La Strategia Gramsciana e la via italiana al comunismo - Parte 2

Chi sbaglia storia, sbaglia politica

 

La teoria dell’azione comunista: il leninismo

 

Nella prospettiva di trasformare il mondo, il movimento comunista trova in Lenin (Vladimir Il’ic Ul’janov, 1870-1924) un organizzatore ed un teorico dell’azione formidabile. La sua forza è nell’essere assolutamente coerente con la dottrina: come questa dissolve nella dialettica ogni verità «data», così l’agire comunista, secondo Lenin e da Lenin in poi, si concede la massima libertà immaginabile, concepisce le proprie mani come assolutamente libere, anche dalla dottrina stessa. È precisamente nella libertà di essere incoerenti rispetto all’ideologia che consiste la coerenza con essa, dato il suo carattere dialettico, cioè integralmente relativista[27]: «vero», «giusto» non hanno senso se non come traduzioni, per un mondo e per degli uomini che ancora non possono rinunciare a simili parole, del concetto di efficace, con riferimento alla capacità dell’azione di essere Rivoluzionaria, cioè di determinare cambiamenti effettivi nella storia[28].

 

Ed il primo cambiamento, condizione di tutti gli altri, cioè della Rivoluzione, è la conquista del potere da parte del partito Rivoluzionario, cioè del partito comunista. Se la teoria dell’azione ponesse degli ostacoli a tale conquista del potere, non sarebbe Rivoluzionaria: ed allora non solo la vecchia morale borghese, ma anche una pseudo morale rivoluzionaria vanno superate. Così «morale», sempre per usare una parola «vecchia» ma per il momento non ancora sostituibile, è solo ciò che consente la conquista ed il mantenimento del potere da parte del partito Rivoluzionario per fare la Rivoluzione. Quindi, in questa coerenza dialettica, che sussiste proprio nella continua contraddizione, si combinano – ciò che appare all’osservatore «aristotelico» inconciliabile – la fede nelle leggi ferree della storia, e quindi una sua concezione deterministica, e la fede nell’onnipotenza dell’azione Rivoluzionaria, svincolata da ogni limite, quanto alla scelta dei mezzi e dei gesti da compiere, che non sia la valutazione delle probabilità di successo.

 

«La fede nell’onnipotenza dell’azione e l’idea delle leggi della storia (…): al culto della volontà (…) Lenin aggiunge le certezze della scienza tratte dal Capitale. La rivoluzione recupera nel suo arsenale ideologico quel surrogato di religione (…). E combinando, a disprezzo della logica questi due modernissimi elisir, prepara una pozione tanto forte da inebriare generazioni di militanti»[29]. «Con Lenin, il rivoluzionario si trasforma da levatrice della storia, da “personificazione” come il capitalista di categorie economiche oggettive, che gli dettano modi e tempi del suo agire, in una sorta di superuomo, che assume su di sé il compito di deviare il fiume della storia dal suo corso, di sottometterlo, costi quel che costi, alla propria demiurgica volontà di potenza»[30].

 

Applicando questo criterio, Lenin trascura le «fasi naturali dello svol-gimento storico», destinate a succedersi secondo leggi operanti «con bronzea necessità», non attende che «si siano sviluppate tutte le forze produttive, che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali» per il passaggio a «nuovi e superiori rapporti di produzione», cioè al socialismo. Egli non aspetta e passa all’azione. Sfruttando una storica opportunità, la Prima Guerra Mondiale, sceglie la via «giusta» per fare la Rivoluzione in Russia, misurata sul panorama storico che ne costituisce l’orizzonte concreto. In un paese poco articolato socialmente, in cui la struttura del potere politico è rigida e  fortemente accentrata, Lenin, che ha formato il partito[31] come élite di Rivoluzionari di professione – «coorte di ferro» gerarchicamente ordinata, retta da una disciplina severissima, poco disponibile ad accogliere le istanze di democrazia interna –, che si prepara all’insurrezione armata per conquistare il «Palazzo», non appena se ne presenta l’occasione, lo conquista.

 

Questo è luogo non solo simbolico del potere, che vi è realmente concentrato nella sua maggior parte. Però, la via militare, rivelatasi efficace in Russia, tanto che la Rivoluzione è in realtà un golpe, presto mostra la sua inadeguatezza per l’Europa occidentale, dove vivono i «popoli dominanti», secondo l’espressione marxiana. Una alla volta falliscono o si esauriscono le insurrezioni armate, i golpe attuati o tentati sul modello di quello bolscevico, dalla Germania (Berlino, Monaco) all’Ungheria, ed anche in Italia. Episodio determinante che costringe il mondo comunista a convincersi che non il paradigma di Lenin – «mani libere» nell’azione, primato del volontarismo Rivoluzionario e del costruttivismo sul rispetto formale delle leggi della storia –, ma la sua scelta concreta, la via «militare», non è quella «giusta» per la Rivoluzione in Occidente.

 

E' il cosiddetto «”miracolo della Vistola” – la battaglia in cui, il 15 agosto 1920, l’esercito dello Stato polacco “risuscitato” sotto la guida del maresciallo Jòzef Pilsudski, fermò davanti a Varsavia l’Armata Rossa in marcia verso il cuore dell’Europa per sostenere manu militari i moti spartachisti tedeschi»[32]. Tale episodio, insieme con tutti gli altri fallimenti, sollecita una riflessione, che parte dallo stesso Lenin, e che trova nell’italiano Antonio Gramsci uno dei suoi maggiori protagonisti, insieme con l’ungherese György Lukács[33] (1885-1971), sulle «difficoltà della Rivoluzione nei paesi a grande articolazione sociale, cioè nei cosiddetti “punti alti” del capitalismo»[34], che porterà alla elaborazione di una strategia per la quale «l’egemonia culturale ha il primato su quella politica»[35]: il «gramscismo», o per dir meglio il «marxismo-leninismo-gramscismo»

 

Annotazioni: 

 

[1] Mihail Geller (1922-1997) e Aleksandr Nekric, Storia dell’URSS dal 1917 a Eltsin, Bompiani, Milano 1997, p. 5.

 

[2] Si sono utilizzati soprattutto gli elementi documentalmente riscontrabili, onde evitare il sospetto di aver proceduto ad estrapolazioni tali da alterare il senso di ciò che viene riportato, ovvero di strumentalizzazione di scritti o dichiarazioni dal senso o dalla finalità diversi da quelli risultanti dalla citazione. Utilissime, però, per penetrare a fondo la psicologia dei protagonisti della storia del PCI e dello stesso partito, le opere dal tratto memorialistico di Massimo Caparara, particolarmente attendibili perché l’autore fu vicino al «Migliore», cioè al segretario generale del PCI, Palmiro Togliatti, quanto nessun altro tra i dirigenti di partito, quale collaboratore e fiduciario personale. Cfr Massimo Caprara, L’inchiostro verde di Togliatti, Simonelli, Milano 1996; Idem, Quando le botteghe erano oscure. 1944-1969 uomini e storie del comunismo italiano, il Saggiatore, Milano 1997; Idem, Togliatti, il Komintern e il gatto selvatico, Bietti, Milano 1999.

 

[3] Karl Marx (1818-1883), Tesi su Feuerbach, in Friedrich Engels (1820-1895), Feuerbach e il punto d’approccio della filosofia classica tedesca, trad. it., Editori Riuniti, Roma 1972, p. 86. 

 

[4] Così si esprimeva Feliks Edmundovic Dzerzinskij (1877-1926), primo capo e organizzatore della CEKA (Crezvycajnaja Kommissija po bor’be s kontrrevoljuciej i sabotazem, «Commissione Straordinaria per la lotta alla controrivoluzione e al sabotaggio»), la polizia politica segreta istituita con decreto del SOVNARKOM (acronimo del Consiglio dei Commissari del Popolo, il governo sovietico) il 7 dicembre 1917 con lo specifico compito di reprimere con il terrore – anche preventivo –  ogni possibile opposizione al potere bolscevico. Cit. in W. Bruce Lincoln, I Bianchi e i Rossi. Storia della guerra civile russa, Mondadori, Milano 1994, p. 119.

 

[5] Vladimir Maksimov, Uno sguardo nell’abisso, Spirali/Vel, Milano 1992, p. 27.

 

[6] Giuseppe Carlo Marino, Autoritratto del PCI staliniano.1946-1953, Editori Riuniti, Roma 1991, p. 12.

 

[7] Cfr. Ruggiero Zangrandi (1915-1970), Il lungo viaggio attraverso il fascismo. Contributo alla storia di una generazione 1, Garzanti, Milano 1971, pp. 90-91; M. Caprara, Togliatti, il Komintern e il gatto selvatico, cit., pp. 44-45, 134; e Aldo Agosti (storico comunista), Palmiro Togliatti, UTET, Torino 1996,  pp. 205-208, e pp. 210-212 sulla «consegna del silenzio» riguardo Gramsci.

 

[8] Cfr. Victor Zaslavsky, Il massacro di Katyn. Il crimine e la menzogna, Ideazione, Roma 1998, pp. 8-11.

 

[9] Cfr. Stéphane Courtois e Jean-Louis Panné, L’ombra dell’NKVD in Spagna, in AA.VV., Il libro nero del comunismo. Crimini, terrore, repressione, Mondadori, Milano 1998, pp. 312-329 (313-317), e Gabriele Ranzato, La guerra di Spagna, Giunti, Firenze 1995, pp. 61-65 e p. 106.   

 

[10] Cfr, Stéphane Courtois e Jean-Louis Panné, Il Comintern in azione, in AA.VV., Il libro nero del comunismo, cit., pp. 255-311 (281-282).

 

[11] Cfr. Miriam Mafai, L’uomo che sognava la lotta armata. La storia di Pietro Secchia, Rizzoli, Milano 1984, p. 144; M. Caprara, Togliatti, il Komintern e il gatto selvatico, cit., pp. 11-19; e A. Agosti, op. cit., pp. 214-223.

 

[12] Palmiro Togliatti, lettera a Vincenzo Bianco del 15 febbraio 1943, cit. in Elena Aga Rossi e Victor Zaslavsky, Togliatti e Stalin. Il PCI e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca, il Mulino, Bologna 1998, p.165.

 

[13] Ibidem, pp. 157-176.

 

[14] «Togliatti confidò […] che il PCI era “chiamato a diventare il ‘commissario politico collettivo’ dell’Italia combattente per ripulire la resistenza dalle persone non fidate e puntare sull’insurrezione socialista” perché molti reparti erano “inquinati, con la gente arrivata lì per caso, militari fuggiti dal fronte ed elementi anarchici”». «Fin dall’inizio obiettivo prioritario era stato l’egemonia sul movimento partigiano per assumerne la guida politica» (Ibidem, pp. 88-89. La sottolineatura è mia). Cfr. anche Renzo De Felice, Rosso e nero, Baldini & Castoldi, Milano 1995, pp. 69-71.

 

[15] Pietro Di Loreto, Togliatti e la «doppiezza». Il PCI tra democrazia e insurrezione (1944-1949), il Mulino, Bologna 1991, p. 73.

 

[16] Miriam Mafai, op. cit., p. 47.

 

[17] P. Togliatti, Togliatti chiama a difendere le libertà costituzionali calpestate dal governo del privilegio e dell’imperialismo straniero, in L’Unità 13 ottobre 1948 (la sottolineatura è mia).

 

[18] «Uno dei miti più persistenti (…) è stato quello che interpreta la storia del PCI come una costante evoluzione verso una sempre maggiore autonomia da Mosca (…). Tale approccio ha portato a sottovalutare la caratteristica fondamentale di questo partito, l’appartenenza dei suoi dirigenti ad una élite rivoluzionaria guidata dall’Unione Sovietica» (E. Aga Rossi e V. Zaslavsky, op. cit., p. 20), circostanza documentata dai resoconti, custoditi negli archivi di Stato e di partito a Mosca, delle centinaia di colloqui tra i dirigenti del PCI e l’ambasciatore dell’URSS a Roma, Mikhail A. Kostylev, dal quale gli italiani si recano quotidianamente «a rapporto» nella difficoltà di incontrare direttamente la leadership sovietica. «I dirigenti del PCI si sentivano in primo luogo e soprattutto rappresentanti degli interessi sovietici, anche quando rivestivano posizioni ufficiali nel governo italiano» (ibidem, p. 257).

 

[19] «Durante gli anni della partecipazione delle sinistre al governo (…) il contenuto delle sedute (…), i problemi discussi e le decisioni prese erano spesso comunicati lo stesso giorno all’ambasciatore Kostylev da Togliatti o da altri rappresentanti comunisti del governo»  (ibidem, p. 131).

 

[20] Cfr. Ibidem, p. 149.

 

[21] Cfr. Ibidem, pp. 131-132.

 

[22] Cfr. Ibidem, p. 259.

 

[23] Cfr. V. Zaslavsky, Il massacro di Katyn. Il crimine e la menzogna, cit., pp. 61-62.

 

[24] Cfr. Vladimir Bukovskij, Gli archivi segreti di Mosca, Spirali, Milano 1999.

 

[25] Cfr. Erich Honecker, Un uomo di pace, così voglio ricordarlo, in AA.VV., Enrico Berlinguer, Edizioni l’Unità, Roma 1985, pp. 252-254.

 

[26] «Il PCI, a partire dalla sua battaglia per le riforme di struttura, esercitò su tutti i processi della modernizzazione una spinta costante, conquistandosi un’egemonia che sarebbe fazioso disconoscere. Non era stato, infatti, il PCI, anche se non l’unico, certo un fondamentale motore della dinamica sviluppatasi nella formazione e nella crescita dello “Stato sociale”? Come sarebbe stato possibile, altrimenti, arrivare (…) all’avvio di più coraggiosi indirizzi neocapitalistici e alle affermazioni del settore dell’economia pubblica (…), alla nazionalizzazione delle fonti di energia, (…) e allo “Statuto dei lavoratori”?» (G. C. Marino, op. cit., p. 203).

 

[27] Nessuna descrizione migliore del carattere dissolutore di ogni verità e radicalmente relativista della filosofia hegeliana, «anima» di quella marxista, cui dà il fondamentale contributo della dialettica, possiamo trovare oltre la potente sintesi di Engels: «Per questa filosofia non vi è nulla di definito, di assoluto, di sacro; di tutte le cose e in tutte le cose essa mostra la caducità, e null’altro esiste per essa all’infuori del processo ininterrotto del divenire e del perire, dell’ascendere senza fine dal più basso al più alto, di cui essa stessa non è che il riflesso nel cervello pensante. Essa ha però anche un lato conservatore: essa giustifica determinate tappe della conoscenza e della società per il loro tempo e per le loro circostanze, ma non va più in là. Il carattere conservatore di questa concezione è relativo, il suo carattere rivoluzionario è assoluto – il solo assoluto che essa ammetta» (F. Engels, Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca, Edizioni Rinascita, Roma 1950, pp. 13 e ss., cit. in Idem e K. Marx, La concezione materialistica della storia, Editori Riuniti, Roma 1974, Introduzione di Fausto Codino, p. 12).

 

[28] «Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente» (F. Engels e K. Marx, Ibidem, p. 58).

 

[29] François Furet (1927-1997), Il passato di un’illusione. L’idea comunista nel XX secolo, Mondadori, Milano 1995, p. 77.

 

[30] Domenico Settembrini, Il fascino perverso del Diciassette, in Ideazione. I percorsi del cambiamento, anno quarto, n. 5, settembre ottobre 1997, p. 71.

 

[31] «Una grande azienda per la demolizione e l’edificazione sociale», così Victor Serge (1890-1947), rivoluzionario poi caduto in disgrazia, definisce il partito di Lenin (V. Serge, L’Anno primo della rivoluzione russa, Einaudi, Torino 1991, p. 42).

 

[32] Giovanni Cantoni, Le grandi linee politiche in Italia nel quindicennio dal 1979 al 1994 in una prospettiva contro-rivoluzionaria con qualche orientamento operativo, del 6 maggio 1994, inedito, p. 3.

 

[33] Un ritratto umano ed intellettuale del filosofo marxista ungherese in F. Furet, op. cit., pp. 143-151.

 

[34] G. Cantoni, op. cit., p. 3.

 

[35] Ibidem.

 

 

 

 

 

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Articolo pubblicato il 25/01/2021