Il «funerale ecologico»: nuove tecnologie con le quali dovremo confrontarci

Un rimedio all'inquinamento ambientale sostenuto dalla decomposizione delle salme

Il concetto biologico della vita, estensibile ad ogni essere vivente del regno animale e vegetale, si manifesta nella sua continuità attraverso la riproduzione con successive e infinite generazioni.

Questa realtà biologica evidenzia anche un altro evento fondamentale: concepito il nuovo soggetto che garantisce la continuità dell’eterna linea germinale, i genitori non sono più attori determinanti e la loro sopravvivenza appare un evento superfluo.

Il processo meccanicistico generale prevede quindi la “morte” come evento non drammatico che certifica come l’individuo abbia esaurito la sua funzione biologica.

L’evoluzione di Homo sapiens, con lo sviluppo della cultura di relazione che ha prodotto la civiltà umana, ha dato un senso diverso alla morte biologica prima descritta. L’esigenza del soprannaturale e la conseguente nascita delle religioni hanno creato diverse visioni del significato della morte con la convinzione dell’esistenza di un “dopo morte”.

Di conseguenza, secondo concezioni religiose passate e recenti, il “cadavere” del defunto ha avuto e ha diverse destinazioni.

Conosciamo, via via nel tempo, pratiche di sepoltura in terra, di sepoltura in cielo (quando i cadaveri sono divorati da avvoltoi) oppure in mare, di tumulazione in loculo aerato o stagno, di cremazione e di imbalsamazione per monarchi o leader carismatici.

In tempi moderni è stata introdotta la tumulazione nel “loculo” che continua a sollevare molte riserve, sia sotto il profilo igienico che per l’eccessivo impatto ambientale di questa edilizia funeraria.

Questo, in sintesi, è quanto avvenuto nel recente passato.

Per il futuro, se si vorrà tenere sempre più conto del rispetto ambientale, si dovranno adottare soluzioni innovative per la “decomposizione” del cadavere.

D’altra parte, sul nostro pianeta si contano circa otto miliardi di persone (non considerando la presenza degli animali!) e questa massa umana, nell’ora dell’exitus, costituisce un problema sempre più complesso da gestire.

Gli ambientalisti auspicano l’impatto zero per il “caro estinto” e nell’età della “green economy” anche l’ultimo viaggio dovrebbe inserire la marcia della sostenibilità.

Ogni anno nel mondo oltre 50 milioni di persone passano a miglior vita lasciando dietro di sé sostanze tossiche e pratiche funerarie tutt’altro che ecocompatibili. Ad esempio, un cimitero a inumazione tradizionale, secondo uno studio della Federazione Europea dei Servizi Funerari, è equivalente a una discarica urbana di materiale organico.

A mettere a rischio il suolo e le falde acquifere dei luoghi della sepoltura ci sono gli inquinanti come la formaldeide (CH2O), utilizzata per arrestare temporaneamente il processo di putrefazione, le ammine (putrescina, cadaverina, indolo, scatolo), l’ammoniaca (NH3), l’anidride carbonica (CO2), l’acetone (CH3-CO-CH3), l’etilmercaptano (etantiolo CH3-CH2-SH), il metano (CH4) e altre sostanze volatili sprigionate dalla decomposizione.

In sintesi, il “caro estinto” risulta essere una vera e propria bomba ecologica che neanche la pratica della cremazione sembra in grado di attenuare.

Nel 2011 Rosie Inman-Cook, direttrice di Natural Death, evidenziava che «incenerire la salma in un crematorio significa emettere nell’atmosfera circa 200 chilogrammi di CO2. Inoltre, l’energia utilizzata è pari a quella consumata da un’auto in 400 chilometri di percorso. Senza contare il peso delle otturazioni dentali. Il 19 per cento del mercurio rilasciato nell’ambiente deriva da cattive pratiche di sepoltura e dalle cremazioni».

In diverse parti del mondo si nota un incremento di proposte che tendono ad attenuare l’impatto ambientale, realizzando eco-bare in cartone riciclato, in vimini e con altro materiale analogo. Stesso interesse nella ricerca di luoghi di sepoltura ecologica. Curioso il fatto che nella sola Gran Bretagna il mercato della green funerals cresce a doppia cifra e che ci sono oltre 200 di questi “luoghi” nell’isola.

Tuttavia, l’ultima novità del settore (segnalata dal mensile Intelligence In Lifestyle – marzo 2011 – n. 28, citato da il Sole 24 Ore) arriva dalla civilissima Svezia, dalla biologa Susanne Wiigh-Masak che ha avviato in franchising (nel Regno Unito e in Corea del Sud) il suo brevetto sulla criomazione.

«Si tratta di un procedimento che scioglie la salma in un cocktail di acqua e azoto liquido a una temperatura di – 18°C, con una macchina che separa l’acqua dai resti e dalle sostanze tossiche, come il mercurio.

In Australia, Aquamation Industries utilizza il processo inverso: un ultimo bagno in acqua bollente di idrolisi alcalina che polverizza (scioglie, N.d.R.) la salma e permette di usarla come fertilizzante. “Soluzioni davvero ecologiche – precisa Rosie Inman-Cook – ma che si scontrano con barriere culturali molto forti, specialmente nei Paesi cattolici”».

È evidente che queste diverse procedure di smaltimento del cadavere vengono a cozzare con comprensibili riserve mentali, legate a profonde radici culturali e antropologiche, che rendono queste pratiche difficili da accettare anche ai nostri giorni.

La complessa scommessa da vincere è ancora in forte salita: riuscirà la ragione scientifica a vincere la resistenza creata da condizionamenti culturali ancora largamente condivisi?

Un esame razionale evidenzia che tutte le procedure prima menzionate presentano un denominatore comune che sostanzialmente le accomuna.

I vari processi di degradazione-dissolvimento del cadavere producono alla loro conclusione un identico risultato. Infatti, sia attraverso i microrganismi del terreno, la combustione, i processi chimici, si realizza la “mineralizzazione” della salma che può così fisiologicamente entrare nel ciclo rigenerativo della natura.

Questo fatto può apparire scontato, ma veicola un meccanismo affascinante che sconfina in un determinismo finalistico: la materia elementare derivante dalla morte, ovvero dalla disgregazione di un ordine funzionale, può passare ad una nuova vita, cioè ad un ordine biologico organizzato idoneo alla riproduzione.

Lo scenario che possiamo ipotizzare, sotto l’inevitabile pressione della tutela ambientale, è che la tecnologia attuale e futura potrà creare sempre maggiore condivisione per l’adozione di questi processi ecologici, che sorprendentemente fanno riferimento al passo biblico “Memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris (Ricordati, uomo, che polvere sei e in polvere ritornerai)”.

Questa realtà fisica e “biblica” dovrebbe favorire la conciliazione del contrasto opposto a queste tecniche innovative a seguito di inconciliabili motivazioni etico-culturali-religiose che inducono a diverse scelte di smaltimento del cadavere.

 

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Articolo pubblicato il 13/01/2021