1821: duecento anni fa l'Europa e i Piemontesi insorsero

Breve scenario di questi avvenimenti della prof. Cristina Vernizzi

I “Moti del 1821” nella penisola italiana e le equivalenti manifestazioni insurrezionali nei diversi stati europei dell’epoca, sono stati studiati sotto gli aspetti istituzionali, culturali, militari, sociali, ma appaiono ormai confinati in una memoria sbiadita del loro significato storico.  

La ricorrenza nel 2021 del loro bicentenario offre l’occasione per riproporli all’attenzione dei lettori interessati a vicende che segnarono l’inizio del rinnovamento delle istituzioni civili, politiche e culturali di una società ancora espressione dell’Ancien Regime, come vera anticipazione del Risorgimento italiano.

Ci giunge in merito un articolo della professoressa Cristina Vernizzi, Presidente dell’Associazione Mazziniana per il Piemonte, che ricapitola questi eventi nel Regno di Sardegna.

Nel ringraziare l’Autrice, per la sua preziosa collaborazione, auguriamo una buona lettura (m. b.).

 

Mentre l’Europa ci chiede oggi di affrontare riforme radicali nel nostro sistema istituzionale, fu ancora l’Europa ad essere protagonista e a chiamare a raccolta tutti gli Stati nei fatti che segnarono momenti importanti per la nostra comune storia: i moti del 1821.

Erano trascorsi solo cinque anni dalla fine di quel Congresso di Vienna, cui avevano partecipato tutti i sovrani del vecchio continente e che si era concluso con la Santa Alleanza “fra trono e altare”, cioè tra principi cristiani, non solo cattolici, e il travagliato pontefice Pio VII.

L’Alleanza aveva ricondotto sul trono gli antichi sovrani spazzati via dalle repubbliche giacobine e dalla nascita di nuove nazioni volute da Napoleone, ma la scossa che la Rivoluzione francese aveva impresso su tutta l’Europa e l’avventura napoleonica non si erano esaurite. Le esperienze dei governi repubblicani, i diritti che ne erano scaturiti, le libertà istituzionali respirate, continuavano a serpeggiare tra i vari Stati che, ricaduti nei regimi assolutisti, vedevano agitazioni profonde in gran parte della società civile e militare, soprattutto tra questa che aveva vissuto in pieno i principi di eguaglianza e libertà.

Erano gli ideali che, una volta conculcati, trovavano ora luoghi di diffusione e proselitismo in seno alle associazioni segrete, la massoneria e le sue varianti, dalla carboneria ai Federati di Alessandria. Si chiedevano quindi imperiosamente le riforme istituzionali.

Già l’anno precedente erano scoppiati moti popolari in Spagna e nel Regno delle due Sicilie e avevano ottenuto un esito favorevole, ma che avrebbe avuto vita breve. Era chiesta la costituzione spagnola del 1812 che, promulgata dalle Cortes, il parlamento iberico, era giudicata la più democratica del tempo: tra i punti salienti, oltre a prevedere una monarchia costituzionale, veniva introdotta la separazione dei tre poteri, le elezioni a suffragio universale, libertà di riunione, di stampa, di opinione e la alfabetizzazione della popolazione.

Dunque, i successi ottenuti nel 1820, avevano prodotto l’illusione che anche il governo torinese potesse accedere sulla via delle riforme: il 1821 era iniziato con movimenti di studenti, repressi con violenza. Poco c’era da attendersi dal sovrano Vittorio Emanuele I che nel 1815 era ritornato dall’esilio in Sardegna trionfalmente. Aveva imbarazzato la gente con un apparato e un nugolo di dignitari dell’ancien regime, che facevano sorridere i giovani, come massimo D’Azeglio, ormai lontani da quelle parrucche incipriate del ‘700. Le speranze si appuntavano quindi sull’ultimo dei Savoia, successore al trono, il principe di Carignano Carlo Alberto, confidando su una sua educazione diversa dall’ambiente bigotto e conservatore della monarchia sabauda, perché era stato educato a Parigi e aveva militato nelle truppe napoleoniche.

Il sei marzo i capi della cospirazione, Santorre di Santarosa, Carlo Asinari di San Marzano, Giacinto Provana di Collegno, Guglielmo Moffa di Lisio, per avviare il progetto costituzionale, decisero quindi di farsi ricevere dal principe che ebbe un atteggiamento di accondiscendenza.

I giorni seguenti la situazione precipitava: i Dragoni del Re irruppero nella cittadella di Alessandria al grido di “Viva la Costituzione” e issarono la bandiera tricolore (rosso-nero-blu, i colori della carboneria).

La notizia che arrivava a Torino, seminò lo sgomento, mentre la ribellione da Alessandria dilagava a Ivrea, Casale, Asti, Vercelli.

In quel frangente il re, incapace di decidere, travolto da avvenimenti per lui incomprensibili, il 13 abdica in favore del fratello Carlo Felice che si trova a Modena, e affida la reggenza a Carlo Alberto. È un giovane di 23 anni, sposato con Teresa d’Austria, figlia del granduca di Toscana Ferdinando III, da cui aveva avuto l’anno prima un figlio, il futuro Vittorio Emanuele II. Forse su di lui sono ancora presenti gli anni trascorsi a Parigi e gli echi dell’età napoleonica, forse spera che Carlo Felice approvi un atto voluto dai rappresentanti delle più antiche famiglie nobili del Regno: spezza gli indugi e proclama la costituzione spagnola dal balcone del Palazzo avito dei Carignano.

Ma dopo soli sette giorni Carlo Felice lo sconfessa clamorosamente.

Il principe, per salvare il proprio diritto alla successione al trono e rientrare nei ranghi della ortodossia monarchica, è costretto a raggiungere Novara dove un esercito austro-russo, secondo il principio di intervento sancito dalla Santa Alleanza, per sedare la sommossa era giunto in appoggio all’esercito lealista piemontese guidato dal generale La Tour. È il primo degli atti che Carlo Alberto è forzato ad eseguire suo malgrado, ma che contribuiranno a dargli la fama di “re tentenna”.

Ai primo di aprile al principe è ordinato di recarsi in Toscana ospite del suocero. Risiederà con la famiglia a Palazzo Pitti, mentre a Milano analoga insurrezione porta agli arresti di Federico Confalonieri e Silvio Pellico, e al carcere dello Spielberg in Moravia.

A questo punto tutti gli Stati europei decidono di riunirsi nel congresso di Verona per ripristinare l’ordine sconvolto dalle insurrezioni, ed è deciso l’intervento militare nel Napoletano e in Spagna per rimettere sul trono il sovrano Ferdinando VII ostaggio dei congiurati.

Nell’agosto del 1823 Carlo Alberto andrà con le truppe francesi del duca di Angoulème contro i costituzionali spagnoli e li vincerà alla battaglia del Trocadero presso Cadice. Riconfermato dalla diplomazia europea il suo diritto di erede al trono, tornerà a Torino “in attesa del suo astro”, come recita il suo motto.

Tornando alla Torino del 1821, si assiste in tutti questi giorni ad una popolazione inerte, quasi indifferente a quanto sta accadendo: solo a san Salvario poche centinaia di insorti sorretti da un esiguo numero di soldati guidati da Vittorio Ferrero, con l’aiuto della massoneria, fronteggiarono l’esercito regolare, ma dovettero risparare ad Alessandria dove ai primi di aprile la truppa degli insorti fu costretta alla resa. Alessandria e Torino vengono occupate dalle truppe austriache, mentre la reazione monarchica si abbatte sui 4.000 ribelli. I condannati a morte sono circa un centinaio, molte le sentenze di morte in contumacia per coloro che erano riusciti a fuggire.

Tra questi Santorre di Santarosa che andrà a combattere per la libertà della Grecia contro i Turchi, e morirà a Sfacteria nel 1824. Altri prenderanno le armi in difesa delle restanti insurrezioni: Giacomo Durando, Enrico Cialdini, Manfredo Fanti, figure che rivedremo protagoniste nella nostra epopea risorgimentale.

Nel frattempo, i moti del 1820 si erano diffusi in tutta Europa e l’ultimo anelito alla libertà, fu in Russia la rivolta decabrista, avvenuta nel dicembre 1825, ad opera di ufficiali militari e di nobili, guidata dal colonnello Pestel e a cui partecipò il poeta Alexander Pushkin.

L’ondata rivoluzionaria che fu sedata in questi anni, continuò nel decennio successivo e sarebbe sfociato nel 1848: la “primavera” dei popoli, quando alla Santa Alleanza dei sovrani sarà contrapposta la Santa Alleanza dei popoli.

Una curiosità: nel 1821, al porto di Genova dove attendevano di imbarcarsi i condannati a morte in contumacia, una folla silenziosa osservava quegli uomini che fuggivano da loro paese per aver rivendicato la libertà e iniziavano lunghi drammatici esili. Tra quella folla un ragazzo di sedici anni, cui rimasero impresse per sempre quelle immagini: era Giuseppe Mazzini, che avrebbe fondato dieci anni dopo l’associazione, non più segreta, della Giovine Italia e avrebbe pagato con un esilio per tutta la sua vita, quegli ideali di Italia una, libera e repubblicana.

Cristina Vernizzi

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Articolo pubblicato il 15/02/2021