La SNIA Viscosa e il suo villaggio torinese

Di Ezio Marinoni

Nel 1917 Riccardo Gualino e Giovanni Agnelli danno vita alla Società di Navigazione Italo Americana (SNIA), che ha come scopo principale il trasporto di combustibile dagli Stati Uniti all’Italia.

Al termine del primo conflitto mondiale l’attività conosce una brusca frenata, inducendo i fondatori a orientare l’azienda verso nuovi settori produttivi: a partire dal 1919 la SNIA si rivolge al commercio di fibre tessili e artificiali, prodotti che incontrano il favore dei consumatori e portano ad una grande produzione industriale.

La crescente domanda di nuove fibre sintetiche, sia sul mercato nazionale che su quello estero, spinge i vertici della società ad investire nuove risorse in tale settore. Questa svolta imprenditoriale raggiunge il punto più elevato nel 1920, con l’acquisto della Società Viscosa di Pavia (proprietaria a Venaria Reale del secondo stabilimento italiano di fibre chimiche, a Cesano Maderno della Società Italiana Seta Artificiale e di altri complessi minori dislocati in varie località dell’Italia settentrionale).

La SNIA si trasforma in SNIA - Viscosa e irrompe sul mercato della produzione di fibre artificiali, assumendo un ruolo di primo piano: nel solo 1927, ad esempio, produce oltre 13 milioni di chilogrammi di filati artificiali.

Nel 1925 inizia la costruzione dello stabilimento torinese: si tratta di una struttura dalle dimensioni imponenti che, estesa su una superficie di due milioni di metri quadrati, inizia l’attività produttiva nel 1926.

La scelta di Abbadia di Stura come sede idonea a ospitare l’opificio è dovuta alla vicinanza al complesso produttivo di Venaria Reale, in adiacenza alla programmata autostrada Torino-Milano, e alla volontà di isolare la fabbrica per evitare alle maestranze contatti con i lavoratori di altre industrie cittadine, anche per tutelale il segreto della produzione del prezioso “rayon”.

A darne l’annuncio è lo stesso Riccardo Gualino, che ne parla a viva voce con Pietro Abate Daga. La sua preziosa testimonianza viene raccolta nel volume “Alle porte di Torino”, nel capitolo “L’avvenire della Barriera di Stura”.

I confini del territorio della Viscosa sono compresi fra la strada Torino - Settimo a levante, la Stura a mezzogiorno, la strada di Vercelli (in qualche punto oltrepassata per la stazione ed i binari di raccordo colle ferrovie di Milano e di Lanzo) a ponente e la strada vicinale della Cebrosa a mezzanotte. Vi sono compresi i terreni delle cascine Sant’Antonio, Cascinette, Mo, dell’Abbadia ed altre”.

Il territorio agricolo, ancora largamente presente, lascia il passo agli insediamenti industriali, ritenuti più redditizi e maggiormente orientati al progresso del secolo.

Nel 1927 la società consolida la propria presenza in città, impiantando in Borgo San Paolo una struttura adibita alle lavorazioni meccaniche (in via Frejus 21, nei locali prima occupati dalla fabbrica di autovetture Diatto).

Sulla “Rivista Mensile Municipale di Torino”, maggio 1928 (Anno VIII, n. 5) alle pagg. 313 - 315 il testo “La Snia Viscosa all’Esposizione internazionale delle industrie chimiche di Torino”, di Gino Castaldi, descrive l’azienda con i toni in uso all’epoca.

Il padiglione di questa grandiosa Società torinese venne ufficialmente inaugurato il I Maggio u.s. alla presenza degli amati nostri Sovrani, i quali, in tale occasione, ebbero parole di vivo compiacimento verso il benemerito suo Presidente Grand’Uff. Avv. Riccardo Gualino pei risultati, veramente magnifici conseguiti in questo nuovo ramo dell’industria nazionale delle fibre tessili artificiali. (…) È con senso di legittimo orgoglio che il visitatore di questo Stand può toccare con mano i brillanti risultati tecnici da noi raggiunti in questo nuovo campo d’industria, nel quale pochi anni or sono l’Italia si trovava grandemente distanziata dai principali Paesi produttori. (…) Basti pensare che dalle filiere della sola Snia Viscosa sono usciti l’anno scorso ben 13 milioni di chilogrammi filati e che di essi ben quasi 10 milioni e mezzo hanno trovato sbocco verso i principali mercati d’oltremare e d’oltr’alpe”.

Dopo aver superato gli effetti della grave crisi mondiale del 1929, la SNIA Viscosa inizia nel 1931, prima azienda in Italia, la fabbricazione del fiocco (una fibra corta che può essere filata anche dalle imprese tessili); la sua produzione passa dagli 11,5 milioni di chilogrammi del 1930 ai 47 milioni di chilogrammi del 1936. Alla vigilia del secondo conflitto mondiale risultano impiegati a Torino poco meno di 2.000 dipendenti: 1.350 nello stabilimento di fibre tessili e artificiali e 620 in quello per le lavorazioni meccaniche.

Durante la guerra lo stabilimento viene colpito due volte dall’aviazione inglese: la prima il 22 novembre 1942, la seconda il 13 luglio 1943. I bombardamenti, entrambi notturni, sono effettuati con bombe di grosso e grossissimo calibro e producono gravi danni: parte del fabbricato risulta completamente distrutto e per il rimanente si registrano scoprimento del tetto, danni alla facciata, abbattimento degli infissi. Il 21 novembre 1945 la costruzione era già stata ripristinata, con una veloce opera di ricostruzione post bellica.

Nel 1954 lo stabilimento di produzione di fibre e tessuti chiude, mentre quello meccanico (che nel 1961 occupa 496 lavoratori), continua la sua attività ancora per alcuni anni.

Dopo la chiusura, la SNIA Viscosa cede la struttura di Torino Stura alla Michelin, che la utilizza fino ai primi anni Ottanta.

Oggi sulla stessa area sorge un ipermercato, mentre l’edificio dell’ex stabilimento meccanico in Borgo San Paolo ospita l’Ufficio Statistica e Toponomastica della Città di Torino.

Anche il Dopolavoro SNIA, che aveva sede in corso Vercelli 349, è colpito dalla guerra e riporta lievi danni.

A lato del grande stabilimento della SNIA Viscosa, nel territorio di Pietra Alta, sorge il villaggio voluto da Riccardo Gualino (1924-27), che rappresenta il punto di passaggio tra i modelli ottocenteschi di villaggio operaio e i nuovi insediamenti abitativi della Torino industriale novecentesca.

Il primo villaggio operaio di Torino (che si chiamerà appunto Villaggio SNIA, in corso Vercelli 487) è parte integrata nel grande stabilimento, sintesi tra le aspirazioni paternalistiche dei villaggi operai di fine Ottocento e i principi di organizzazione scientifica del lavoro; sorge sull’area della Cascina “La Splua” (o Sant’Antonio della Splua) , in mezzo a prati che saranno coltivati fino ai primi Anni Settanta dagli abitanti del Villaggio; il progetto iniziale prevede la costruzione di 11.000 vani, destinati ad accogliere 15.000 tra operai e dipendenti diversi.

In corso d’opera il Villaggio viene drasticamente ridimensionato: il numero dei vani scende a 576, per ospitare circa 800 dipendenti. Il progetto dell’ingegnere Vittorio Tornielli realizza sedici palazzine di quattro piani disposte a scacchiera, con quattro alloggi per piano.

Al centro si trova una caratteristica costruzione rialzata, a pianta ottagonale, che svolgeva la funzione di lavatoio per tutte le famiglie residenti (verrà chiuso con l’avvento delle lavatrici, nel dopoguerra).

Nella palazzina numero uno abitava il Direttore dello stabilimento; nella palazzina numero due si trovavano il tabaccaio, il barbiere e l’emporio della cooperativa; fino agli Anni Cinquanta nella palazzina numero 3 c’era l’ambulatorio del Dottor Luigi Cavalot.

Vengono costruiti anche un asilo nido, una infermeria e una mensa.

Ambizioso nei suoi intenti, nella realtà il Villaggio Snia sconta duramente la mancanza di attrezzature primarie (i servizi agli abitanti consistono in una chiesa, un asilo, un lavatoio e pochi negozi per la vendita dei generi di prima necessità) e soprattutto il forte isolamento rispetto al resto della città (una separazione che si avverte ancora oggi).

Nell’estate del 1944 anche il Villaggio subisce il danneggiamento di alcuni fabbricati, causato dal soffio di una bomba dirompente. In particolare, uno degli edifici centrali sul lato nord del complesso riporta forti danni a un piano. In generale, gli edifici riportano screpolature nei muri, danni agli infissi e il distacco di parte dei tetti; nel novembre 1945 risultano già eseguite le opere di ripristino.

La chiesa, intitolata a San Michele Arcangelo, riporta lievi danni (oggi è una chiesa di rito ortodosso).

Che cosa rimane di questa gloriosa storia?

Frammenti di archeologia urbana post industriale, non più leggibili in un contesto storico omogeneo, alla pari di tante altre aree industriali scomparse o in stato di abbandono. Accanto all’ipermercato rimane, isolata e in cattive condizioni, la torre dell’acqua, recintata e transennata, le finestre rotte e la traballante ringhiera del balconcino, ai margini del parcheggio. Costruita negli Anni Venti, attingeva acqua dalle falde acquifere che in questa zona si trovano a circa tre metri di profondità. Sul retro sono state collocate quattro lapidi che commemorano operai caduti durante la Seconda guerra mondiale.

Nessuna giunta torinese, del passato e del presente, ha dimostrato interesse per la creazione di un “Museo delle attività industriali del Novecento”, che nella nostra città più che altrove hanno vissuto e palpitato nella pienezza del lavoro e della creatività. Questa periferia non sarebbe uno dei luoghi più idonei allo scopo?

 

Bibliografia

Pietro Abate Daga – Alle porte di Torino Italia Industriale Artistica Editrice - 1926

Federica Calosso – Falchera Pietra Alta e Villaretto – Graphot Editrice - 2018

Gino Castaldi -  Rivista Mensile Municipale di Torino – Maggio 1928

 

@ Ezio Marinoni

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Articolo pubblicato il 26/02/2021