Un altro "pantano" piemontese: l'Ospedale Unico per Chieri, Moncalieri e Carmagnola

Come per l’ospedale Alba-Bra costruito a Verduno, anche quello di Vadň č progettato su un terreno inadeguato.

Premessa.

Tra i programmi espressi dal nuovo Primo Ministro Mario Draghi, spicca l’annuncio di voler rafforzare la sanità territoriale. È una logica risposta ai nuovi scenari imposti dalla lotta contro il Covid-19, ma non solo.

Il nuovo Ospedale Unico di Vadò, un progetto nel luogo sbagliato.

L’ospedale della Asl Torino 5, che dovrebbe inglobare in un’unica, nuova struttura gli ospedali di Moncalieri, Chieri e Carmagnola, rischia di copiare la tormentata storia del policlinico di Verduno, che ha assorbito quelli di Alba e Bra, costruito sul terreno più inadatto delle Langhe, infine attivato nel 2020 dopo 19 anni di ambigue traversie e tuttora privo di adeguate vie di accesso.

Il terreno scelto per il nuovo nosocomio di Vadò si trova tra i Comuni di Trofarello e di Moncalieri, ed è proprio il suolo il primo controsenso.

Alcune settimane fa, per far luce sui dubbi legati proprio alla scelta del sito, su richiesta della Regione, il Politecnico di Torino ha ultimato la perizia idraulica, sismica e idrogeologica sui terreni. La sentenza è che “tutto si può fare”, è solo questione di soldi. Problema che tra gli altri, rende oltremodo oneroso radunare il ruolo di tre ospedali in una struttura pensata in una zona malsana e poco adatta.

In breve, dalla perizia risulta infatti che l’area presenta ampie fasce a rischio di esondazione dei corsi d’acqua presenti nel reticolo idrico circondariale, e da un punto di vista sismico, l’area si presenta non omogenea. Gli interventi di fondazione richiesti per garantire la statica del progetto ospedaliero quindi, richiedono un reticolo di palificazioni in c.a. profondo quasi 30 m. Per evitare danni alle strutture in seguito alla risalita delle acque di falda nei momenti di forti piogge poi, è risultato necessario inserire un idoneo impianto di pompaggio e sgombro delle acque.

Infine, la tendenza all’allagamento dei terreni espone a un rischio di blocco alcune vie di accesso; servono perciò percorsi alternativi sicuri. Per poter gestire le varie fasi di pericolo, la perizia ha perciò stabilito la necessità di creare un piano di controllo e manutenzione dei corsi d’acqua limitrofi.

La perizia si conclude auspicando una revisione di alcune parti del progetto, con l’attento estimo dei costi aggiuntivi derivanti dal corretto approccio alle difficoltà individuate.

Per sondare i terreni, gli esperti hanno fatto carotaggi fino a 30 m e rilievi con droni ed elicotteri, dichiarando comunque l’area idonea e con rischi complessivi piuttosto bassi, valutando fattibile l’edificio, ma solo con fondazioni profonde; tutto in un dettagliato documento di 230 pagine.

 

 

Controsensi del progetto, similitudini con altri errori

L’insieme dei problemi dovrebbe bastare per suggerire ogni opera di edificio in un altro luogo, meglio se ricavato in aree occupate da strutture in disuso, visto l’elevato tasso di cementificazione del territorio piemontese, ma per ora non sono state considerate altre opzioni.

La perizia ha precisato che il nuovo ospedale dovrà reggersi su un sistema di palificazioni, medesimo tipo di fondazioni su cui poggia l’ospedale Alba Bra, anch’esso costruito su un terreno inadeguato. Scelta che ne ha allungato a dismisura i tempi di costruzione, tuttora con problemi di collegamento per Alba e Bra, dove gli ospedali sono stati chiusi, compresi i pronto soccorso, restando attivi i laboratori per gli esami più comuni.

Vadò e Verduno due progetti per due mega ospedali accomunati dalla medesima idea di “centro di eccellenza”, progettati in un luogo dibattuto e su un terreno sbagliato a causa di scelte talvolta dettate da progetti puliti per pescare nel torbido e favorire interessi privati.

 

 

Un dettagliato articolo di riferimento del 2014: "Il drago sulle Langhe"

https://www.civico20news.it/sito/articolo.php?id=14189

Una programmazione diversa è possibile?

La scelta di aggregare in un luogo decentrato gli ospedali di alcuni centri urbani, con relativa chiusura degli stessi, segue una logica legata a motivi di qualità e concentrazione dei servizi, ma la sanità non è una fabbrica, serve valutare ad ampio spettro i bisogni dei cittadini. Chiudere gli ospedali nei piccoli centri, significa privare molta gente di un luogo primario e comodo da raggiungere. Vero altresì che molti, vecchi ospedali, oggi sono obsoleti, inadeguati in ottica tecnologica e pressati negli intasati centri storici, ma sono possibili altri scenari.

Riguardo il progetto di Vadò, varato nel 2016 e ancora sotto esame, il sindaco di Chieri Alessandro Sicchiero, alla luce della perizia del Politecnico di Torino, sintetizza problemi & opportunità, invitando la Regione a decidersi, poiché dilungarsi rischia di far perdere i fondi che consentirebbero di rinnovare l’Ospedale Maggiore di Chieri, e gli altri già esistenti. Fondi da richiedere in seguito alla esibizione di progetti alla Commissione Europea, così come previsto dal “recovery found”.

Tutto questo in un programma che preveda dapprima l’adeguamento degli ospedali urbani, senza precludere la costruzione di un “centro di eccellenza” in un corretto sito da stabilirsi.

Ragionamento di buon senso e riflessioni sulla sanità territoriale, dove un centro di eccellenza, ma inibito da limiti logistici, deve essere affiancato da urbane strutture di comunità con ambulatori essenziali, ricavate in padiglioni aggiornati, al passo coi tempi. Opzioni che un anno di pandemia sta dettando alle nuove emergenze in cerca di adeguate, repentine risposte, poiché “la sanità” non è un vezzo funzionale, economico o architettonico, è un diritto non solo sancito dalla Costituzione, è la priorità delle scelte e la più logica modalità dei servizi da destinare alla tutela della nostra vita.

Un altro articolo di cronaca & di opinione adatto a un confronto:

https://www.civico20news.it/sito/articolo.php?id=36823

 

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Articolo pubblicato il 25/02/2021