Lettere a un’amica: Giulia Beccaria (3)

Ancora un breve ritratto della madre di Manzoni e della figlia di Cesare Beccaria, questa volta attraverso una lettera immaginaria scritta da Giulia. Fantasie di una prof.

Mia cara Patrizia,

grazie, innanzitutto, per le tue lettere. Mi fanno compagnia, adesso che non ho più molto da fare. E m’incuriosiscono. Come fai a sapere, per esempio, che non ho mai letto il Decameron? Me lo spiegherai, se vuoi, magari nella tua prossima lettera. E da dove è arrivata ai tuoi genitori la strana idea di chiamarti Patrizia? Strano nome, in italiano.

Ma adesso voglio risponderti io.

Lo so, l’idea di abbattere il tempietto che avevo fatto costruire per Carlo può apparire strana, soprattutto a te che mi sembri senza pregiudizi e abituata a parlare chiaro. Proverò a spiegarti come sono andate le cose.

Come sai, Carlo è morto a Parigi, nel 1805, cioè agli albori di quell’Ottocento sentimentale e un po’ bigotto, almeno in Italia, che mi sembra tu conosca bene. Lui, allievo del Parini, era un uomo del Settecento, buono e tollerante, tanto che il suo precettore gli ha dedicato un’ode, L’educazione, in cui lo elogia per il suo amore per lo studio e lo descrive come un aristocratico intelligente e raffinato, molto diverso da quei nobili sciocchi ed insulsi che critica duramente nel Giorno.

Anche Alessandro, come sai, gli ha dedicato un carme, In morte di Carlo Imbonati, benché non l’abbia mai conosciuto. Ma si è fidato di me, delle mie parole, del mio dolore quando è mancato: con lui, ho spiegato ad Alessandro, se n’era andato l’uomo migliore che avessi mai conosciuto, un compagno di vita sincero  ed affidabile come il miglior amico, tollerante, colto e senza pregiudizi.

E figurati se ne avevo io, di pregiudizi, quando se n’è andato per sempre! Lo amavo talmente tanto che Sophie (De Condorcet n.d.r), la mia cara amica parigina, mi ha convinto a separarmi dal suo cadavere solo suggerendomi di farlo imbalsamare e poi seppellirlo nella chiesetta sconsacrata della sua casa di Meulan: capisci, in una chiesa sconsacrata, in un terreno non benedetto, violando tutte le leggi ecclesiastiche di allora. Figurati se ne avevo, di pregiudizi!     

Ma poi le cose sono cambiate. A ben pensarci, amica mia, in parte ti sei risposta da sola. E’vero: il Settecento e l’Ottocento sono stati davvero l’un contro l’altro armati. Se l’ha capito il mio Alessandro, figurati se non ho colto io la differenza, io che l’ho vissuta sulla mia pelle! Io che sono passata da un mondo dove il triangolo marito-moglie-cavalier servente era accettato e considerato normale, dove la paternità del cavalier servente nascosta dal cognome del legittimo consorte non creava nessun danno al buon nome della moglie (e io ne so qualcosa), al mondo delle mortificazioni di quel bigotto dell’abate Tosi!

Immagino già la tua domanda, cara Patrizia: “Ma allora perché mai hai deciso di ‘convertirti’ al cattolicesimo?” Anche qui la risposta non è semplice, ma ci proverò. Cosa vuoi, dopo la morte di Carlo ho sofferto tanto, pensa che addirittura avevo deciso di dedicarmi solo alle opere di carità e di limitare i miei rapporti con il mondo al minimo indispensabile. Ma poi è arrivato Alessandro e la mia vita è cambiata, di nuovo: si è creato subito tra noi un rapporto bellissimo, di stima e di fiducia reciproca. E poi c’è stato il matrimonio con quell’angelo di Enrichetta, il ritorno a Milano, la prima figlia, Giulietta.

Eravamo davvero felici, ma tutti ci guardavano male. A Milano io ero una peccatrice, una che aveva lasciato il marito per andarsene a Parigi con il suo amante, Enrichetta una calvinista e Alessandro uno che aveva sposato una protestante. Ce ne siamo tornati di nuovo a Parigi, dove la mentalità continuava ad essere più aperta. E lì sono successe tante cose. Enrichetta ed Alessandro hanno parlato a lungo con Fauriel e con l’abate Degola, Alessandro ha vissuto il terrore di aver perso sua moglie e poi la gioia di ritrovarla dopo la preghiera a San Rocco, io li ho seguiti nelle loro riflessioni.

Abbiamo deciso insieme di “convertirci” al cattolicesimo; per me ed Alessandro ha significato avvicinarci davvero ad una religione, considerato che prima non ne avevamo mai avuta davvero nessuna, per Enrichetta abiurare la fede in cui era stata allevata dai suoi genitori che lei tanto amava. Capisci, quindi, che è stata una scelta importante, in nome della quale ho dovuto pentirmi del mio passato di “peccatrice”. Me ne sono pentita veramente? Davvero mi sono pentita del mio amore per Giovanni (tu lo sai chi è, vero?) e della mia scelta di vivere a Parigi con Carlo? A pensarci adesso non ne sono così sicura. Anche allora, ti dirò, quando l’abate Tosi ci faceva pregare a tutte le ore del giorno e della notte, costringendoci a sveglie massacranti al buio e al freddo, qualche dubbio ce l’avevo.

Ma quando vedevo Alessandro ed Enrichetta così convinti, non me la sentivo proprio di deluderli. E anch’io, te lo confesso, ero attirata dal rigore delle idee che avevo sentito esporre a Parigi.

Certo Degola era diverso da Tosi, ma cosa vuoi, è stato lui ad affidare la nostra famiglia a Tosi per la preparazione ai sacramenti. Non aveva certo l’apertura di pensiero di Degola, ma ha saputo aiutarci, tutti e tre, chi in un modo chi in un altro, a trovare un buon equilibrio interiore e a convivere con la società milanese in cui eravamo tornati. Quando poi, però,  mi  è stato fatto notare che la presenza del tempietto dedicato a Carlo era sconveniente, che ricordava troppo il mio passato di “peccatrice”, sul momento sono andata su tutte le furie; dopo tutto quella casa con il  giardino me l’aveva lasciata Carlo, no?

Ma la mia è stata una furia silenziosa, che mi sono tenuta dentro; Alessandro ed Enrichetta tacevano, quasi non osavano guardarmi negli occhi, ma io vedevo, sotto il loro arrossire ed impallidire, la preoccupazione sincera per la salvezza della mia anima e il desiderio che fossimo tutti accettati nella società milanese. Anche io, te lo confesso, avevo i medesimi desideri.

La salma di Carlo era già stata tumulata nel cimitero di Brusuglio,ma il tempietto mi ricordava un passato di cui non potevo dire a me stessa di essere davvero pentita.  Alla fine, ho pensato alle idee buone e tolleranti di Carlo, al bene che aveva mostrato di volere ad Alessandro, che mai aveva conosciuto, e ho deciso di cedere: ero sicura che lui avrebbe capito.

Ecco, cara amica, perché ho fatto abbattere il tempietto che avevo fatto costruire. Entrambe le cose, in fondo, per amore.

A presto, amica mia

 

                      Giulia

 

 

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Articolo pubblicato il 14/01/2021