Cronache criminali del passato
Giuseppe Joseph Sasia (Fonte: Gallica)

Giuseppe Sasia, il killer dei pastori

Siamo nel Sud della Francia, in Provenza e precisamente nell’Haut Var, una prefettura che ha come capoluogo la città di Draguignan. Nella tarda mattinata del 6 dicembre 1934 i gendarmi Roux e Bossia che pattugliano la linea ferroviaria che collega Vidauban a Les Arcs incontrano uno strano viandante, con un fucile a tracolla, che li saluta cordialmente «Buongiorno signori!».

Insospettiti, i due gendarmi considerano questo personaggio dalle spalle strette, il naso camuso con baffetti ispidi, la bocca atteggiata a scherno, gli occhi vivi del contadino astuto, col berretto grigio inclinato sull’occhio destro, vestito con pantaloni da lavoro e una giacca blu. Gli chiedono i documenti e l’uomo mostra una carta di identità che lo designa come Giuseppe Sasia, nato il 26 maggio 1886 a Rossana (Cuneo). Sasia indica come luogo di residenza, una piccola abitazione a Nouradons, frazione di Les Arcs. Gli chiedono la licenza di caccia che lui dichiara di non avere. Sasia ammette subito di aver cacciato senza licenza e di essere stato più volte condannato per furto. Gli chiedono se ha dei pallettoni, lui risponde di no ma nel suo carniere ce ne sono.

I gendarmi decidono allora di portarlo in caserma, tanto più che il cerimonioso viandante corrisponde alla segnalazione, diffusa otto giorni prima, relativa a un individuo sospetto, con un berretto grigio, notato in occasione dell’omicidio dell’autista Gianni Galliano, assassinato il 30 novembre 1934 durante un viaggio di lavoro, sulla strada per le Gole di Verdon, presso il colle di Blacas, in vicinanza di Vérignon.

Galliano, di 26 anni, era alle dipendenze di una impresa di costruzioni che lavora sulla strada per Verdon, guidava una camionetta e assicurava così i contatti del cantiere con i villaggi circostanti. Gentile e allegro, dava talvolta un passaggio alle ragazze del luogo. Quel venerdì 30 novembre era partito dal cantiere diretto ad Aups per prendere delle provviste e dell’esplosivo. A mezzogiorno non era ancora tornato al campo e nemmeno alla sera. Il giorno seguente, la sorella e il cognato, caposquadra al cantiere, hanno avvertito la gendarmeria. Al sabato si è ritrovata la sua camionetta a tre chilometri da Vérignon. Il suo corpo giace qualche metro più lontano, nascosto in un cespuglio. Gli hanno sparato quasi a bruciapelo. La sua camionetta parcheggiata sulla strada non ha subito destato sospetti perché si è pensato che Galliano fosse sceso per cacciare, visto che la località è frequentata da cacciatori e questa attività è largamente praticata.

L’uccisione dell’autista Galliano è il più recente di una catena di delitti insoluti che ha funestato l’Haut Var, a partire dal 1930, quando Joseph Roumo è stato assassinato davanti al suo negozio a Flayosc, e con una recrudescenza nel 1934.

Il 4 marzo 1934, a Taradeau, mentre faceva un pisolino vicino a una quercia, l’orticoltore Marius Vassal viene colpito e ucciso a colpi di fucile carico a pallettoni. Il suo corpo è stato trovato nascosto e sono scomparsi i circa cento franchi che portava con sé. Di questo omicidio, inizialmente, è accusato un demente che muore in prigione e che può essere considerato una ulteriore vittima.

Il 5 agosto 1934, a Flayosc, è assassinato Fernand Troin. L’uomo, di ottant’anni ma ancora arzillo, sta ritornando a casa con le provviste quando passa vicino al luogo dove si è appostato l’assassino. Questo lo abbatte con una fucilata a pallettoni e gli ruba le provviste e i dieci franchi che ha con sé. Una postina ha incontrato l’assassino ma sostiene che questi ha nascosto il volto (qualche giornalista pensa a un atteggiamento omertoso).

Il 19 ottobre 1934, nel comune di Ampus, viene ucciso Félicien Rouvier, di 35 anni, nel suo ovile di Mourgaï, la fattoria isolata dove è solito trascorrere da solo buona parte dell’anno. L’aggressore si è appostato in una nicchia in attesa che Rouvier al calar della notte tornasse col gregge di pecore. Mentre entrava in casa, il pastore è stato colpito da una mortale scarica di pallettoni. Gli sono stati rubati un orologio, un fazzoletto e circa 150 franchi.

A questi omicidi si è aggiunto quello recentissimo di Gianni Galliano a Vérignon.

La Brigata Mobile della Polizia ha iniziato le perquisizioni nella parte alta del dipartimento e la gendarmeria ha organizzato battute nei boschi alla ricerca di quello che la stampa ha battezzato come “killer dei pastori”.

Intanto, il 6 dicembre, i gendarmi hanno fermato Sasia e al pomeriggio eseguono una perquisizione nella sua catapecchia a Nouradons. È nascosta fra i cespugli, pare una caverna preistorica, coperta di tegole rosse e costruita con pietre malamente sovrapposte. All’interno, fra gli oggetti sparsi al suolo alla rinfusa, i gendarmi scoprono l’orologio rubato a Félicien Rouvier. Trovano poi sei orologi, cinque portafogli e un paio di guanti, questi ultimi appartenenti a Galliano, e ancora, cartucce a pallettoni simili a quelle che hanno “firmato” la catena di omicidi.

Dopo la perquisizione, Sasia confessa prontamente il crimine. Spiega di aver pianificato la sua azione, di aver aspettato il pastore Rouvier e di averlo ucciso. Confessa anche l’uccisione di Galliano, inizialmente col pretesto di una precedente discussione prima di ammettere di averlo ucciso per derubarlo del portafoglio con 35 franchi. Verso sera, confessa anche gli omicidi di Marius Vassal e di Fernand Troin ma sostiene di non aver ucciso Joseph Roumo, vittima del primo omicidio della serie e gli inquirenti decideranno di non perseguirlo per questo crimine.

Il giorno seguente, Sasia è portato a Draguignan dove viene interrogato dal giudice istruttore. Ritratta parzialmente la sua confessione e ammette soltanto i due omicidi per i quali esistono prove materiali: quelli di Rouvier e di Galliano. Afferma di averli commessi per trovare i soldi per pagare le multe per furto e caccia senza licenza e così sfuggire alla prigione. Gli investigatori scoprono due bonifici effettuati il giorno seguente i due omicidi. La presenza di parecchi orologi fa temere che vi siano altre sue vittime. La postina di Flayosc è messa a confronto con Sasia ma non lo riconosce.

Giuseppe Sasia dalla provincia di Cuneo è giunto in Francia sul finire dell’Ottocento, quando aveva dieci anni, insieme al padre contadino, immigrato con la sua famiglia. I Sasia si sono stabiliti a Les Arcs dove lavoravano in una loro proprietà. Dopo la morte del padre e il ritorno della madre in Italia, Giuseppe, insieme al fratello, rivende la proprietà di famiglia e acquista una fattoria. In seguito, la rivendono, con un significativo guadagno. Giuseppe ha avuto una relazione con una donna di Draguignan che gli ha mangiato in pochi mesi 30.000 franchi, frutto della vendita delle proprietà paterne: le cronache giornalistiche parlano vagamente dell’acquisto di un ristorante a Les Arcs e di un bar a Draguignan effettuato da Giuseppe. Quando i soldi sono finiti, lei lo ha cacciato e lui si è ridotto a vivere nella tana a Nouradons, a pochi chilometri da Les Arcs, comportandosi come una sorta di cavernicolo o di “uomo dei boschi”. Poco socievole, impaurisce i suoi vicini. Diventa noto come autore di furti e per questo è condannato per quattro volte. È poi solito cacciare di frodo, come ha candidamente dichiarato ai gendarmi che lo hanno fermato.

Dopo l’arresto, ha confessato di aver commesso quattro omicidi del “killer dei pastori” poi ridotti a due davanti al giudice istruttore. In ogni caso ha dichiarato: «Ho meritato la ghigliottina».

Al momento della cattura, qualche giornale ricorda che la proposta di espulsione di Sasia è stata “insabbiata” presso la Prefettura: questa dimenticanza non deve stupire visto che il segretario è stato appena allontanato d’ufficio per aver apertamente protetto alcuni stranieri noti per le loro opinioni estremiste.

Il 18 dicembre Sasia è accusato di quattro omicidi, premeditati, seguiti da furto e, a seconda dei reati, con o senza agguato e su strada maestra (circostanza aggravante) e viene processato alle Assise di Draguignan per due giorni, dal 5 novembre 1935.

Ammette gli omicidi di Rouvier e di Galliano e invoca la legittima difesa dicendosi minacciato dalle vittime mentre tentava di commettere i furti. Nega di essere l’autore degli altri due omicidi.

Gli esperti spiegano che le quattro vittime sono state uccise in circostanze simili, con pallettoni e munizioni dello stesso calibro. Gli spari sono stati effettuati a 4-5 metri dalle vittime. Gli orologiai che hanno riparato l’orologio di Vassal riconoscono quello mostrato loro, trovato nella catapecchia di Sasia.

L’imputato è stato sottoposto a perizia psichiatrica da Henriette Pélissier, primario del manicomio di Pierrefeu, che lo riconosce pienamente consapevole delle sue azioni. La dottoressa dichiara: «È un uomo che possiede in alto grado la sensibilità per le cose materiali e che ha la mentalità di un uomo dei boschi; è lontano dalle persone civilizzate. Il suo livello mentale è inferiore e, a forza di bracconaggio, ha assimilato gli uomini agli animali che uccideva. La sua emotività è zero e il suo rimpianto è puramente verbale. Ma Sasia non è pazzo».

Dopo venti minuti di deliberazione, i giurati lo dichiarano colpevole dei quattro reati e lo condannano alla pena di morte. Più di cinquecento persone hanno assistito all’ultima udienza del processo. Anche La Stampa, il 7 novembre 1935, dà la notizia, sotto il titolo «Il bracconiere assassino condannato alla ghigliottina», con un sintetico articoletto che non parla delle origini italiane del condannato.

La sua domanda di grazia è respinta, anche se il suo avvocato incontra il Presidente della Repubblica francese. Sasia non mostra rimpianti prima della sua condanna. Durante la detenzione nel braccio della morte, cerca il sostegno di un cappellano e inizia a rimpiangere le sue azioni. Sopporta male l’avvicinarsi dell’esecuzione; soffre diverse crisi di disperazione.

Come previsto dalla sentenza, la ghigliottina viene trasportata a Draguignan. Qui Sasia è giustiziato lunedi 17 febbraio 1936 alle 6:10, in rue de la République, davanti alla prigione. L’esecuzione è pubblica ma l’imponente servizio d’ordine impedisce alla popolazione di assistere.

Le sue ultime parole, secondo il suo avvocato, sono state: «È fastidioso morire».

Il suo corpo è sepolto nel cimitero di Draguignan.

Giuseppe Joseph Sasia viene indicato dalla Wikipedia francese come un serial killer e criminale italiano, soprannominato “il killer dei pastori” e “il killer dell’Haut-Var”, dal nome dell’area dove sono stati commessi.  L’abbondante documentazione giornalistica francese disponibile in rete, pur con lievi differenze nella ricostruzione di alcuni episodi, ha permesso la nostra ricostruzione di questo episodio di cronaca nera, documentata anche dal punto di vista iconografico.

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Articolo pubblicato il 29/12/2020