Ritornare a popolare gli spalti si può? Opinionismo alternativo nel rispetto del Covid

Scomparso il tifo da stadio, gli impianti vuoti trasmettono un’atmosfera surreale… Così come le piazze vuote

Covid-19 ha colto il mondo di sorpresa e imposto nuove regole alla razza umana che ha dovuto fronteggiare il nemico invisibile imparando di volta in volta a riconoscerlo, temerlo, tentare di circoscrivere la sua natura aggressiva e infine, combatterlo.

La quotidianità è stata stravolta nelle libertà acquisite, in tutti i programmi di vita, confinata in una geografia di limiti escogitati alla bisogna. Dopo un anno di emergenza, poco è cambiato, viviamo in uno scenario mai visto prima. 

È possibile ipotizzare un movimento di reazione? Immaginarlo partendo dai templi dello sport, tristemente vuoti, è un esercizio senza controindicazioni.

Ragionando sugli stadi e sugli eventi sportivi.

Dopo un primo momento di stop, il carrozzone del calcio, della formula 1, della pallavolo, dello sci e di tutti quegli eventi sportivi che dai loro albori hanno coinvolto masse di tifosi, hanno ripreso il loro confronto in un contesto surreale: a porte chiuse. Pur a malincuore, rassegnati davanti alla tv, abbiamo accettato anche questa imposizione. Lo spettacolo doveva continuare, e non potevano privarci anche di questo.

Per inspiegabile anomalia, il ciclismo, pur con cautela, ha consentito ai suoi tifosi di spronare i propri campioni dal bordo strada. Non abbiamo dati sui perché e neppure su eventuali effetti collaterali.

Le corse ciclistiche però, hanno lasciato un dubbio: nelle arene sportive e sulle gradinate numerate, così come in altri settori, quali cultura e spettacolo, senza trascurare la sicurezza, si poteva fare ancor meglio? Lo si potrebbe fare ora? E come?

Immaginando come tornare sulle gradinate.

La costante indispensabile è il distanziamento sociale. È stato applicato sui mezzi pubblici, sugli aeroplani, nelle scuole… Altrove, dove era forse anche più facile, invece no. Chi scrive vorrebbe immaginare come.

Dopo uno stop iniziale, molti sport hanno ripreso il confronto senza coreografie nè spettatori sugli spalti. Per tutti quelli che si svolgono a cielo aperto, era pensabile stabilire una quota di persone da ammettere agli eventi? Supponendo un 20% di tifosi accolti in una struttura, sarebbero ad esempio 8000 in uno stadio da 40.000 posti. Il distanziamento sarebbe garantito?

Per tornare ad animare stadi o circuiti in sicurezza, si potrebbero coinvolgere le agenzie turistiche (oggi senza lavoro), presso le quali prenotare posto e biglietto. Quindi raggiungere l’evento sportivo con appositi pullman (oggi tutti fermi) sui quali, durante il viaggio anche breve, gli irriducibili fan, giustamente distanziati, verrebbero testati con il controllo della temperatura.

Ogni pullman dovrebbe raggiungere il sito in orario intervallato dal precedente e da quello che lo segue, così da dar modo agli occupanti di essere diretti verso il loro settore da opportuni addetti. Chi, meglio delle agenzie turistiche, abituate a riempire hotel & navi da crociera, potrebbe gestire con snellezza un programma simile?

Gli stadi vuoti e silenziosi poi, diffondono una tristezza siderale. Ancor peggio gli spettatori finti o i cori registrati; escamotage “effetto presenza” ancor più deprimenti. L’arrivo al traguardo deserto dei mondiali di sci, trasmette una percezione d’insensato evento.

Un 20% di spettatori forse basterebbe sia per dare un segnale di normalità, sia per restituire il suo senso ancestrale allo spettacolo che si consuma nell’arena. Coinvolgere i settori del turismo sarebbe una ripartenza anche per attività ormai allo stremo.

Queste ipotesi vanno interpretate come un’alternativa visione di un mondo Covid-19 che forse si può instaurare affinando regole, controllo e responsabilità; varianti del virus permettendo.

Aspettare senza reagire rischia di spegnerci lentamente. In questi giorni 3 sonde hanno raggiunto Marte. Dunque non siamo in grado di sbarcare allo stadio con organizzata scelta di spazio-tempo? Altrettanto nei cinema, nei musei, nei teatri? La stagione dello sci già intravede la primavera; a Natale, sarebbe stato logico accettare almeno l’affluenza agli impianti dei proprietari di seconda casa o dei prenotati negli hotel?

Forse si sarebbe alleviata la crisi di un settore stagionale, liberando i centri cittadini da una parte della criticate resse urbane, laddove il potere decisionale aveva pur concesso la libera uscita.

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Possibilità, sensi e controsensi, nuovi scenari in un contesto drammatico, dove forse, con spirito d’iniziativa, prudenza, buon senso e rispetto delle regole, si può tentare un diverso approccio verso nuove consuetudini, anche attraverso una vigilata ripopolazione degli eventi sportivi, escogitando inconsueti passi verso scenari di una nuova, diversa normalità.

L’alternativa è di continuare a chinar la testa verso un misterioso, invisibile, ambiguo fenomeno epocale; un virus forse creato dalla parte più insensata dell’uomo e poi fuggito da un laboratorio, o forse no. Un virus che di certo ci ha privato di innumerevoli libertà dettate dall’emergenza, o da chissà cos’altro, forse, nemanco Dio lo sa.

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Articolo pubblicato il 14/02/2021