Il Tabarro: una bandiera di libertà!

di Alessandro Mella

In una società sempre di corsa, sempre più digitale, pesa ancora la moda. La quale, del resto, impone degli schemi cui attenersi per essere uguali agli altri. Per alcuni si tratta di un modo per sentirsi integrati nella società. Assomiglia un poco al manto tutto uguale di un gregge ma, al netto di tutto, anche queste scelte vanno rispettate.

Poi, però, ci siamo anche noi. Quelli un po’ eccentrici che di assomigliare agli altri non ne vogliono sapere, che di amalgamarsi alla massa non ne sentono il desiderio e che, anzi, amano distinguersi. Non per farsi notare, ma per semplice indole libera e indipendente e per rivendicare, nei fatti, la propria libertà di essere se stessi.

Magari anche attraverso l’uso di capi di abbigliamento inconsueti, per alcuni desueti, tali da esporre a sguardi tutt’altro che benevoli ed alla meglio curiosi.

Tra questi vi è senza dubbio il nostro amatissimo tabarro. Un capo antico, con una lunga tradizione, superato a partire dal secondo novecento dai cappotti, dai pastrani, dalle giacche più pratiche da usare in automobile. Il solo ripercorrerne la storia centenaria richiederebbe pagine e pagine.

Ricordato, per lo più, dalle opere di Guareschi e di altri rappresentanti della letteratura italiana o da una celebre opera di Puccini, esso sopravvisse a lungo soprattutto nella bassa emiliana e nel triveneto prima di andare scomparendo.

Da qualche anno, tuttavia, il tabarro ha trovato una seconda giovinezza anche grazie all’opera instancabile di sartorie e tabarrifici che ne hanno rilanciato l’uso.

Tra questi, soprattutto, il Tabarrificio Veneto il cui fondatore e titolare è il prodigioso Sandro Zara di cui mi piace riportare un pensiero:

 

«Il tabarro è un indumento, beh fascinoso d’accordo, intrigante d’accordo, ma è anche trasversale perché l’ha in uso il magistrato bello e importante, però l’aveva il brigante, l’aveva la donna di facili costumi che organizzava le case a Venezia molto frequentate, però l’aveva anche la madre badessa, non penso ci sia stato un altro indumento così trasversale. (…) A Venezia il ricco, l’abbiente, usava il tabarro a ruota intera. A ruota intera dimostrava proprio il censo, il tabarro si fa anche a mezza ruota, perché per fare un tabarro serio ce ne vogliono sei di metri e coloro che non ne disponevano si facevano il tabarro un po’ più poverello».

 

Ma cos’è il tabarro? Nella sostanza si tratta di un mantello da uomo, a taglio vivo, a ruota, realizzato in lana o panno pesante, grosso, generalmente scuro, il quale si allaccia al mento con un bottone o meglio con due fermagli in metallo. Spesso elaborati con meduse o più di frequente con teste di leone.

Ne esistono di più tipi ed in genere di lunghi per l’uso “a piedi” e di più corti per l’impiego a cavallo od in bicicletta. Così come ne esistono a mezza ruota od a ruota intera e quest’ultimo è indubbiamente da consigliarsi. Certo più costoso ma un buon tabarro dura una vita ed è un investimento perpetuo.

Lo si indossa facendolo ruotare con un’estremità sopra la spalla fino ad avvolgersi completamente all’interno garantendosi, così, una totale protezione da freddo, vento, neve e pioggia. Scherzando dico spesso che il tabarrista diventa il “termosifone di se stesso” poiché il calore del corpo tende a creare un gioioso calduccio all’interno di quella barriera bella a vedersi e comoda a portarsi. 

Perché scegliere un tabarro al posto di un più canonico cappotto o di una giacca moderna?

Difficile rispondere, ognuno ha la propria risposta. Nel mio caso ci furono molte ragioni. Un certo desiderio di ritorno al passato, una nostalgia viva e pulsante per tempi lontani, uno spirito vintage ed un briciolo anticonformista per natura, ma anche un aspetto pratico legato ai miei problemi di salute. Il tabarro non è mai troppo stretto o troppo largo. Si adatta al tuo corpo e tu a lui, segue le tue articolazioni se fanno male, i gonfiori quando ci sono, ti protegge da tutto.

Oggi è meno improbabile incontrare persone con il tabarro e spesso questo suscita, ormai, più curiosità che stupore. Qualche volta perfino ammirazione.

In Piemonte siamo magari meno a portarne ma in Veneto, ad esempio, li si incontra spesso. Ricordo quando, nel febbraio scorso poco prima della malefica pandemia, mi recai a Venezia con la fidanzata garantendole che avremmo visto altri intabarrati un po’ folli come me. Sulle prime non capitò, anzi il primo giorno fui oggetto, a Rialto, dell’attenzione di un turista americano che volle fotografarmi con il celeberrimo ponte di sfondo. Ma una sera, passeggiando su Canal Grande, non mi fu possibile contenere l’emozione nello scorgere ed incrociare un “altro tabarro” con cui ci scambiammo un signorile e simpatico gesto d’omaggio e saluto!

Insomma questa scelta richiede un certo spirito ma offre un senso di diversità un poco confortante. Mi piace, in questo pezzo, ricordare un altro profeta del tabarro, il giornalista Camillo Langone, che sul “Il Foglio” tempo fa scrisse:

 

«Vedi la vita e il mondo senza di te e la tua dal di fuori. Contempli l’estinzione. Subentra la quiete. Hai spostato l’asse dall’Io all’Essere. Un ottimo consiglio che mi fa pensare alle mie disperazioni più belle. Limitandomi agli episodi più recenti: portare il tabarro fra persone che indossano piumini, bere Tocai Rosso fra persone che bevono Cabernet Sauvignon, mangiare spongata fra persone che mangiano panettone».

 

Anche per tutte queste ragioni noi aspettiamo con ansia l’autunno e l’inverno per risentirci addosso il peso amabile di quel panno scuro, la catenella al collo, il nostro mondo che ci circonda. Il tabarro è una bandiera di libertà in una società che vuole replicare se stessa all’infinito. Un passato che ritorna per darci una quiete che non ha pari. E adesso, confessate, non vi è venuta una voglia incredibile di provarne uno?

Alessandro Mella

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Articolo pubblicato il 28/03/2021