Lettere a un’amica: Giulia Beccaria (4)

Di Patrizia Lotti

 

Ancora un breve ritratto della madre di Manzoni e della figlia di Cesare Beccaria

Cara Giulia,

la tua lettera mi ha fatto davvero piacere. Non pensavo proprio che saresti riuscita a rispondermi, ma le vie del Signore, chiunque sia e dovunque si trovi, sono davvero infinite. Alessandro ed Enrichetta ne erano convinti e l’hanno dimostrato, lei con la sua vita e lui con il suo romanzo. Tu eri un po’ più tiepida, vero? Una cattolica meno fervente, certo, ma una mamma, una suocera e una nonna straordinaria, sempre pronta ad occuparti di tutto per permettere ad Enrichetta di riposarsi un po’, stremata com’era, poverina, da quell’infinità di gravidanze e al tuo adorato figliolo di dedicarsi alla letteratura. E li hai amati, insieme ai nipoti, al punto di eliminare il tempietto del tuo Carlo (Imbonati n.d.r.), l’uomo a cui eri stata tanto legata e da mettere i tuoi sentimenti in secondo piano, pur di non creare loro problemi. L’amore verso di loro è stato davvero totale. Nella tua lettera me l’hai raccontato molto bene.

Però, però, cara Giulia, ci sono altre cosette che mi dovresti spiegare. Capisco che la nascita di Alessandro non sia avvenuta sotto i migliori auspici, che in casa di don Pietro Manzoni, tra lo zio monsignore e la sorella monaca, cacciata dal chiostro dalle leggi napoleoniche, certo tu non vivessi come avresti desiderato, ma quel bambino l’hai proprio abbandonato! Mentre tu volavi appena possibile nei salotti milanesi, tra i Verri e i tuoi parenti da parte di padre, i marchesi   Beccaria, e i De Blasco da parte di madre, il piccolo rimaneva tra tate e balie non sempre affettuose e quando crebbe finì nel Collegio dei padri Somaschi, di cui non serbò un buon ricordo.

Il povero don Pietro tutto sommato fece del suo meglio, ma era davvero lontano mille miglia dai “lumi” che ti avevano avvolta da bambina insieme al profumo del Caffè e che ti abbagliarono quando uscisti dal collegio, dove, a sua volta, tuo padre Cesare ti lasciò fino a diciotto anni. Certo, capisco che per te non sia stato facile vivere in quelle condizioni, ma, quando decidesti di lasciare definitivamente la casa di don Pietro, le tue preoccupazioni furono solo per te stessa; ti dedicasti anima e corpo a combattere l’avidità di tuo padre che ti mise i bastoni tra le ruote in ogni modo per impedirti di ottenere l’eredità materna che ti spettava e cercò in ogni modo di tenerti lontana dal patrimonio dei Beccaria.

Nonostante i lumi, il Caffè e Dei delitti e delle pene, in privato il buon Cesare non si comportò con te molto meglio di quanto avesse fatto con lui suo padre Saverio. Ma non è che le ingiustizie subite siano una giustificazione per quelle che si compiono. Le spiegano, o almeno possono essere una spiegazione, ma la decisione, la responsabilità di ogni azione stanno sempre in chi sceglie una via o un’altra. E vale anche per te, cara amica. Scusami, ma non riesco proprio a chiudere un occhio sul tuo comportamento verso Alessandro bambino, ragazzo e giovane uomo.

So che andavi spesso a trovarlo a Galbiate, nella cascina Costa, non lontano da Lecco, dove abitava la sua balia, Caterina Panzeri, ma pare che le tue visite fossero affrettate; al contrario le malelingue raccontano che fossero di gran lunga più frequenti e prolungate quelle  al Belvedere di Sant’Agostino, nei pressi di Como, precisamente nel villino cosiddetto “Casino Verri”, in riva al lago, guarda caso da poco residenza di Giovanni Verri, “l’amabile cadetto”, come veniva definito nei salotti di Milano e dintorni; il più giovane dei fratelli Verri, l’ultimogenito della nobile e potente famiglia guidata dal più celebre Pietro, grande amico di tuo padre, dopo la morte del conte Gabriele.

E so anche che il cupo ritratto dell’Appiani che mi ha tanto colpito venne fatto intorno al 1790, in uno dei rari momenti in cui Lisandrino (come lo chiamavate in famiglia), che compare con te sulla tela, stava a casa con voi a Milano, l’hai fatto proprio per lui. Anzi gliel’hai fatto recapitare, forse in un tentativo di rinsaldare il vostro rapporto. Perché la tua storia con Giovanni, il bel cavaliere di Malta, è stata importante, vero? E feconda, giusto? Raccontami questa storia, cara Giulia. Così magari capirò anche perché ti sei ricordata di Alessandro solo quando ormai non era più Lisandrino. Spero a presto,

Patrizia    

di Patrizia Lotti
 
 

Stampa solo il testo dell'articolo Stampa l'articolo con le immagini

Articolo pubblicato il 27/02/2021