L'Eremo di Montecasale, a Sansepolcro (Arezzo)

Di Ezio Marinoni

È un luogo affascinante nel suo minimalismo ed essenzialità, dove anche le pietre raccontano la presenza di San Francesco.

Il complesso conserva il primitivo impianto dei più antichi conventi francescani, caratterizzato dall’accostamento intorno ad un chiostro centrale dai grossi pilastri in pietra architravati, con piccoli edifici legati alle funzioni monastiche. È un esempio di architettura povera, fatta di materiali locali.

Nel coro si trova un caratteristico badalone, il leggio usato per la preghiera corale, e nel corridoio accanto due celle che serbano la memoria del passaggio di San Bonaventura.

Ci troviamo nel territorio di Sansepolcro, in Provincia di Arezzo, sul dolce confine fra Toscana ed Umbria.

La primitiva costruzione nasce sui resti della fortezza appartenuta al vicino castello, edificato prima che avesse origine Borgo San Sepolcro.

Si ritiene che il castello sia stato abbattuto nel 1187 insieme all’attigua fortezza. Sui resti di quest’ultima, i Camaldolesi ottennero di poter costruire un piccolo eremo ed un ospizio per i pellegrini: da lì, infatti, passava una “Via di romei”, lungo il percorso dei una strada che varcava l’Alpe della Luna, della quale ancora oggi sono visibili alcuni tratti. Non è chiara, invece, la trasformazione di questo eremo-ospizio in un “piccolo e povero Spedale”, avvenuta in poco più d’un ventennio.

Ceduto a San Francesco nel 1213, dal 1268 vede insediarsi una piccola comunità di eremiti che seguono la Regola di Sant’Agostino, approvata dal Vescovo di Città di Castello.

Padre Agostino da Stroncone, nell’anno 1268 della sua cronaca umbra, parla di questa fraternità di Terziari, e scrive: “Forse questo luogo (Montecasale) dopo la morte delli santi ladroni (1267) fu abbandonato dalli frati e questi che vi sono adesso o sono due romiti o due frati spirituali desiderosi di solitudine”.

Dopo la morte di frate Angelo Tarlati, avvenuta intorno al 1268, secondo un manoscritto di Montecasale, l’eremo viene abbandonato, ma non rimarrà mai del tutto incustodito.

Bartolomeo da Pisa, scrive nel 1385 che il “luogo lasciato dai frati, fu preso da certi penitenti del Terzo Ordine”.

Da un documento del 13 giugno 1269 risulta che “I frati Stefano e Giovanni si presentarono al Vescovo di Città di Castello, Niccolò, e a nome di un terzo frate, un certo frate Marco, similmente e devotamente chiesero di poter dimorare all’eremo di Montecasale, per servire in perpetuo all’altissimo Creatore”.

Il Vescovo acconsente, con l’obbligo di pagare, ogni anno, un simbolico contributo d’una libbra di cera.

Nel 1462 il Comune di Sansepolcro accoglie la richiesta di frate Pietro da Pisa, al quale assegna Santa Maria di Montecasale, con il sito della chiesa, le abitazioni e ogni diritto e proprietà.

Nel 1531 l’eremo passa al nascente Ordine dei Cappuccini; il loro Vicario Generale, frate Ludovico da Fossombrone, vi manda subito, in veste di Superiore, fra Luigi da Capranica. Papa Paolo III (con la Bolla “Exponi vobis”) sancisce il possesso ai Cappuccini.

Un triste capitolo è rappresentato dalle due soppressioni avvenute nel 1810 e nel 1866.

La prima è ordinata da Napoleone Bonaparte; Montecasale viene messo all’asta, venduto, e i Cappuccini devono andare via. Vi ritorneranno, con l’assenso del Governo Toscano, nel 1830. Durante la loro assenza il convento subisce i danni dell’abbandono e molti oggetti vanno perduti.

Una seconda soppressione risale al 1866 con il decreto che vende ai privati le proprietà ecclesiastiche. Per la seconda volta i frati sono cacciati dall’eremo. All’asta pubblica, il santuario e i suoi beni vengono acquistati dal nobile fiorentino Giuseppe Del Rosso, che nel 1894 ne farà gratuita cessione ai Cappuccini.

Si chiude un cerchio e il complesso ritorna all’Ordine che vi abita da quasi cinque secoli. Non per niente qui il tempo e la storia sembrano essersi fermati!

Testimonianze della presenza di San Francesco

I cavoli piantali a testa in giù

Uno dei protagonisti è il già nominato frate Angelo Tarlati.

Il fatto è così narrato da fra’ Bartolomeo da Pisa. “Una volta, due giovani vennero al beato Francesco, pregandolo d’essere ricevuti all’Ordine. Il beato Francesco, volendo provare se fossero veramente ubbidienti e preparati a rinnegare la propria volontà, li condusse nell’orto dicendo: – Venite, piantiamo dei cavoli e come vedete fare a me, così a quel modo piantate anche voi”.

Mentre il beato Francesco, piantando, poneva le radici all’insù verso il cielo, e le foglie sotto terra, uno di loro fece tutto come il beato Francesco, l’altro non lo imitò, ma disse: “Non così, Padre, si piantano i cavoli, ma all’incontrario”.

E il beato Francesco gli rispose: “Figliolo, voglio che tu faccia come me”, ma non volendolo egli fare, perché gli sembrava sbagliato, a lui disse il beato Francesco: “Fratello, vedo che sei un gran maestro, vai per la tua via, perché non sei adatto per il mio Ordine”.

E accettato il primo giovane, lo respinse.

A Montecasale, nell’orto, si coltiva ancora una pianta di cavolo in memoria dell’episodio.

 

Una leggendaria conversione

L’episodio più celebre di Montecasale è la “Conversione dei tre ladroni”, collocato fra leggenda e realtà da una antica cronaca.

“In quello tempo usavano nella contrada tre nominati ladroni, li quali faceano molti mali nella contrada; li quali vennono un dì al detto luogo de’ frati e pregavano il detto frate Agnolo guardiano che desse loro da mangiare.

E ‘l guardiano rispuose loro in questo modo, riprendendoli aspramente: ladroni e crudeli e omicidi, non vi vergognate di rubare le fatiche altrui; ma eziandio, come presuntuosi e isfacciati, volete divorare le limosine che sono mandate alli servi di Dío, che non siete pure degni che la terra vi sostenga, però che voi non avete nessuna reverenza né a uomini né a Dio che vi creò: andate adunque per li fatti vostri, e qui non apparite più! - Di che coloro turbati, partirono con grande sdegno.

Ed ecco santo Francesco tornare di fuori con la tasca del pane e con un vaselletto di vino ch’egli e ‘l compagno aveano accattato; e recitandogli il guardiano com’egli aveva cacciato coloro, santo Francesco fortemente lo riprese, dicendo che s’era portato crudelmente, - Imperò ch’elli meglio si riducono a Dio con dolcezza che con crudeli riprensioni-; onde il nostro maestro Gesù Cristo, il cui evangelo noi abbiamo promesso d’osservare, dice che non è bisogno a’ sani il medico ma agli infermi, e che non era venuto a chiamare li giusti ma li peccatori a penitenza; e però ispesse volte egli mangiava con loro.

Conciò sia cosa adunque che tu abbi fatto contra alla carità e contro al santo evangelo di Cristo, io ti comando per santa obbedienza che immantanente tu sì prenda questa tasca del pane ch’io ho accattato e questo vasello del vino, e va’ loro dietro sollecitamente per monti e per valli tanto che tu li truovi, e presenta loro tutto questo pane e questo vino per mia parte; e poi t’inginocchia loro dinanzi e di loro umilmente tua colpa, della crudeltà tua, e poi li priega da mia parte che non facciano più male, ma temano Iddio e non offendano il prossimo; e s’egli faranno questo, io prometto di provvederli nelli loro bisogni e di dare loro continuamente e da mangiare e da bere.

E quando tu arai detto loro questo, ritornati in qua umilmente.

Mentre che il detto guardiano andò a Fare il comandamento di santo Francesco, ed egli si puose in orazione e pregava Iddio ch’ammorbidasse i cuori di quelli ladroni e convertisseli a penitenza”.

 

Ancora oggi l’eremo di Montecasale, sospeso nel tempo (e forse fuori dal tempo), quasi “appoggiato” su un territorio meraviglioso, è un’oasi di pace e silenzio, un luogo dove fermarsi se ci si trova in viaggio fra l’Umbria e la Toscana.

@Ezio Marinoni

Stampa solo il testo dell'articolo Stampa l'articolo con le immagini

Articolo pubblicato il 15/01/2021