Arbitro o giocatore?

Qualche interrogativo sul ruolo della presidenza della Repubblica

Proviamo a mettere il piede su un terreno scivoloso e, probabilmente, anche rischioso: quello delle responsabilità del Presidente della Repubblica in merito ad un tema anch'esso rischioso e scivoloso, il MES.

È vero che il Presidente, nella nostra liturgia politica, ricopre un ruolo quasi metafisico: una figura al di sopra di tutto e tutti, impenetrabile, ingiudicabile, inafferrabile nella sua onniscienza e perfezione istituzionali. Nessuno osa contraddirne la parola o l'azione. Nelle facoltà di giurisprudenza ci hanno insegnato che egli sta al di sopra dei poteri dello stato, di cui è il supremo e imparziale arbitro, ed è pertanto il garante dell'equilibrio costituzionale.

Tutto vero, naturalmente. Eppure va ricordato che, pur essendo al di sopra di quei poteri, egli ha una sostanziosa possibilità di intervento nei loro confronti conferitogli dalla carta costituzionale. E quando si ha un simile potere la tentazione di usarlo in modo partigiano è inevitabile: tutti ricordiamo almeno due nomi -Scalfaro e Napolitano- che lo dimostrano ampiamente.

Su Sergio Mattarella il discorso diventa più sfumato, proprio come la sua persona diafana e appartata che si aggira nell'Eliso quirinalizio. Una persona che ha fatto dell'inafferrabilità la sua cifra esistenziale, e forse è proprio questo che ha finito per delineare, nella grande informazione generalista, la sua immagine di accorto e imparziale magistrato che non si espone mai sulla scena politica, e se lo fa è sempre e solo per il bene supremo della nazione.

Ci permettiamo di dissentire, almeno in parte. L'azione del Presidente, in questi ultimi anni tempestosi, è parsa ispirata soprattutto al mantenimento di uno status quo finalizzato ad esorcizzare ogni ipotesi di ricorso alla consultazione elettorale e ogni ipotesi di destabilizzazione, anche marginale, del consolidato assetto europeo, ipotesi quest'ultima che pare essere ormai la stella polare della visione e dell'azione mattarelliane.

Che un Presidente della Repubblica debba scoraggiare ogni forma di avventurismo politico o istituzionale è comprensibile, e sicuramente lodevole, ma un Presidente deve anche saper distinguere l'avventurismo dall'esigenza di cambiamento. E anche comprendere che la religione europeista non è un punto di vista assoluto e condiviso da tutta la nazione ma solo una parziale e ben definita opzione politica, e fors'anche ideologica. In fondo, come per ogni religione, esistono anche moltissimi non credenti.

Quando, nel maggio del 2018, egli si oppose fermamente alla scelta di un personaggio del livello intellettuale e morale di Paolo Savona per l'incarico di ministro dell'economia in quanto euro-scettico, o anche solo non euro-entusiasta, Mattarella commise un imperdonabile errore istituzionale in quanto dettato da una sua parzialissima visione politica e decisamente subalterna a poteri esterni. Onestamente non fu un bell'episodio.

Tra l'agosto e il settembre 2019, come tutti sanno, cade il governo Conte I e nasce il governo Conte II. Anche qui il Presidente ha avallato una operazione politica inconcepibile, in totale contrasto con quella che è la logica democratica: un ribaltamento della volontà popolare con l'unico scopo di evitare un ricorso alle urne che avrebbe probabilmente premiato le forze politiche non pienamente europeiste.

La nuova maggioranza non solo non rappresentava alcuna scelta dell'elettorato ma, col passare del tempo, si è andata sfaldando decomponendosi e ricomponendosi ma, soprattutto, perdendo la corrispondenza con l'orientamento politico della nazione e diventando così sostanzialmente abusiva sotto il profilo politico anche se formalmente legittima; una maggioranza per di più talmente litigiosa e incoerente -soprattutto nella componente grillina- che ha di fatto paralizzato l'azione esecutiva del governo. E di tutto ciò è difficile non ritenere corresponsabile chi avrebbe dovuto (e dovrebbe ancora oggi) vigilare sulla sostenibilità democratica di un simile esecutivo.

E poi si arriva alla tragedia epidemica e politica del Coronavirus, con l'abbattimento delle regole costituzionali da parte di Giuseppe Conte, con l'incredibile stravolgimento del nostro sistema delle fonti del diritto, con la compressione -e in alcuni casi- l'annullamento di diritti fondamentali e  costituzionalmente garantiti, con la confusione istituzionale delle competenze di stato e regioni, con la mortificazione del ruolo del parlamento a scapito dell'esecutivo e di una struttura medico-tecnocratica senza alcuna legittimazione, e molto altro ancora. Anche su questo il silenzio sul Colle più alto di Roma è stato assordante, se si eccettua qualche "malumore" presidenziale trapelato dalle veline del servizio stampa quirinalizio. In tutto questo rivolgimento solo qualche "malumore"?

Ed eccoci alla riforma del MES, una avvilente sceneggiata parlamentare che non si era mai vista nella storia recente e non recente della nazione. Un partito che ha rinnegato tutto di sé stesso per mantenere la sedia, senza giustificazioni, senza dignità, senza neppure tentare di salvare la faccia, e che si è condannato a morte sicura non appena ai suoi elettori sarà consentito di esprimersi.  E qui la presidenza della Repubblica ha svolto un ruolo per nulla super partes: attraverso la stampa amica ha fatto capire (ma perché non un messaggio alle camere o almeno un comunicato chiaro?) che, in caso di respingimento della riforma del MES, avrebbe potuto assecondare una crisi di governo che, a sua volta, avrebbe potuto condurre allo scioglimento delle camere.

Tutti hanno capito che non si è trattato di un nobile e alto richiamo alla responsabilità politica della maggioranza, ma un segnale dato ai Cinque Stelle -notoriamente terrorizzati dall'ipotesi di lasciare il parlamento- affinché votassero "bene", e per "bene" si intende conformemente alla volontà dell'Unione europea. Anche qui l'arbitro si è messo a giocare con una squadra ben precisa, sminuendo il ruolo e l'immagine della più alta carica della Repubblica, a cui diventa sempre più difficile riconoscere quell'elevatezza non solo istituzionale, ma anche morale, che dovrebbe essere il punto di riferimento di tutti noi italiani.

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Articolo pubblicato il 13/12/2020