Lettere a un’amica: Giulia Beccaria (5)

di Patrizia Lotti

 

 

Ancora un breve ritratto della madre di Manzoni e della figlia di Cesare Beccaria, questa volta attraverso una lettera scritta da lei

 

Cara Patrizia,

sono sicura che anche questa volta le mie parole ti arriveranno; le vie del Signore, come mi hai scritto, sono davvero infinite e noi non possiamo fare altro che inchinarci davanti al loro mistero.

Mi chiedi di Giovanni e di Alessandro bambino, un connubio ovviamente indissolubile. Sì, quello che tutti allora sapevano, ma mormoravano solo a bassa voce, è vero; se il cognome fosse determinato dalla paternità naturale e non dal cognome del marito della madre, Lisandrino non sarebbe diventato Alessandro Manzoni, ma Alessandro Verri.

Quando fui data in sposa al conte Pietro Manzoni, ero già da tempo innamorata di Giovanni, “l’amabile cadetto” di casa Verri, come lo chiamavano, l’affascinante cavaliere di Malta che aveva combattuto nel Mediterraneo contro i pirati barbareschi. Avevo con lui una relazione stabile, che anzi il matrimonio quasi aiutava a legittimare. La disinvolta società libertina del mio tempo, che considerava normale non solo che marito, moglie e cavalier servente andassero serenamente insieme a teatro, ma a volte addirittura che vivessero sotto lo stesso tetto, era invece molto più severa con le ragazze ancora nubili. E questo creò molte preoccupazioni a mio padre.

Ma andiamo per ordine. Quando compii diciotto anni, le monache agostiniane del convento di San Paolo, dove mio padre mi aveva collocata circa sei anni prima, gli annunciarono che la mia educazione era compiuta e che sarebbe stato opportuno “ritirarmi” dal convento. Ritirarmi: come un pacco postale, diresti probabilmente tu. E avresti ragione. Lì le suore mi avevano riempito la testa di concetti come l’orgoglio nobiliare e la vocazione che avrei dovuto sentire per la vita monastica. Giusto una parentesi; vuoi dire, cara Patrizia, che i miei racconti su quegli anni abbiano dato qualche spunto ad Alessandro per definire il mondo in cui finì la sventurata Gertrude? Non lo escluderei, anche se per fortuna la mia sorte fu molto diversa. Chiusa parentesi.

Ad ogni modo, l’orgoglio, o forse la supponenza, di essere la marchesa Beccaria, figlia del marchese Cesare Beccaria, me lo sono portato dietro tutta la vita e sono sempre stata molto fiera del mio titolo, fin troppo. Ma quanto alla vocazione religiosa, per carità, quella me la sono dimenticata subito. Tornata nella bella casa di famiglia, ho respirato a pieni polmoni l’aria vivace e mondana del nostro salotto, abbastanza frequentato, nonché di quello di casa Imbonati, di Paolo Frisi, del conte Gorani; ma era soprattutto dai Verri che mi divertivo e mi trovavo a mio agio.

Nel bel palazzo che abitavano in via Monte Santa Teresa (oggi via Montenapoleone, n.d.r) il salotto di Giovanni, al piano terra, era il più brillante, frequentato da dame, gentiluomini, attori, tutti curiosi delle novità che venivano dalla Francia e pieni di voglia di divertirsi. Una meraviglia, cara Patrizia, dopo la noia e le regole rigide del collegio. Fu qui che cominciò l’amore tra me e Giovanni. Io ero giovanissima, piena di entusiasmo e di salute, “impazientissima”, come mi definiva Pietro (Verri, n.d.r.) di conoscere la vita e di fare nuove esperienze. Giovanni aveva quasi trentasette anni, il doppio dei miei, ma era un bell’uomo, spesso con un’aria un po’ sofferente per i suoi problemi di salute che m’inteneriva molto e per di più pieno di grazie e di ironia.

Me ne innamorai perdutamente e per lui, il figlio cadetto, frustrato e calpestato nei suoi sogni dall’onnipresente e potentissimo fratello maggiore, Pietro, la mia ammirazione incondizionata fu come un balsamo su tante ferite aperte. Che storie di mare meravigliose sapeva raccontare! E com’era bello per me poter parlare di politica, delle riforme di Giuseppe II! Ricordo il Carnevale del 1782: lo zio di Giovanni, monsignor Antonio, l’unico che in casa gli voleva bene davvero, gli aveva lasciato le sue stanze al piano nobile e fu lì che organizzammo il ricevimento per la fine del Carnevale. Fu fantastico e io potei brillare come una perfetta padrona di casa, senza curarmi delle chiacchiere, dello scandalo (a Parigi nessuno avrebbe battuto ciglio) e lontana mille miglia dai maneggi che si tramavano ai miei danni.

Sono stata davvero ingenua. Ma cosa vuoi, ero giovane, inesperta e presa solo dal mio amore per Giovanni. Ti dirò, tempo dopo ho saputo che lo zio monsignore aveva fatto balenare nella mente del fratello, il conte Gabriele, padre dei fratelli Verri, l’ipotesi di un matrimonio tra me e Giovanni. Chissà come sarebbe stata la mia vita, se le cose fossero andate così! Vista a posteriori, sono ben contenta che siano andate diversamente, ma allora, quando, qualche mese dopo, dovetti sposare il conte Pietro Manzoni, ero davvero furibonda. Sai come siamo arrivati a quel matrimonio? E’ una brutta storia, ma bisogna che te la racconti, se vuoi davvero conoscermi.

A maggio dell’ ‘81 era morta la moglie di Pietro, Marietta, e lo zio monsignore, convinto che solo Giovanni avrebbe potuto assicurare la successione con dei figli maschi, agitava davanti agli occhi del conte Gabriele lo spauracchio che Pietro, il primogenito, non avrebbe dato un erede al titolo ed ai possedimenti.

Addirittura gli suggerì la possibilità di un matrimonio tra me e Giovanni, come ti ho già detto, visto che lui mostrava tanto sentimento per me. Ma Pietro non aveva nessuna intenzione di perdere i diritti della primogenitura, lui che anni prima aveva scritto pagine durissime contro questo privilegio. Si vede che l’illuminismo milanese era proprio destinato a valere solo sulla carta, mai nella realtà.

Tra mio padre e Pietro è una lotta dura stabilire quale dei due abbia tradito di più con i fatti quello che aveva scritto; ma tant’è. Addirittura pare che Pietro abbia pensato di sposarmi lui stesso, sicuro di avere figli maschi da me e soprattutto per essere certo che non li avesse Giovanni. Anche mio padre ci mise lo zampino; difficilmente mi avrebbe data in moglie ad un cadetto squattrinato. E poi, chissà, forse anche Giovanni non pensò mai seriamente ad un nostro matrimonio, anche se il nostro legame allora era serio e profondo. Ma certo la sua vita successiva non lo dipinge proprio per niente come un buon marito e tanto meno  un amorevole padre di famiglia.

Ad ogni modo Pietro si sposò con una mia giovane compagna di collegio, così da poter  assicurare una discendenza ai Verri e si diede da fare perché mio padre concludesse la trattiva per il mio matrimonio con il conte Manzoni, così da evitare che la mia relazione con Giovanni potesse dare frutti indesiderati e soprattutto scandalosissimi.

Dopo sposata, una gravidanza non sarebbe certo stata un problema, chiunque fosse il padre. L’amore tra me e Giovanni continuò, naturalmente, anche dopo il matrimonio, ma, come ti ho già spiegato, questo non era un problema per nessuno; ormai ero una donna sposata, quindi legittimata alla compagnia di un cavalier servente. I miei figli, se mai fossero arrivati, avrebbero comunque avuto il nome del conte Manzoni e tutti i privilegi che ne conseguivano.

E se mio marito era di fatto sterile, pazienza; agli occhi di un mondo libertino, ma anche attentissimo  alla forma, questo era irrilevante. Immagino, per quel poco che ti conosco, che avrai difficoltà a capire una mentalità di questo genere, ma mi sembra anche che tu abbia ben chiaro in testa che ogni epoca e ogni situazione hanno le loro consuetudini, figlie di realtà precedenti che poi pian piano si modificano e danno luogo a nuovi modi di pensare.

Ormai sono da tempo arrivata alla conclusione che, almeno per questo genere di cose,  il buono e il cattivo, il giusto e lo sbagliato, l’opportuno o meno siano davvero quanto mai relativi. Del resto, come mi hai scritto tu stessa, la mia formazione è avvenuta nel ‘700, tollerante e libertino, ma poi mi sono adeguata ad un ‘800 un po’ chiuso e bigotto, tutto sommato, senza problemi e sempre  per amore.

E l’amore, ancora una volta, rimase alla base della mia relazione con Giovanni, affascinante, tenero e pieno di signorilità e di ironia. Quando nel  1785 nacque Lisandrino tutti sapevano che ne fosse il padre,  compreso ovviamente  Pietro, ma non fu certo uno scandalo e io continuai ad amare sinceramente l’amabile cadetto di casa Verri.

Ma purtroppo non fu lo stesso per lui: nello stesso anno si trasferì nel villino del Belvedere a Como, dove aveva cominciato una relazione con una donna del popolo, Bambina Maiocchi di Asso. Pensa che umiliazione! Mi sentii ferita ed offesa. Non volli dargli la soddisfazione di vedermi addolorata per lui, finsi un’altra relazione, ma in realtà gli ero ancora legatissima. Lui, al contrario, diventò tanto spregiudicato da non voler stabilire con me neppure il rapporto convenzionale di cavalier servente e si allontanò sempre di più da me e da nostro figlio.

Tentai la carta del ritratto: gli feci recapitare il quadro dell’Appiani, dove ero raffigurata con Lisandrino, nella speranza di riavvicinarlo a me, ma Giovanni ormai avevo fatto la sua scelta e mi aveva lasciata sola. Fu terribile.

Non riuscii a risollevarmi che qualche anno dopo, quando ebbi l’opportunità di riottenere quanto mi spettava sia in termini economici che di libertà personale.

La mia sorellina Marietta, gracile fin dalla nascita, morì, facendo sorgere in me il desiderio di un risarcimento anche economico per l’infelice matrimonio a cui ero stata condannata nonché quello di poter finalmente avere una autentica libertà sentimentale.

Faticosamente riuscii almeno in parte nel mio intento, ma credimi, in quel periodo non avrei proprio potuto occuparmi anche di Alessandro, presa com’ero tra le beghe legali con mio padre per riavere l’eredità di mia madre Teresa  e i tentativi per arrivare ad una separazione da Pietro. O meglio. Forse avrei potuto (e dovuto), ma non ne ebbi né il coraggio né la forza, sola com’ero.

Per fortuna poi le cose cambiarono ancora; incontrai Carlo e con lui vissi uno dei più bei periodi della mia vita, tanto che, dopo il nostro trasferimento a Parigi, mi decisi a chiedere ad Alessandro di venire a stabilirsi con noi in place Vendôme. Erano passati quattordici anni da quando avevamo posato a lungo insieme per il ritratto; un’eternità certamente, un abbandono forse imperdonabile, ma quella lunga separazione almeno un lato positivo l’aveva avuto; io ormai ero diventata una donna diversa, quella che la mia amica Luisa Cosway ritrasse di lì a poco e che tu, cara amica, hai osservato e giudicato così bene.

Da qui in poi la mia storia la conosci già. Per rispondere alla tua domanda e cercare di difendermi ho solo potuto raccontarti i fatti che mi hanno spinto a non stare vicino ad Alessandro quanto avrei dovuto, ma non so se per te siano una spiegazione convincente. A volte quando ripenso al mio passato lo vedo così composito che mi sembra di avere vissuto non una, ma tante vite. E in ognuna c’era una Giulia diversa, forse.

Una Giulia che a volte ha certamente sbagliato, altre è stata troppo ingenua o un po’ sciocca e frivola, ma credimi, le mie scelte le ho sempre fatte per amore, con il cuore, prima di tutto. E, come ha scritto Lisandrino una volta diventato don Lisander, “il cuore, chi gli dà retta, ha sempre qualcosa da dire su quello che sarà. Ma che sa il cuore? Appena un poco di quello che è già accaduto”. Dunque, avrò fatto anche io i miei errori, cara amica, ma non essere toppo severa; li ho fatti con il cuore.

Vuoi dire che alla fine, dopo tanta apparente noncuranza illuminista, in realtà sono stata sempre un’inguaribile romantica?

Giulia

 

di Patrizia Lotti

 

Stampa solo il testo dell'articolo Stampa l'articolo con le immagini

Articolo pubblicato il 28/02/2021