Il Giappone e la grande eredità di Shinzo Abe

Shinzo Abe: nove anni di riforme per far tornare grande il Sol Levante

Quando il Primo Ministro Shinzo Abe fu costretto a dimettersi la prima volta, nel settembre 2007, aveva concentrato tutti i suoi sforzi su una forte politica estera, contro l’articolo costituzionale giapponese sulla pace (art.9), riscrivendo la storia con un' educazione patriottica che potesse finalmente guardare al passato imperiale con orgoglio.

Quando Abe è tornato al potere nel 2012, l'economia giapponese era già stata gravemente danneggiata. Il Paese stava sostenendo il peso delle crisi finanziarie del 1997 e del 2008, che hanno costretto le sue aziende a tagliare le spese e spostare le operazioni all'estero, e del terremoto e dello tsunami che hanno devastato l'est del territorio nel 2011, riducendo ulteriormente la produzione economica. Il tutto è stato aggravato dal rapido invecchiamento della popolazione e dal calo della natalità, due problemi cronici dell'arcipelago nipponico che hanno aumentato il numero delle persone dipendenti dallo Stato, provocando un gigantesco aumento del debito pubblico.

Inoltre, nel 2012 la produttività del lavoro del Giappone era in calo, così come le sue esportazioni, e la valuta nazionale, lo yen, aveva perso gran parte del suo valore. Temendo una recessione, la popolazione era riluttante a spendere denaro, il che ha ridotto i consumi, quindi il PIL si è contratto e l'economia giapponese ha ristagnato. La già complicata situazione del paese è stata ulteriormente aggravata quando la Cina nel 2010 ha strappato ad esso la seconda posizione come economia più grande del Mondo.

In questo contesto, nel 2012 Abe ha presentato l'Abenomics, un ambizioso pacchetto di riforme economiche. Ispirato da una vecchia favola giapponese, il suo programma consisteva in tre "frecce" che, sebbene fragili separatamente, trionferebbero se unite insieme: una politica monetaria espansiva, una politica fiscale flessibile e una serie di riforme strutturali per accompagnarle.

Dopo il 2012, durante il secondo mandato di Abe, la Banca del Giappone annunciò una forte politica espansiva con operazioni di mercato aperto (QE), raddoppiando il denaro circolante a 270 trilioni di yen in due anni, convertendo la deflazione giapponese dello 0,3% ad un’inflazione del 2%. Con così tanti yen in circolazione ne conseguì una svalutazione, il che rese più competitivo il Giappone aumetando la sua domanda aggregata(in giusta opposizione al folle trend d'austerità europeo). Fu così che grazie all' acquisto di obbligazioni statali, Abe potè conseguire opere pubbliche, nuova occupazione e sviluppo. 

I quasi nove anni di mandato di Shinzo Abe (2006-2007 e 2012-2020) sono stati fondamentali per il Giappone. L'ex primo ministro è riuscito a riparare l'economia in difficoltà, ha invertito l'aumento incontrollato del debito pubblico e ha aperto nuovi mercati per le aziende giapponesi. Ha anche aumentato le capacità militari del paese e il controllo centralizzato del governo sulla difesa e sulla politica estera. Soprattutto, Abe ha gettato le basi per un Giappone sempre più assertivo che aspira a ritrovare il dinamismo economico del secolo scorso.

Anche il risultato della politica fiscale di Abe è stato più che positivo. Il deficit fiscale si è ridotto di oltre la metà, raggiungendo il 2,8% del PIL del 2019. Ciò ha avvicinato il Giappone al consolidamento fiscale, tanto da poter coprire tutta la spesa pubblica con le proprie entrate.

Col fine di rilanciare la bilancia dei pagamenti Abe ha ideato un accordo di libero scambio coi paesi dell'area pacifica tramite il Trattato di partenariato trans-pacifico. Esso comprende undici paesi su entrambe le sponde del Pacifico ed è in vigore dal 2018. Il patto fu vitale per rilanciare l'economia stagnante giapponese, dandogli un accesso senza precedenti a nuovi mercati. Il Giappone ha anche firmato un accordo di libero scambio con l'Unione europea nel 2019, il quale dovrebbe aumentare le esportazioni giapponesi e gli investimenti esteri nel paese.

Sebbene la politica economica fosse una delle bandiere del suo governo, il mandato di Shinzo Abe ebbe un impatto maggiore sulla difesa; un'area che rafforzò centralizzando il processo decisionale e ampliando le capacità militari del Giappone. Il premier ha quindi cercato di affrontare con determinazione la sempre più complicata situazione regionale.

Per prima cosa, la Corea del Nord ha continuato a sviluppare il suo programma nucleare con almeno cinque test nell'ultimo decennio. Dall'altra parte, alla crescita economica cinese si è aggiunto il rapido miglioramento delle sue capacità militari, guidato da un aumento senza precedenti del suo budget militare. Il governo cinese è sempre più ambizioso nel rivendicare territori e mobilitare le sue operazioni nel Mar Cinese Orientale, dove la sovranità delle Isole Senkaku è contesa con Tokyo. 

L'impero del Sol Levante, insieme all'India e all'Australia, punta ad arginare la Cina per conto degli americani. Ma, sebbene la nazione nipponica abbia gli Stati Uniti come alleato per affrontare queste minacce, Abe è sempre stato consapevole che un eventuale cambio di forze nella regione potrebbe allontanare il Giappone da Washington. 

Per questo motivo l'ex Premier si è concentrato sul recupero della sovranità del Giappone in materia di sicurezza nazionale. Dalla fine della seconda guerra mondiale, le capacità militari giapponesi sono state limitate dall'articolo 9 della Costituzione. Sanzionato dagli Stati Uniti, che volevano tenere a bada il paese dopo averlo sconfitto nel 1945; l'articolo impegna il Giappone al pacifismo e alla rinuncia al proprio esercito. Da allora, i giapponesi dipendono da Washington per la loro sicurezza. Le uniche forze armate del Giappone sono le Forze di autodifesa (Jieitai o JSDF, acronimo per Japan Self-Defense Forces), un piccolo gruppo creato nel 1954 con poteri molto limitati.

Abe ha spinto a rivedere l'articolo 9 all'inizio del suo secondo mandato. Nel 2015 riuscì ad approvare una legge per espandere leggermente le capacità militari del paese. Fu così che, se prima la JSDF poteva rispondere solo a un attacco contro il territorio giapponese, ora può farlo in base al principio della difesa collettiva, cioè difendendo i propri alleati se vengono attaccati; rendendo quindi giustificato qualsiasi attacco se l'aggressione rappresenti una minaccia per l'alleanza giapponese con la NATO. Lo Jeitai può inoltre partecipare a missioni internazionali di sostegno alla pace, consentendo alla nazione nipponica di aumentare la sua presenza all'estero.

Nel suo primo mandato, Abe ha anche elevato l'Agenzia per la Difesa al livello ministeriale, dando un'idea di quale sarebbe stata la sua politica al suo ritorno nel 2012. Nel 2013 ha infatti creato il Consiglio di sicurezza del Giappone. Il Consiglio coordina il resto delle agenzie di sicurezza e il Primo ministro ha l'ultima parola sulle sue decisioni. Per supportare le sue funzioni, nel 2014 è stato creato anche il Segretariato per la sicurezza nazionale. Uno dei risultati più rilevanti del nuovo organigramma è stata la stesura della prima Strategia nazionale del Giappone, con tre punti principali: migliorare la capacità di difesa territoriale del Giappone, rafforzare la sua alleanza con gli Stati Uniti e cooperare sulle questioni di sicurezza con altri paesi, in particolare in Asia.

L'enfasi sulla difesa territoriale nasce dalla crescente instabilità nel nord-est asiatico. Per rispondere alle continue provocazioni della Cina sulle isole Senkaku - le navi cinesi hanno violato le acque territoriali del Giappone più di 600 volte negli ultimi anni - Tokyo ha autorizzato la JSDF a difendere l'area da possibili attacchi. Ha anche dispiegato missili terra-aria nell'arcipelago e ha investito in sistemi di monitoraggio e ricognizione per migliorare la sua capacità di reazione.

Shinzo Abe ha lasciato un Giappone molto diverso da quello che ha trovato quando è salito al potere. Ha governato per la prima volta tra il 2006 e il 2007. Ma il suo secondo mandato, dal 2012 fino a settembre 2020, è stato il più longevo di tutti i leader giapponesi dal dopoguerra. I suoi ultimi otto anni in carica furono segnati dalla sua riforma economica(la Abeconomics), dal miglioramento delle capacità difensive e dalla ristrutturazione delle relazioni diplomatiche del Paese.

La sua politica gli è valsa un indice di approvazione stabile per tutto il suo operato, permettendogli di vincere tre elezioni generali consecutive. Tuttavia nell'agosto 2020, una malattia cronica lo ha costretto a dimettersi, all'età di 65 anni, in mezzo alla pandemia del coronavirus. Il suo successore, Yoshihide Suga, è stato molto vicino ad Abe per tutta la sua carriera: è stato ministro nel suo primo governo tra il 2006 e il 2007 e il suo segretario capo di gabinetto dal 2012. Ora dovrà gestire abilmente l'eredità di Abe per evitare di mettere a repentaglio gli ottimi risultati raggiunti nell'ultimo decennio, e forse chissà, per tornare ad essere nuovamente il leader della seconda economia del pianeta.

 

 

Stampa solo il testo dell'articolo Stampa l'articolo con le immagini

Articolo pubblicato il 14/03/2021