La «Torino noir» vista e narrata da Milo Julini

Una serva ladra per amore

Le performance femminili nei tribunali di ogni ordine e grado sono un classico della “Giustizia che diverte”. Angela Barbero da Roccaverano (Asti), la giovane cameriera protagonista della storia odierna, è accusata di furto aggravato e compare addirittura in Corte d’Assise, dove dà spettacolo con le sue affermazioni e le sue risposte fin troppo sincere. Leggiamo di questo dibattimento nella Cronaca giudiziaria del giornale torinese La Discussione, nella prima metà dell’anno 1863 (1). Lo riportiamo nel brillante e simpatico testo originale dell’anonimo cronista.

 

Barbero Angela da Roccaverano, piccola terra del circondario d’Acqui, è una giovane che non ha i mezzi di fortuna e non sa vivere senza amanti che più belli e robusti sono, più le piacciono. Questa è una debolezza comune al sesso, eccettuate voi, mie care leggitrici.

Fra i suoi compaesani la Barbero non ha, secondo lei, di che far buona scelta; d’altronde vorrebbe far le cose sue inosservata e nel suo paese non ha né agio, né comodità.

La città offre maggiori vantaggi in materia di amore, ella perciò prende servizio presso un israelita d’Acqui; ma non tarda ad esserne discacciata perché quando esce per qualche commissione, non prende sempre le vie più brevi a ritornare a casa, e ciò è naturale: se deve andar coi soldati non può spicciarsi, e in amore pare che il tempo raddoppii le velocità. Vi sono certi padroni che hanno la testa dura e non la vogliono capire! Che che ne sia, la Barbero abbandona Acqui e viene in Torino, dove non può stare più di otto giorni in una casa pel solo motivo che anche in Torino si trovano soldati. Per far piacere ai padroni o padrone delle serve, bisognerebbe sopprimere le guarnigioni, bisognerebbe tenere sempre i soldati in guerra.

Al primo novembre 1862 la Barbero fu accolta in qualità d’ancella presso la vedova Pillet abitante in vicinanza della Vigna della Regina, e la sera dello stesso mese scomparve. La vedova Pillet domanda di Angiolina e nessuno sa darne notizie, le vengono in mente alcuni sospetti, corre a verificare le cose sue e trova mancanti la cassetta delle proprie gioie, nonché molti effetti del suo abbigliamento, del valore complessivo di lire seicento. Si allarma e va per la città in traccia della serva, la quale in assenza della padrona, ritorna a casa, depone nel pristino luogo la cassetta vuota e fugge nuovamente.

La Pillet rende informato dell’accaduto la polizia, la quale si dà le mani attorno per trovare la Barbero e gli oggetti derubati.

La maggior parte dei pezzi d’oro sono rinvenuti al Monte di Pietà impegnati per lire 127 e la Barbero viene arrestata dinanzi all’Arsenale, mentre, vestita di un ricco abito della sua padrona, aspetta un leggiadro e robusto cannoniere.

Si sospetta che anche costui sia complice, ma nulla di positivo si venne a stabilire, per cui la Barbero soltanto comparve di questi giorni davanti la Corte d’Assise di Torino, accusata di furto con triplice qualificazione, per la persona, pel valore e pel mezzo.

Il Presidente le domanda: Siete maritata?

Accusata. No signore.

P. Un verbale della Giunta municipale di Roccaverano dice che sì.

A. Ed io dico che no; ho degli amanti, ma questi non mi hanno ancora sposata. (Ilarità).

P. Credo che non vi sposeranno.

A. Chi sa: essi sono tutti buoni giovani: spero. (Ilarità).

P. Dicesi che avete sposato un certo Delprato, da cui vi siete separata per motivo di gelosia.

A. Finora, ripeto, non possiedo alcun marito legittimo.

P. Voi avete tenuto più padroni ...

A. Sì, ma essi non volevano che io facessi all’amore, per cui li ho abbandonati.

P. Sembra che fossero i padroni che vi discacciassero dal loro servizio.

A. Sì, da alcuni fui licenziata, da altri me ne partiva volontariamente.

P. Avete mai rubato nulla ai vostri padroni?

A. Ho rubato soltanto alla Pillet.

P. Perché l’avete derubata?

A. Per estinguere alcuni miei debiti.

P. Ed anche per soccorrere alcuni amanti, non è vero?

A. Sì, poveri giovani! (Ilarità).

P. Quanti amanti avete in Torino?

A. Ne ho soltanto due. (Ilarità prolungata). Uno abita alla Vigna della Regina e l’altro è il cannoniere.

P. Quando siete stata arrestata aspettavate il cannoniere?

A. Sissignore.

P. Per far bella figura avevate indossato gli abiti della padrona?

A. Sissignore.

P. Si vede che siete sincera.

A. Sempre, Eccellenza.

P. Brava: che cosa avete fatto dei vezzi d’oro della Pillet?

A. Li ho impegnati al Monte Pio per L. 60.

P. Adesso non siete più sincera. Dalla polizza risulta che vi furono pagate lire 127.

A. Se è così fui ingannata da quei signori, hanno scritto una cifra e mi sborsarono meno. (Ilarità).

P. Perché avete riportato nuovamente la cassetta vuota alla casa della Pillet?

A. Perché non sapeva che cosa farne, io voleva rubare soltanto i vezzi d’ oro e non la cassetta. (Ilarità).

Sentonsi la querelante e i testimoni, e quindi il presidente dà la parola al Pubblico Ministero rappresentato dall’avv. Migliore, il quale non ha da durare molta fatica a dimostrare la colpevolezza dell’accusata.

L’avvocato Teja sostituto avvocato dei poveri a suo malincuore deve confessare che la Barbero sia colpevole; ma crede che il furto non sia triplicemente qualificato; cerca di escludere la qualificazione del mezzo e del valore e vi riesce quanto a questa ultima, strappando in pari tempo dai giurati le circostanze attenuanti.

La Corte perciò condanna la Barbero alla pena della reclusione per anni 4, durante i quali sarà forzata a vivere senza amanti.

Il testo, già di per sé brioso e vivace, ha un valore aggiunto. Dopo il dibattimento, il cavalier Antonio Baratta recita un sonetto che gli è stato ispirato da questo processo.  Il cavalier Baratta (Genova, 1802 - Torino, 1864), già diplomatico a Costantinopoli, giornalista e scrittore bohémien torinese d’adozione è un curioso personaggio ricordato come autore di caustici e mordaci epigrammi diretti a politici e intellettuali del suo tempo. Nel 1863, il cavalier Baratta ha preso l’abitudine di commentare alcuni processi celebrati nella nostra città con un sonetto estemporaneo che viene poi pubblicato sulla Gazzetta di Torino, quotidiano torinese celebre per la sua cronaca giudiziaria (1).

Anche altre testate giornalistiche, come in questo caso La Discussione, arricchiscono i loro resoconti processuali con le poesie del nostro cavaliere. Così, a conclusione del racconto, possiamo leggere questo sonetto:

 

Amor, possente e capriccioso arciero

Che anco i cuori plebei conquide e fere,

Stampava in petto d’Angela Barbero

L’immagine gentil d’un cannoniere.

Ma le finanze sue ridotte a zero,

La dura vita e l’umile mestiere

Lottavano nel giovane pensiero

Colle concette erotiche chimere.

Posta dal fatto in così dura stretta

La quadrilustre sconsigliata ancella

Ruba alla sua padrona una cassetta.

Cose essa vi trovò meschine e poche;

Ciònnullameno il fisco [autorità giudiziaria, N.d.A.] la martella

A salutare esempio delle cuoche.

 

È curioso infine precisare che questa cronaca, pubblicata in un quotidiano di Torino capitale del neonato Regno d’Italia, viene ripresa nel numero del 2 agosto 1863 da L’Eco dei Tribunali, giornale di giurisprudenza penale pubblicato a Venezia, quindi in uno stato straniero perché il Veneto è ancora compreso nell’Impero Austro-Ungarico. L’Eco dei Tribunali inserisce questo resoconto nella parte dedicata alle Varietà: un riconoscimento della declinazione giocosa della vicenda della nostra ardente cameriera e del sonetto estemporaneo del cavalier Baratta!

(1) Questo quotidiano, secondo le scarsissime informazioni disponibili in rete, è stato fondato da Pier Carlo Boggio (Torino, 1827 - Lissa, 1866) il 4 agosto 1862 ed è rimasto attivo fino al 1864, come organo del partito cavouriano. Lo hanno diretto lo stesso Boggio e successivamente Carlo Michele Buscalioni (Mondovì, 1824 - Napoli, 1885).

(2) Ho raccolto i sonetti del cavalier Baratta pubblicati sulla Gazzetta di Torino nel mio libro Delitto e poesia. I sonetti "criminali" del cavalier Baratta 1863-1864 (Libreria Piemontese Editrice, Torino, 2000).

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Articolo pubblicato il 20/01/2021