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Le idee non nascono sempre nella mente umana, ma in essa ci si trovano bene.

Chiunque nell’arco della propria vita può dire almeno una volta: “ho avuto un’idea!” Da quella più banale a quella più complessa, nel corso di un’attività specifica oppure in modo estemporaneo, improvvisamente essa sembra scaturita dal niente facendoci gridare al mondo “eureka”. E poi si sviluppa proiettandosi sullo schermo interno della mente articolandosi in mille sfaccettature, rivelando particolari così vividi e perfetti da sedurre ogni energia disponibile per poterli contemplare in tutta la loro completezza. Idee così vivide e dialoganti da sembrare entità pienamente viventi ed autonome.

 

Cosa sappiamo veramente di come nascono le idee?

 

Di solito ben poco, ma, nonostante ciò, siamo immediatamente pronti ad affermarne e difenderne il possesso come se fosse un nostro diritto sancito dalla convinzione di averle generate in totale autonomia.

 

Tuttavia ciò è quasi del tutto errato; nessuno può essere considerato proprietario esclusivo di un’idea, anche se per convenzione, e piuttosto di recente, sono stati creati organismi ed istituzioni a protezione di tale assunto. Per questo esistono, a tutela dei brevetti e della proprietà intellettuale, apposite strutture con determinate funzioni di esame della unicità di quanto viene sottoposto alla loro verifica.

 

Diversamente dall’idea, può e dovrebbe essere tutelato solamente tutto ciò che permette lo sviluppo e la realizzazione di un’idea perché tale processo implica l’uso di strumenti, materiali e risorse che richiedono mezzi ed energie illimitate senza peraltro garantirne funzionalità e successo.

 

Si tratta di un argomento estremamente complesso specialmente quando si entra nel merito dello sviluppo e realizzazione di beni o servizi di pubblica utilità come medicinali e vaccini.

 

Lasciamo che tempo e situazioni provvedano a metterci di fronte alla inderogabile necessità di trovare una soluzione coerente con i principi fondamentali ed essenziali della vita.

 

E, mentre tale processo procede, proviamo ad osservare un qualsiasi fatto riferito ad esso.

 

Prendo ad esempio l’idea allegata a questo articolo, idea proveniente dal mio archivio e risalente alla seconda metà degli anni 80 del secolo scorso (che detto così sembra molto più lontano nel tempo).

Che l’essere umano abbia sempre cercato di proteggersi dalla pioggia “non ci piove”. Dal rifugiarsi in una grotta o ripararsi almeno la testa con una foglia di palma, dal tirarsi su la pelle di animale con la quale si proteggeva il corpo per coprirsi anche la testa, fin dall’alba dei tempi ognuno ha trovato il modo di farlo.

 

Conosciamo forse il primo che lo ha fatto?

 

Dopo di che sono nati cappucci impermeabili ed ombrelli, ed oggi non si contano più coloro che li producono in tutte le forme, colori e funzioni.

 

Preso da questo delirio di innovazione a tutti i costi e inseminato da un’idea vecchia quanto il mondo, anch’io ho fatto la mia parte, e nel 1986 buttai giù uno schizzo e qualche sezione di una specie di bisaccia integrante una protezione della testa (sia dal sole che dalla pioggia) per poter fare escursioni lasciando libere le mani. E per quel momento tutto finì lì.

 

Ma le idee una volta nate non muoiono quasi mai. Ed ecco che nel 2003 un conoscente mi sottopose un suo brevetto circa la riduzione della nebulizzazione dell’acqua piovana generata dal rotolamento delle ruote di un’automobile sulla strada bagnata, noto come effetto tunnel di lavaggio, allo scopo di trovare un partner per la produzione del dispositivo.

 

E fu così che nel corso di tale operazione tornò a farsi vedere nuovamente ciò che sembrava completamente dimenticato. Però questa volta feci un piccolo passo in più arrivando a fare un piccolo simulacro del meccanismo della capote ripiegabile. Ma anche questa volta le cose non andarono oltre, e tutto cadde nel solito dimenticatoio.

 

O almeno così poteva sembrare fino a che … in Focus n°222 di aprile 2011, pagina 176, ecco comparire un articolo dal titolo “Alla ricerca dell’ombrello”. Incuriosito scorsi immediatamente figure e riferimenti assai simili a quanto avevo ipotizzato in passato.

 

Il prodotto a cui si riferivano era stato denominato Nubrella (https://www.nubrella.com/).

 

Quando feci notare ciò nel mio entourage molti mi chiesero se non volessi farmi valere nei confronti di chi lo aveva fatto, ma feci notare loro che sarebbe stato imbarazzante per me, ed estremamente ingiusto. Infatti mentre a me il tutto era costato solo un po’ di tempo e ne avevo ricavato un divertimento, per quella persona o organizzazione era costato sicuramente un patrimonio in tempo e risorse di progettazione e produzione, ed ora quel prodotto era disponibile anche per me al modico prezzo di circa 75 euro.

 

In poche parole quell’idea si era realizzata attraverso un altro a sue spese ed il risultato era ora disponibile per tutti, me compreso, ad una cifra assolutamente accessibile. Cosa avrei mai potuto pretendere di più? Anzi mi darei sentito debitore nei suoi confronti per avermi risparmiato una grande quantità di grattacapi.

 

A quanti è capitato di avere un’idea e dopo un po’ di tempo vederla realizzata senza neppure sapere come ciò sia potuto avvenire?

 

Prossimamente tratterò ancora questo argomento per scoprirne altre peculiari contenuti e opportunità pratiche.

 

Intanto ecco una raccomandazione: non sempre conviene realizzare un’idea, specialmente se lo si fa spinti dall’entusiasmo e dalla convinzione che sia una “buona idea” e “non si ha idea” di cosa ciò comporti realmente.

 

schizzi, simulacro e testo

pietro cartella

 

fotogallery

 

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Articolo pubblicato il 03/02/2021