Cavalieri Dal Buio Alla Luce

Di Francesco Cordero di Pamparato (Diciassettesima Puntata)

17 - Dubbio E Certezza

 

Era l’alba di un giorno di giugno. Due cavalieri uscivano dal castello del Duca di Bretagna. Imboccarono la stessa via. Non erano amici. Non si conoscevano quasi. Avrebbero percorso per un lungo tratto lo stesso tragitto. In due ci si annoia meno e ci si difende meglio dai briganti. I due uomini fisicamente si assomigliavano. Dentro erano totalmente diversi.

Armand era un cavaliere di ventura. Cadetto di un conte, dovendo scegliere tra il convento e la carriera delle armi, aveva optato per la seconda. Aveva combattuto in lungo e in largo per l’impero. Era stato più volte ferito. Aveva partecipato alla Crociata. Si era anche addentrato nella via della conoscenza.

Maurice era il primogenito di un marchese. Era stato investito cavaliere dall’Imperatore in persona. Alla morte del padre, avrebbe ereditato un grande feudo. Aveva sposato l’erede di un illustre casato. Aveva viaggiato molto. Sempre al seguito di importanti legazioni. Non aveva mai partecipato a operazioni guerresche. Doveva tenersi di riguardo, per conservare il feudo.

Era la prima volta che viaggiava senza scorta. Per questo motivo aveva acconsentito alla proposta di Armand di fare insieme parte del viaggio. Quell’uomo era pur sempre un cavaliere di buon lignaggio, per cui, anche se avesse fatto discorsi banali, non era comunque una compagnia disdicevole.

Il viaggio era lungo e il silenzio noioso. Fu Armand il primo a parlare:

“Nobile cavaliere, eravate già stato al castello del Duca?”.

“No. E lo trovo alquanto tetro. Il mio è un po’ meno grande, ma più gaio. Il Duca però lo conosco bene. L’ho incontrato varie volte a Corte. È un brav’uomo, anche se talvolta si comporta in modo un po’ bizzarro”.

“Bizzarro il Duca! È un grande uomo. Eccellente uomo d’armi, giusto con i suoi sudditi che lo adorano. Non ha mai subito rivolte né dai cavalieri né dai contadini. Anche l’Imperatore lo rispetta. Cosa volete di più?”.

“Si, ma la sua concezione politica è superata. Oggi si comanda più con l’assenso del clero che con quello dei sudditi”.

“Sire, nessuno mette in dubbio l’autorità del clero, ma se un nobile riesce a creare una situazione di armonia tra i suoi sudditi, buoni rapporti tra cavalieri e contadini, direi che possa anche essere un esempio, che gli altri possano studiare e seguire. Inoltre, è uomo addentro alle cose del sapere”. 

“Per favore, ora non mi tirerete in ballo anche voi quella storia della conoscenza del grande ordine, di cui molti ciarlano al palazzo del Duca. Sono storie, buone per i bardi, ma prive di ogni fondamento”.

“Anch’io ho sentito parlare di questo grande ordine, che si può avvicinare intraprendendo la strada della conoscenza. Non sono molto addentro all’argomento, ma, da quanto ho sentito, penso che ci possa essere del vero”.

“Dicerie! Cosa sarebbe questa conoscenza? Non è citata né dai sacri testi, né da Aristotile. Io non l’ho letto. Non mi interessa leggere. Ma chi sa leggere, mi ha detto che è così”.

“Mio nobile signore, io ho sentito e visto cose, che non si spiegano solo con la logica. Cose che sembrano magiche. Non so darmene una spiegazione, ma la cerco”.

“Non esiste niente di magico a questo mondo. Tutto è chiaro e semplice. Al massimo ci si può incontrare davanti all’operato di un mago o di una strega. Nel qual caso bisogna punirli”.

“Io non credo che esistano maghi e streghe. Penso piuttosto che la superstizione e la paura ce lo facciano credere. Ho salvato una donna dal rogo. Vi posso assicurare che era persona del tutto innocua. Ho il dubbio che la superstizione veli la conoscenza di una realtà, che approfondita potrebbe portare benefici a tutti”.

“Attento signor mio, a negare l’esistenza delle streghe, potreste finire sul rogo voi. In quanto a questa tanto decantata conoscenza, lasciate che se ne occupino i santi monaci. Non è cosa per gli uomini d’armi”.

“Sire, anche gli uomini d’armi si pongono delle domande. Non so se voi eravate alla presa di Gerusalemme? Ho sentito dei commilitoni gridare “Dio lo vuole” mentre massacravano donne e bambini infedeli. Io non credo che Dio volesse questo”.

Maurice si fece ancora più asciutto.

“Non sono stato alla presa di Gerusalemme. Non ho fatto la Crociata”.

“Ma in battaglia non vi è mai capitato di dovervi misurare con uomini che, fino a qualche tempo prima erano stati vostri amici? Non vi siete chiesto un perché, dopo averli uccisi?”

“Non mi sono mai trovato in battaglia. Le lascio fare ai nostri capitani. Io svolgo missioni diplomatiche. Non mi interessa il lato spicciolo della politica”.

Tra i due uomini si era fatto un silenzio di gelo. I cavalli entrarono a passo lento nella foresta. Sentirono una chiesa lontana che suonava il mezzogiorno. Maurice recitò l’Angelus. Poco dopo, rifiutò l’elemosina a un viandante, che procedeva nella loro stessa direzione. Armand invece, gli diede una moneta, accompagnandola con un gesto di cortesia.

Il viandante era Jacob, che gli ricambiò il saluto. Riconobbe anche l’altro uomo: suo nipote e commiserò l’amico che doveva sopportarlo.

I due cavalieri si erano addentrati ormai nella foresta, quando vennero assaliti da un gruppo di briganti. Armand si buttò senza indugio nella mischia. Aveva partecipato a tanti scontri che non era questo che gli faceva paura. Maurice ebbe un momento di esitazione, poi comprese che non aveva altra scelta: doveva battersi anche lui. Le cose si stavano mettendo male. I malviventi erano tanti e uno dei due cavalieri non era molto forte.

Fortunatamente, furono raggiunti da un cavaliere con una croce in mezzo alle rose, sullo scudo. Era accompagnato da tre soldati a cavallo e il loro arrivo ribaltò il risultato dello scontro. Tre masnadieri rimasero sul campo, gli altri si diedero alla fuga.

Osman si rivolse a Maurice con tono severo: “Sire, mi meraviglio che non abbiate informato il Duca della strada che volevate fare. C’era una scorta di dieci uomini pronta per voi. Ma siete partito senza avvisare. Dal posto di guardia mi hanno informato e sono corso a darvi una mano. Non sapete che la foresta è piena di delinquenti? E che voi sareste un riscatto molto ambito? Tu Armand non lo sapevi, ma questo cavaliere è il figlio del marchese Desmond”.

Maurice era diventato rosso dall’ira; non era abituato a ricevere rimproveri.

“Attento a voi cavaliere! Io son chi sono e posso accettare o meno una scorta! Quindi ora fatevi da parte e lasciatemi proseguire il viaggio”.

Osman si era fatto gelido.

“Sino a quando siete nelle terre del Duca, dovrete accettare una scorta. Questi sono gli ordini. Quando arriveremo al confine con le vostre, potrete fare come vi pare. Ora proseguiamo. La foresta è ancora più pericolosa di notte”.

Fecero un breve pasto poi continuarono il viaggio in silenzio. Il sentiero li portò ad una radura. Videro i resti del villaggio romano.

Maurice scese da cavallo.

“Ruderi romani” disse “voglio guardarli da vicino”.

Incominciò ad aggirarsi tra gli antichi reperti, mentre gli altri lo osservavano, senza proferire parola. Ad un certo momento, si diresse verso il tempietto diroccato. Armand guardò preoccupato Osman. Questi gli fece segno di star fermo, in silenzio. Il giovane nobile varcò le colonne. Lo sentirono muoversi all’interno per qualche minuto. Quindi uscì fuori.

“Curioso non avrei mai detto che all’interno fosse così buio. Ho solo potuto intravedere dei disegni, privi di qualsiasi interesse”.

Gli altri due cavalieri si scambiarono uno sguardo d’intesa. Armand scosse la testa e fece una smorfia di disapprovazione nei confronti del giovane. La risposta di Osman fu a bassa voce: “Chi ha il potere senza la conoscenza, non ha né apprezza la dignità”. 

Continuarono a viaggiare in silenzio fino a sera, quando giunsero alla valle dei Dolmen. Solo il giovane nobile non ci era mai stato, ma ne aveva sentito parlare. Sapeva come la pensavano i suoi compagni di viaggio e volle provocarli.

“Così questa valle sarebbe magica! Questi pietroni sarebbero un punto dove si può avvertire la presenza del grande ordine! Ma chi ha inventato tutte queste buffonate? Forse qualche contadino ubriaco? Cosa ci vedete di strano voi in questi ammassi di rocce?”.

Armand ingenuamente gli rispose: “Sire non vi viene il dubbio che vi sia qualcosa di misterioso in queste costruzioni? Non vedete le dimensioni di queste antiche vestigia. Come pensate che gli antichi abbiano potuto realizzarle con i mezzi di cui disponevano?” 

“Se le hanno realizzate, vuol dire che avevano gli strumenti per farlo. E non venitemi a dire che avevano uno scopo importante. Se così fosse, ci sarebbe stato tramandato e lo sapremmo. Così vuol dire che non erano strutture di rilievo. Non so a cosa servissero e non mi interessa saperlo. E voi Osman, si dice che siate un cultore di questa tanto decantata conoscenza. Dovreste saperla lunga in proposito. Avanti cosa mi dite? mi interessa sapere cosa ne pensate voi due miscredenti”.

“Così come se vi parlassi nella mia lingua madre, voi non capireste. Così vi dico che potrei parlarvi per delle ore, degli strani fenomeni che si verificano qui e voi non ci credereste. Perciò non perdiamo tempo in due. In quanto a miscredenti, misurate le parole! Noi abbiamo combattuto per la fede, mentre voi vi nascondevate sotto la protezione di vostro padre!”.

Il cavaliere, pieno d’ira, stava per lanciarsi contro l’arabo, quando un urlo, di uno degli uomini di scorta, attirò la loro attenzione. I Dolmen avevano incominciato a brillare come fossero fosforescenti. I soldati davano segni di paura, Osman osservava incuriosito il fenomeno. Armand fissava le grandi strutture anche lui. Maurice si mise a urlare: “Siete due maghi maligni! Questo è un sortilegio! vi farò condannare per stregoneria e bruciare vivi!”.

Si era messo a ridosso di uno dei Dolmen più grandi. Come per avere le spalle coperte da un attacco. Non c’era il più piccolo alito di vento nella valle. A un tratto, da una delle grandi rocce che lo sovrastavano, senza nessun motivo plausibile, si stacco un pezzo. Gli cadde in testa schiacciandogliela.

Frattanto, un altro uomo era apparso nella valle. Cercò, se pure invano di soccorrerlo. Era Jacob, ancora vestito da viandante. Resosi conto che non c’era più nulla da fare, rivolse lo sguardo verso Osman. Questi scosse la testa: “Quest’uomo mi faceva paura, ma ha finito per rimetterci lui. Non aveva dubbi, solo certezze. Sono le persone più pericolose. Lo dico anche se mi dispiace che sia morto. Non si è mai chiesto un perché delle cose che lo circondavano. Lo abbiamo visto al tempietto romano. Non ha avvertito il messaggio nascosto. Qui, questa sera c’era una forte presenza di energia. Lui non l’ha recepita. Le sue certezze lo hanno accecato e hanno finito per ucciderlo. Jacob, mi dispiace per tuo nipote. Ma non ha voluto imboccare la strada della conoscenza e avvicinarsi al grande ordine, così l’ordine lo ha eliminato”.

Jacob era commosso. Non era in buoni rapporti con la famiglia del fratello, ma il sangue non è acqua.

“Povero Maurice, così arrogante in vita, da morto è come qualsiasi altro uomo. Adesso dovrò portare il suo corpo nel castello dei nostri avi”.

Mentre si alzava, Osman gli posò una mano sulla spalla e lo guardò pieno di comprensione. Poi scosse la testa:

“Andranno gli uomini di scorta a portare il cadavere al castello. Tu, prima di tornare, devi riacquistare la tua dignità di cavaliere. Sai che avverrà presto. Quando a te, e ad altri verranno spiegate cose che vi apriranno gli occhi sulla conoscenza”.

Francesco Cordero di Pamparato

Fine diciassettesima puntata - Continua

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Articolo pubblicato il 03/01/2021