposati. La notte porta consiglio”.   

L’indomani Denis aveva deciso. Sarebbe andato a parlare col Duca. Prima però, voleva vedere le sue terre, forse per l’ultima volta. Passò per i villaggi e parlò con i contadini. Di solito diffidenti con i cavalieri, si fidavano di un crociato di passaggio. Tutti rimpiangevano il vecchio signore. Il nuovo era avido e crudele.

Sempre più rattristato, il cavaliere si diresse al grande castello del Duca. Anche questa volta, le insegne da crociato gli aprirono le porte senza difficoltà. Senza difficoltà riuscì ad avere udienza dal potente signore. Questi lo riconobbe, prima ancora che aprisse bocca:

“Denis, sapevo che un giorno saresti arrivato. Immagino il tuo stato d’animo. Purtroppo, non è stata una disgrazia. È stata una cosa terribile e io non sono potuto intervenire”.

“Ma come, Sire, voi che siete un uomo giusto e d’onore avete lasciato impunita una simile infamia! Noi vi abbiamo giurato fedeltà e voi ci avevate promesso protezione! È questo il modo in cui proteggete i vostri vassalli? Io ora chiedo che mi vengano restituite le terre e che l’autore di questo crimine sia punito”.

Ben pochi avevano visto il Duca chinare la testa. Denis fu uno di quelli.

“Mio giovane amico, purtroppo, talvolta anch’io devo sottostare a qualcosa di più grande di me. L’usurpatore è nipote della moglie dell’Imperatore. È lui che ha approvato questo delitto. Io gli ho giurato fedeltà, non posso ribellarmi. L’Imperatore una volta eletto può essere giudicato solo dal Papa. Nessun’altro può opporsi al suo agire. Non è più un uomo come noi. È il simbolo dell’ordine costituito e dell’unità degli stati cristiani. Posso disapprovare l’uomo non contrastare la carica che ricopre”.

“Così non intendete aiutare chi vi ha giurato fedeltà in cambio della protezione?” 

“Posso e voglio proteggerti Denis. Come uomo a cui dare qualcosa, in riparazione del torto subito. Non posso deporre Albert, anche se, ufficialmente, è un mio vassallo. L’Imperatore me lo vieterebbe e farebbe uccidere te. Per di più, come ti ho detto, nessun feudatario o re può opporsi al volere dell’Imperatore. Gli ha giurato fedeltà. È un ordine che è più forte della mia volontà”.

Denis si sentiva impotente. La rabbia stava avendo il sopravvento sul dolore.

“Ho capito, se voglio vendicare la morte di mio padre, dovrò far giustizia da me. Sfiderò Albert a un duello mortale”.

Il Duca scosse la testa.

“Non vuoi capire che non puoi sfidare l’ordine creato dall’Imperatore. Se sfidi Albert, sarà costretto ad accettare, ma tu non arriveresti vivo al duello. O i veleni o un sicario ti fermerebbero prima. Se invece riuscissi ad ucciderlo, verresti messo al bando. Tutti ti darebbero al caccia. Nemmeno io potrei più aiutarti. Rinuncia alla vendetta. Diventa un mio ufficiale della guardia. Il Conte Alain è vecchio e non ha figli. Nel volgere di due o tre anni, ti affiancherò a lui. Tra l’altro è tuo parente, poi erediterai il suo feudo”.

Denis restò muto a riflettere. Era rimasto sconcertato, vedendo l’impotenza di quell’uomo. Tutti lo consideravano una figura leggendaria. Anche lui dimostrava di avere dei limiti. C’era qualcosa che lo rendeva impotente. Non era un uomo. Era una regola ad essere più forte anche del più forte tra gli uomini. Tuttavia, aveva dimostrato che, anche in questa situazione, la sua saggezza e la sua giustizia non erano venute meno.

“Sire, la mia delusione è grande, se penso di dover lasciare questo crimine impunito. Nondimeno, la vostra offerta dimostra la vostra magnanimità. Sono tornato da poco, tutto è cambiato per me. Vi chiedo qualche giorno di tempo per riflettere”.

“Rifletti pure e che la saggezza ti illumini, ragazzo”.

Erano passati tre giorni, e il cavaliere non aveva ancora saputo prendere una decisione. Quando ebbe una notizia che lo illuminò. L’Imperatore aveva bandito un grande torneo, cui avrebbero partecipato nobili e cavalieri. Era l’occasione per potersi battere con Albert, pur rimanendo nell’anonimato. Sicuramente, ci sarebbero stati altri crociati oltre a lui. Probabilmente, sarebbero stati dalla sua parte, dopo il duello.

Il torneo era sempre un grande spettacolo. I grandi padiglioni dei nobili erano variopinti. Le loro insegne sembravano volersi sfidare l’un l’altra. Feudatari e dame erano vestiti riccamente. I bardi guardavano ora loro ora ai cavalieri, in cerca di spunti per i loro canti. I cavalieri esibivano scudi con i simboli più fantastici. Di tanto in tanto, si vedeva qualche cavaliere con il simbolo della rossa croce.

L’Imperatore non era venuto, aveva ordinato al Duca, che pur detestava i tornei, di essere suo vicario.

I contadini erano accorsi anche loro in gran numero. Stavano in piedi, dietro un ampio steccato.

Tre squilli di tromba diedero inizio all’agone. I cavalieri si battevano con grande accanimento. Ogni tanto, qualcuno cadeva malamente nella polvere. Ad un certo punto, un cavaliere, con l’insegna della croce urtò con la lancia le insegne di Albert. Tutti ammutolirono. Nessuno aveva osato sfidarlo. Non che fosse molto forte, anzi, ma la sfida sarebbe stata ritenuta un affronto alla maestà imperiale. Il Duca restò turbato: lui solo sapeva chi era lo sfidante.

Il Conte e il cavaliere si affrontarono. La lancia del crociato colpì di striscio lo scudo del rivale. La punta scivolò sul metallo e andò a trafiggere il feudatario alla gola. Quando cadde a terra, era già morto. Toccò al Duca mandare le guardie a catturare l’uccisore. Questi aveva fatto bene i suoi conti. Scappò dal lato dei contadini. Costoro, non amavano Albert, furono ben lesti a fare disordine, consentendogli di trovare scampo tra gli alberi.

Denis conosceva bene la foresta. Non gli fu difficile far perdere le sue tracce. Ora però, vagava senza meta, tra le grandi querce. Il canto degli uccelli non lo rallegrava più come, quando ragazzo, andava a trovare conforto in quegli stessi luoghi. Aveva compiuto la sua vendetta, sarebbe stato messo al bando. Sarebbe stato bandito da tutte le terre dell’impero. Tutti gli avrebbero dato al caccia, persino gli amici. Aveva sfidato l’ordine creato dall’Imperatore. Lo aveva infranto. Per ristabilirlo avrebbe dovuto pagare con la vita. Vagò tre giorni, senza una meta precisa, nella foresta. Alla sera del terzo, sbucò nella radura dei Dolmen. La conosceva bene; gli avevano anche parlato di una forza misteriosa che emanava da quelle antiche costruzioni. Non ci aveva mai riflettuto molto.

Era stanco, si distese al riparo di uno dei più grandi e si mise a dormire. Sognò la Terrasanta, rivide i posti dove si era distinto in guerra. Vide anche dei cavalieri che venivano verso di lui. Il sogno sovente fa strani scherzi: c’era qualcosa di diverso in quei cavalieri. Lo sentiva, ma nel sonno non riusciva a percepirlo chiaramente. Sembravano volerlo invitare a unirsi a loro.

Si svegliò all’alba. Qualcuno lo stava chiamando per nome. Vide un uomo molto alto, robusto, di carnagione scura, con i capelli crespi. Ci mise un momento a riconoscerlo. Non si vedevano da Gerusalemme. Era Osman, cavaliere musulmano convertito.

“Osman! Tu qui? Pensa, stavo sognando la Palestina. Mi sveglio e vedo te. Cosa fai in Bretagna?”

“Sono venuto in Francia. Per me non c’era più posto in Medio Oriente. Per voi sono un convertito. Per gli arabi un rinnegato. Ora sono al soldo del Duca di Bretagna”.

“Allora sei venuto per farmi prigioniero. Anche tu! Un compagno d’armi! Tutti mi hanno abbandonato. Non mi farò prendere senza difendermi”.

Osman non sorrideva facilmente. Questa volta lo fece.

“Denis, sono qui per aiutarti. Anche il Duca è d’accordo. Non ufficialmente, s’intende. So della tua storia e sono dalla tua parte. Qui tutti siete vincolati da strani giuramenti che si contraddicono. Non dimenticare il giuramento di solidarietà tra noi crociati. Purtroppo, l’Imperatore ti ha bandito, ma tutti sappiamo che hai amici in Terrasanta. Al tramonto, una nave salpa dal porto per la Palestina. Raggiungi la costa. I cavalieri che presidiano quella zona, sono tutti ex crociati, ti aiuteranno a passare. Il Duca manda una lettera a re Baldovino, in cui gli spiega le tue disgrazie. Lui ti proteggerà. Non è sotto la giurisdizione dell’impero. Ora ti devo lasciare. Buona fortuna fratello”.

“Buona fortuna e grazie a te Osman. Porta questo anello con il mio stemma al Duca come segno di ringraziamento. Chiedigli di scusare l’errore che ho commesso. Prenderò la nave come tu mi dici”.

I due si accomiatarono, dopo un triplice abbraccio. Passò del tempo, prima che la nave approdasse in Terrasanta. Una volta sbarcato, Denis comprò un cavallo e si diresse alla volta di Gerusalemme. Sulla via, vide una nuvola di polvere che si avvicinava.

Erano cavalieri. Più si avvicinavano, più gli sembravano quelli del sogno. Erano proprio i cavalieri che aveva sognato e ora vide la differenza. La Croce sugli scudi era rossa, come quella degli altri crociati. Questi però, avevano uno stendardo dipinto d’argento e di nero. Il giovane li guardò perplesso:

“Cavalieri io mi chiamo Denis. Sono stato crociato. Ora sono tornato, per rimanere in Terrasanta. Ditemi, come mai le vostre insegne sono diverse?”

Uno di loro gli si avvicinò.

“Denis, sapevamo che saresti tornato. Noi ora ci chiamiamo cavalieri del Tempio. Non siamo come gli altri crociati. Apparteniamo a uno degli ordini religioso cavallereschi più importanti. Nessuno ha giurisdizione su di noi, tranne il Papa. Benvenuto tra noi”.

Fu così che Denis entrò a far parte dell’ordine dei Templari. 

Francesco Cordero di Pamparato

Fine ottava puntata - Continua

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Articolo pubblicato il 03/12/2020