Don Angelo Dalmasso, Cuneese, Sacerdote, sopravvissuto a Dachau
Don Angelo Dalmasso

Di Andrea Elia Rovera

A quindici anni dalla sua scomparsa credo sia opportuno che scriva qualche riga su un santo sacerdote cuneese di cui ho avuto il privilegio di essere amico e figlio spirituale. Sto parlando di don Angelo Dalmasso.

Angelo nasce a Robilante, Valle Vermenagna, in provincia di Cuneo il 28 settembre 1918 in una famiglia semplice e contadina. Ha frequentato il Seminario minore a Cuneo per poi trasferirsi nei Collegi Salesiani di Avigliana, Pinerolo, Torino, e Foglizzo. Il suo attaccamento alla Granda ed alle sue belle valli però è tornato a farsi sentire e il giovane Angelo torna a Cuneo per frequentare il Seminario Maggiore dal quale uscirà sacerdote il 19 giugno 1943. Pochi mesi dopo, il 19 settembre, il Vescovo lo invia come Vice Parroco nella Parrocchia Sant'Ambrogio di Cuneo. Purtroppo, in quello stesso giorno un suo compagno di seminario, don Mario Ghibaudo, viene ucciso dai nazisti nel comune di Boves. Nello stesso eccidio viene trucidato anche don Giuseppe Bernardi. Don Angelo apprende la notizia e ne resta profondamente segnato. I rumori della guerra e le atroci sofferenze che essa si porta appresso scandalizzano profondamente gli animi degli operatori di pace.

Don Angelo continua a svolgere il suo operato all'interno della Parrocchia. In modo particolare si dedica ai giovani e anima l'Azione Cattolica in modo da preparare schiere di giovani sani, intellettualmente onesti e pronti a servire i poveri in tempi tanto bui.

Arriva il Natale e i giovani dei nuclei partigiani riunitisi sopra il comune di Roaschia sentono la necessità di partecipare alla messa di mezzanotte. Scendere dagli avamposti montani però può essere pericoloso anche perché il Comandante del Littorio aveva dato ordine di catturare tutti i disertori che si erano uniti alle formazioni partigiane per non assolvere l'obbligo di leva militare.

Il vescovo, Mons. Rosso, viene informato della questione e decide di rivolgersi alla parrocchia più vicina all’episcopio. Chiama il giovane don Angelo e gli chiede se si sente di andare a celebrare la Messa di Natale ai giovani partigiani. Don Angelo accetta prontamente e si mette in cammino per le Baite di Monfranco sopra Roaschia. Celebra l'Eucaristia e, il giorno dopo, torna nella sua parrocchia. A quanto pare la celebrazione della sua Messa si è saputa nella sede del Littorio perché dopo poche ore arrivano degli uomini per interrogarlo. Sapevano già tutto; qualcuno aveva fatto la spia. Dalla sede del Littorio lo conducono alla Caserma Piglione dove lo detengono per circa cinque giorni. Dopo averlo interrogato - senza ottenere informazioni utili - decidono di portarlo alle Carceri Giudiziarie di Via Leutrum, a 50 metri dalla parrocchia in cui era vice parroco. La detenzione qui dura un anno. Al termine di questo periodo don Angelo viene portato a “Le nuove” di Torino dove trascorrerà parecchi mesi sempre sotto interrogatori. Le SS, non avendo ottenuto nulla di utile, lo fanno tradurre a Bolzano dove incontrerà anche il famoso frate domenicano Padre Girotti.

A Bolzano lui e Padre Girotti vengono spogliati di talare e saio e vengono vestiti con la tuta blu, vengono tatuati con il numero di riconoscimento e spediti nei campi a raccogliere mele tutto il giorno. A Bolzano restano poco. Il comandante del Campo gli comunica che verranno trasferiti in Germania. La paura inizia a farsi sentire sempre più forte anche perché le voci di ciò che accadeva in Germania erano arrivate forti e chiare in Italia.

Arrivati a Dachau vengono portati nel cortile del campo, spogliati e condotti alla baracca della disinfezione. Li vengono forniti di uno straccio per coprire la nudità e assegnati al Blocco 25. Don Angelo viene assegnato alla pulizia del “whaschraum”, ossia delle latrine.

Ad un certo punto i nazisti decidono di spostare tutti i preti in dei blocchi appositi così almeno la situazione di don Angelo migliora. Quando ne parlava diceva che “era sempre un campo di sterminio, ma eravamo tutti preti e nessuno rubava ad un altro, nessuno maltrattava l’altro”. Si lavorava molto e le razioni di cibo erano parecchio scarse. Don Angelo quando è mancato pesava all'incirca 80 chili; quando si trovava a Dachau era 32 chili!

Dopo un altro periodo di lavori duri, don Angelo viene trasferito nel reparto delle asole e dei bottoni dove diventa un provetto sarto. Mi ricordo che nel suo alloggio aveva ancora dei bottoni che si portò via da Dachau.

Per fortuna arriva il 29 aprile 1945 quando le truppe americane liberano il campo e riportano don Angelo e gli altri superstiti nei loro paesi di origine. Durante il viaggio di ritorno don Angelo e gli altri vengono spostati per un giorno a Benediktbeuren, in una casa salesiana, dove vengono rifocillati e ricevono qualche vestito pulito. Da lì vengono tradotti a Bressanone, da Bressanone a Monza – dove don Angelo celebra la Messa per il Corpus Domini in Cattedrale – e poi a Milano dal Cardinal Schuster che benedice e rinfranca l’animo dei sacerdoti scampati al campo.

Tornato finalmente a Cuneo don Angelo riassapora l’odore leggero della libertà ma non smette di essere prete per il prossimo e da disponibilità al Vescovo per essere Cappellano Militare. Ricopre questo incarico per alcuni anni e dal 1948 al 1950 va anche in Somalia per rinfrancare l'umore e lo spirito delle truppe. Tornato in Italia la Diocesi lo nomina Parroco di San Lorenzo di Caraglio dove resterà vari decenni. Raggiunta l'età avanzata rassegna le dimissioni da Parroco ed il Vescovo lo assegna alla Chiesa di Sant’Antonio di Cuneo dove svolge anche la funzione di Cappellano dell’annessa Casa di Riposo comunale.

Qui ho conosciuto don Angelo Dalmasso e l'ho avuto come confessore e padre spirituale dal 2002 al 2005 quando, il 4 aprile, torna alla Casa del Padre.

Al suo funerale la chiesa di Sant’Antonio era gremita e hanno concelebrato, tra i vari confratelli sacerdoti, Mons. Natalino Pescarolo, Vescovo emerito di Cuneo e Fossano e Mons. Giuseppe Cavallotto, Vescovo ordinario della Diocesi. È stata l’ultima Messa che ho servito come chierichetto al mio amico don Angelo.

Ho voluto raccontare questa biografia perché credo sia necessario mantenere il forziere storico, culturale e religioso dei personaggi buoni ed altruisti del nostro Piemonte affinché le giovani generazioni sappiano quali sono le nostre radici ed il nostro patrimonio.

Andrea Elia Rovera

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Articolo pubblicato il 22/01/2021