Manovra: il Senato conferma la fiducia con 156 sì.

Conte in conferenza stampa fa il duro e sfida Renzi, ma…

Giornata intensa  ieri nei palazzi romani. Il Senato ha confermato la fiducia al governo sulla Manovra, con 156 voti a favore, 124 contrari e nessun astenuto. Il provvedimento è quindi approvato in via definitiva dal Parlamento.

 

Il Senato ha approvato successivamente al voto di fiducia posto sull'articolo 1 della manovra, il provvedimento nel suo complesso con 153 voti favorevoli, 118 contrari e un astenuto. 

Famiglie, imprese, lavoratori: la manovra per il 2021 cerca di "non lasciare indietro nessuno", come ripete il governo dall'inizio della pandemia, e distribuisce i 40 miliardi - tra deficit e fondi Ue - in gran parte a nuovi aiuti per far fronte alla crisi, a partire dal rafforzamento della sanità e dal finanziamento del piano vaccini.

 

Nel suo iter parlamentare iper-compresso (48 ore in commissione, due fiducie e meno di tre giorni per l'esame del Senato) riesce ad accogliere oltre 250 proposte di modifica e si arricchisce di una carica di bonus e micro-misure, dai festeggiamenti per il primo presepe al turismo esperienziale, ma anche del primo abbozzo di ammortizzatore sociale per gli autonomi. Sguardo assente al futuro, ma massima distribuzione di mance e mancette che qualcuno dopo di noi, maledicendo la flemma con la quale il Paese consente ad un governo di fantocci ed incapaci di sopravvivere.

 

Archiviato il voto di fiducia, il pezzo forte della giornata era rappresentato dalla conferenza stampa di fine anno del Premier. Due ore di domande e risposte sui temi caldi del momento, compreso  il dilemma su se e quando Conte passerà la mano, magari a se stesso.

 

Giuseppe Conte si presenta imperturbabile e falsamente padrone della situazione. Non accenna a verifiche, ma parla di confronto prossimo. Sorvola sul  Recovery Plan ed ammette che “la sintesi è urgente” , stabilendo anche un temine per la definizione di ogni particolare entro metà febbraio. Si mostra sicuro quando sostiene che chi vuole davvero rompere deve farlo apertamente: “Non possiamo galleggiare, non dobbiamo chiuderci nel palazzo”, aggiungendo che “la prospettiva è la fine della legislatura” e che una crisi farebbe venire meno la “credibilità” acquisita da maggioranza e opposizione presso gli italiani.

 

Non ha risposto direttamente alla ipotesi di “responsabili” che potrebbero sostenere il governo, ma è stato molto chiaro se “verrà meno la fiducia di un partito”; che tradotto dovrebbe significare che se Renzi dovesse ritirare i ministri, Conte andrà in Parlamento per ottenere la fiducia e quindi si vedrà chi sarà “responsabile”. Non faccio opzioni alternative, non voglio credere che in un contesto del genere si arrivi a questo”.

 

Un giornalista mette il dito sul tormentone del rimpasto, ma il presidente si è limitato a rispondere che i due vicepresidenti del Consiglio nel precedente governo “non sono stati un successo”, escludendo implicitamente che possa essere questa l’ipotesi di un Conte III. Nessuna sfida da parte sua, tanto che (sostiene) non ci fu neanche quando si scontrò con Matteo Salvini in aula al momento della crisi del suo primo governo. Ma i ministri sono sempre i migliori del mondo? “Un capitano difende sempre la sua squadra”. In ogni caso, “non vado alla ricerca di altre maggioranze in Parlamento” né intende pensare alle elezioni o a una sua lista. I fatti forse lo smentiranno clamorosamente.

 

Divaga il presidente sulle domande dei giornalisti nel merito delle tensioni nella maggioranza: “Non si governa senza coesione, non si può vivacchiare”, pur lanciando messaggi distensivi anche all’opposizione per i risultati raggiunti nella Legge di bilancio, come i fondi per gli autonomi e le partite Iva cui teneva il centrodestra. Ma, appunto, non si può vivacchiare ed ecco che ricorre a Moro nel citarlo “che gli ultimatum non sono ammissibili in politica, significano far precipitare le cose e impedire una soluzione. Sono per il dialogo e il confronto e per trovare una sintesi per il Paese”.

 

Per nulla imbarazzato, Giuseppì cerca di entrare nel vivo sull’argomento del giorno, accennando ad un’ipotesi di una “clausola di salvaguardia” sul meccanismo di governance del Recovery Plan, al centro delle polemiche nelle scorse settimane. Citando una recente intervista del commissario europeo Paolo Gentiloni, Conte ha detto “sì a corsie preferenziali e percorsi accelerati” ricordando che “il meccanismo europeo funziona con erogazioni semestrali, se non si rispetta il cronoprogramma le erogazioni sono sospese o addirittura si devono restituire i fondi. Per questo serve un meccanismo che stabilisca una volta per tutte cosa succede se si accumulano ritardi e si rischia di perdere le somme”.

 

La definizione della struttura, accenna Conte, avverrà con decreto legge. Sul Mes, il presidente ha rimandato la palla al Parlamento pur sottolineando che è necessario avere capacità di spesa che spesso è mancata. Non ha negato che “lo scenario molto preoccupante” che si profila in primavera con la fine dei sussidi e per questo ha rilanciato la riforma degli ammortizzatori sociali e “più incisive politiche del lavoro”.

 

Si è poi parlato di legge elettorale. Dopo aver ridisegnato i collegi elettorali in modo raffazzonato, Conte assumerà un’iniziativa per una legge elettorale, d’accordo con la maggioranza, per definire un meccanismo che dopo il taglio del numero dei parlamentari “consenta un efficace ‘controbilanciamento’ in termini di rappresentanza effettiva”.

Non poteva mancare un accenno ai vaccini. Nonostante i dubbi dei tecnici, Conte spera ancora che il 7 gennaio si possa tornare a scuola anche se parzialmente, con le secondarie superiori in aula almeno per il 50 per cento in presenza. Nelle settimane successive molto dipenderà dal potenziamento dei trasporti (3 miliardi per la flotta dei bus, 390 milioni per il noleggio di mezzi privati), che però dovrà essere attuato a livello regionale.

 

Il piano vaccinale dovrebbe portare a 10-15 milioni di vaccinati non prima di aprile. Non ci sarà obbligo, ma vaccinarsi dev’essere “un atto di solidarietà”. Almeno in questo passaggio, Conte è stato realista. Come si può obbligare la vaccinazione, se i tempi previsti per completare il piano superano i due anni? All’impotenza del Governo, si sommerebbero altri scherni di ridicolo.

 

Una critica alla Germania, anche se formalmente smentita, è arrivata quando Conte ha sostenuto che l’articolo 7 del contratto stipulato dalla Commissione europea vieta accordi bilaterali. Angela Merkel dunque ha violato gli accordi acquistando ulteriori 30 milioni di dosi. Affermazione gratuita e demagogica,  che non condividiamo.

 

In chiusura Conte si rivela levantino ed arroccato alla poltrona, senza consistenza e progetti validi per il Paese. Si è pure esibito a rivoltare autorevoli critiche sul suo operato. “Concordo: è un collage di favori a sostengo della sanità, delle famiglie, del lavoro”. E’ la dura risposta del presidente Conte a un giornalista  che gli chiedeva di commentare l’editoriale di Sabino Cassese con durissime critiche alla manovra, definite “un coacervo di misure senza un disegno, un collage di interventi pubblici di favore”. Ulteriore tassello di una strategia che significa una sola cosa: io non mollo, ripetendo tra l’altro che non cederà la delega all’intelligence perché comunque ne è responsabile e perché c’è il Copasir che controlla.

 

Non molla tanto da rivendicare la validità della definizione “avvocato del popolo”: “L’espressione sottolineava l’impegno a non perseguire l’interesse personale, a non cedere a lobby e pressioni di potere, ma tenere la barra dritta per trovare una sintesi politica nell’interesse dei cittadini. L’ho sempre perseguito e lo farò fino all’ultimo. Poi ci possono essere errori. Non ho mai detto di essere infallibile o insostituibile”, ma non accetterebbe la critica di agire per suo interesse personale: “Mi farebbe male perché non è così”.

 

Le cronache future potrebbero smentire o confermare se Conte abbia agito od agisca per interesse personale. Non agisce certo nell’Interesse del Paese.

Si è trattato di un conforto scialbo, basato su arroganza, presunzione e difesa dell’immobilismo. Questa sera sarà la volta del Capo dello Stato. Potremo forse avere la conferma, in ultimo se siamo caduti molto, ma molto in basso.

 

A domani

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Articolo pubblicato il 31/12/2020