Regione Piemonte. Il sistema dei trasporti è solamente compatibile con ingressi e uscite scaglionati nelle scuole. Le ulteriori riserve del Ministero della Salute.

Quei presidi che non brillano per elasticità mentale, sono adeguati alla loro funzione?

Non c’è pace per il sistema scolastico della nostra regione. Ad inizio mese, con l’ingresso in zona rossa del Piemonte, la giunta regionale ha emesso l’ordinanza con la quale si è prevista la didattica a distanza per le seconde e terze classi della scuola secondaria di primo grado fino al 23 dicembre. La  misura, più restrittiva rispetto a quanto stabilito dalla zona arancione, è stata assunta alla luce dei pareri medici e scientifici e dei dati sul contagio che, dall’inizio dell’anno scolastico, hanno visto nella fascia d’età 11-18 anni di medie e superiori più del doppio dei casi rispetto a quelli registrati sotto i 10 anni.

Sono seguite proteste iniziate da qualche allieva che stazionava davanti alle scuole ed in piazza Castello, per rimarcare il dissenso rispetto alle disposizioni regionali. Ben presto, con il supporto di genitori ed insegnanti, si è arrivato a richiedere anche il pronunciamento al Tar. Ma il 3 dicembre il Tar del Piemonte non ha accolto la richiesta, depositata da un gruppo di genitori e insegnanti, di una sospensiva d’urgenza in via monocratica per l’ordinanza della Regione Piemonte che prevedeva appunto la didattica a distanza per le seconde e terze classi della scuola secondaria di primo grado fino al 23 dicembre.

 Seppur con qualche ritardo, pensando al dopo, si è aperto un tavolo in prefettura per cercare di sbloccare la situazione a decorrere dal 7 gennaio prossimo, con il pieno coinvolgimento dell’autorità scolastica. Situazioni siffatte richiedono dotazione di mezzi e contribuzioni, ma soprattutto elasticità mentale, finalizzata ad escogitare rimedi ed opzioni  spendibili, seppur temporanee. Forse a qualche preside burocrate scribacchino, manca del tutto la flessibilità e l’autorevolezza per coinvolgere nell’impresa il corpo insegnante.

Delle ipotetiche soluzioni, se ne è parlato anche ieri al consiglio regionale, ma i risultati sono deludenti. Infatti, dati alla mano, con  simulazioni oggettive, risulterebbe che, per assicurare un trasporto in sicurezza, sia necessario scaglionare gli orari di entrata nelle scuole tra le 8 e le10 e di uscita tra le 14 e le 16. In questo modo i mezzi possono fare due giri e garantire il trasporto di tutti gli studenti secondo i distanziamenti previsti dalle linee guida ministeriali”. Lo ha spiegato l’assessore ai Trasporti Marco Gabusi, in una comunicazione al Consiglio regionale.

“Diversamente, senza scaglionamento delle corse – ha aggiunto – per mantenere i carichi di trasporto corretti servirebbero, in circolazione, 100 mezzi in più a Torino e 60-70 negli altri capoluoghi. Mezzi che non ci sono e con i quali si rischierebbe di bloccare completamente il traffico nei centri cittadini”. Secondo l’assessore, “bisogna mantenere fissi i gruppi di studenti trasportati per favorire il tracciamento e riempire in modo corretto tutti i mezzi. Importante è anche ampliare i luoghi di discesa e salita, dove potrebbero aversi degli assembramenti.

D’altronde, augurandoci che con la fine dell’anno scolastico, i rischi e l’estensione della pandemia risultino sostanzialmente ridotti, gli ordinativi ingenti di autobus, potrebbero comunque concretizzarsi, oltre il termine dell’anno scolastico. Nel dibattito che ne è seguito, si sono auspicati ulteriori approfondimenti in Commissione. In sovrapposizione alla problematica piemontese ed alle difficoltà create dai presidi, la doccia fredda arriva dal ministero della Sanità.
«È ancora presto per dire se potremo o non potremo riaprire completamente le scuole. Perché intanto dobbiamo tenere bassa la circolazione virale. Purtroppo siamo riusciti ad abbassare l’Rt ma l’incidenza di nuovi casi è ancora elevata, il che produce molti nuovi casi di infezione. Bisogna abbassare di molto l’incidenza altrimenti è difficile parlare di ripresa completa di tutte le attività».

Lo ha detto il direttore generale della Prevenzione del Ministero della Salute, Gianni Rezza, nel punto stampa sull’analisi della situazione epidemiologica. «Siamo ancora sopra la soglia critica per l’occupazione dei posti in terapia intensiva e di area medica», ha sottolineato Rezza, spiegando che le regioni che sono state sottoposte a misure più restrittive ora stanno meglio delle altre: è il caso della Campania.

Balza agli occhi il dato del Veneto che sta sopra i 3mila contagi con tasso di positività del 18%. Rezza ha anche confidato di ricevere «mail un po’ minacciose» che «rinfacciano alla sanità di rallentare l’economia» ma a rallentare «è il virus non le misure», nota Rezza: «Se non si prende alcun provvedimento alla fine saremo costretti a fare il lockdown generale, che è quello che si vuole evitare». Problema aperto. Come regna l’incertezza sull’adozione di un’ulteriore stretta natalizia, quando potrà tornare la normalità di frequenza nelle scuole?

 

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Articolo pubblicato il 16/12/2020