La Parola è Perduta. Di Luca Fiore Veneziano

Una ricerca iniziatica attraverso uno dei massimi misteri massonici

Così recita uno dei più importanti passi rituali di tutta la Massoneria:

“ Il tempio materiale è andato distrutto, tutto è buio senza il nostro Maestro,

   la Parola è perduta! “

 

Ma che cos'è la “parola”?

 

La parola, intesa come astrazione simbolica, nasce accanto all'azione o all'oggetto che rappresenta. Si tratta dunque di un'unità convenzionalmente universale, o come diceva De Saussure: “di un significante che porta ad un significato”; presente in ogni lingua umana formalizzata, la parola è un vero e proprio “atomo comunicativo”.

 

Etimologicamente deriva dal latino medievale “paraula”, a sua volta derivante dal termine del latino tardo imperiale: “parabola”. Come ci suggerisce l'etimo stesso, in origine il suo significato arcaico indicava un insegnamento, un discorso, un ragionamento derivato da un pensiero, esattamente come lo intendevano anche gli elleni: un Lògos appunto.

 

Con l'affermazione del Cristianesimo, l'unico Lògos concepito su cui fare speculazione, il mero ragionamento accettabile, la sola “parabola” da intendere, divenne quella del Vangelo. Indi, per attenuazione del senso primitivo, la “parola”, versione volgare della Parabola, finì per indicare un detto, un semplice modo di dire, un Motto, sostituendosi al termine parlato del latino classico “verbum”, e per estensione, verso qualunque voce articolata intendente un concetto.

Da qui l'uso più comune e desacralizzato della “Parola”.

 

Ma che cos'è allora la Parola?

 

Riallacciandomi alla Leggenda massonica di Hiram, in un primo momento si potrebbe pensare che la “Parola perduta” sia la parola di passo che i tre compagni assassini chiesero insistentemente al Maestro punico per poter carpire i segreti del Tempio di Salomone. Ma analizzando meglio il contesto storico forse si può scorgere un significato più profondo che non una mera richiesta di password.

 

Innanzitutto, occorre ricordare che nell'età antica ogni atto era sacro, di conseguenza, lo era anche il semplice atto del parlare e del costruire. Questo ci porta a pensare che il Maestro Hiram Abif non era lì in semplice veste di Capo Mastro, ma in quel preciso frangente svolgeva un ruolo ieratico. In quest'ottica, l'omicidio hiramitico assume una maggior valenza sacrilega, poiché i tre compagni d'arte non hanno semplicemente commesso un omicidio, ma hanno macchiato di profanità un luogo sacro.

 

Assodato che la “parola” anticamente aveva un'accezione sacra ed esoterica, vien da chiedersi allora se la Parola smarrita “dalla notte dei tempi” non abbia avuto per gli antichi un significato più articolato e più esteso rispetto a quello odierno.

 

Ed ecco quindi che lo stato di disagio, di assenza, di mancanza, in cui si affligge il Fratello alla ricerca della smarrita Parabola-Lògos, può essere colmato in parte dal parere degli Antichi; i quali ci possono aiutare in questo percorso di ri-cerca e di com-prensione.

 

I presocratici ci dicono che la Parola è il principio supremo della realtà per cui questa la fa apparire a noi ordinata. Gli orientali ci insegnano che la Creazione dell'Universo sarebbe rappresentata dal suono della vibrazione di una sillaba sacra: la Om (o Aum).

 

Per Platone, il Lògos era la razionalità umana, che si esprimeva nella sua forma più elevata di coscienza. Per Lo “Stagirita” (Aristotele) era il concetto ordinatore della realtà ricavato attraverso l'astrazione. Per i Neoplatonici era l'emanazione diretta del Principio Primo indicante l'Intellectus. Nell'incipit giovanneo troviamo addirittura il Lògos associato a Dio stesso.

 

Da ciò ne possiamo dedurre che a monte del Verbo dovrà esistere un'Idea, un Progetto, che verrà manifestato veicolandolo con il Verbo stesso. Questo suono emesso dà luogo ad una figura geometrica, un logo, il quale feconda la Madre-terra, dando origine alla Vita. Questo è il processo creativo, è il Verbo-Dio che Geometrizza, dando nuove forme alla materia. Infatti, il grande Pitagora affermava che: “Dio Geometrizza” e che “la Geometria delle forme è musica solidificata”.

 

Il suono della Parola-Parabola può pertanto generare forme soniche strutturando la materia. Ancora oggi, nel suo significato profano, la Parabola viene anche definita come un luogo geometrico. Se la Parola è un discorso creatore, e quindi un Lògos; viene il sospetto che il mito di Hiram non sia altro che un simbolo, un Logo, di cui abbiamo perso la chiave di lettura originaria.

 

Parlare della Parola significa quindi fare un ragionamento sul Ragionamento. Seguendo la Tradizione ermetica possiamo dedurre delle semplici equivalenze, ovvero che: una parola è composta da lettere, ogni lettera corrisponde ad un suono, ogni suono equivale ad un numero, un numero ad una vibrazione, ogni vibrazione crea una figura geometrica, il logo geometrico è un seme che feconda la materia generando la vita.

 

Si può dedurre da tutto ciò che le vibrazioni del suono, attraverso la Geometria, determinano i Principi assoluti della Máthema (Scienza assoluta per gli Elleni, semplice materia di studio numerico per i volgari odierni) e che tutto nell’Universo fu creato con il Verbvm; ergo, con la Geometria e con il Numero. Forse a questo punto si può ipotizzare che la “Parabola” perduta sia semplicemente l'incapacità degli uomini di ritornare al proprio stato edenico originario, ove in principio l'Uomo-Dio manifestava la sua capacità creativa tramite il suono della propria Parola.

 

Ma vi è forse un significato ancora più profondo, una verità celata dietro il velo di Iside: dal momento che anche il silenzio ha una frequenza, anche il silenzio ha un suono; il suono del Silenzio, essendo per tanto anch'esso “Parabola”, mi induce alla riflessione che forse la Parola non è mai andata perduta, essa, è semplicemente inascoltata.

 

Luca Fiore Veneziano

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Articolo pubblicato il 02/01/2021