PD: Cosa nasconde lo scontro delle suffragette?

La scelta infelice di Enrico Letta

E’ indubbio che il repentino cambio della leadership del PD sia un fatto di decenza ed Enrico Letta sotto il profilo intellettuale e di umano, possa collocarsi agli antipodi del decotto ed ormai impresentabile Nicola Zingaretti.

Ma il nuovo vertice non cancella i vizi e le risse nel partito e certe prese di posizioni non si sono rivelate, al momento positive. Abbiamo già ampiamente dissertato sull’indicazione relativa all’introduzione sbrigativa dello Jus soli nella legislazione, ma la scelta meramente  sessuale delle due capigruppo significa in ogni caso un’indicazione ideologica  a prescindere dal merito. Ci saremo attesi l’indicazione di un nominativo, ma non un’ imposizione esclusivamente di genere.

Così, mentre al Senato i brontolii sono stati felpati e forse esploderanno in seguito, alla Camera si è già giunti ai boati, con due donne protagoniste, l’una contro l’altra armata: Marianna Madia e Debora Serracchiani

Nel Pd riprendono a scorrere i vecchi veleni e si riaccendono le tensioni rusticane, che sfociano in una violenta polemica al Gruppo della Camera. A dar fuoco alle polveri è Marianna Madia, candidata alla presidenza, che, con una lettera aperta ai colleghi parlamentari, accusa Graziano Delrio di essersi fatto promotore di «una cooptazione mascherata» nei confronti di Debora Serracchiani. Ossia dell’altra candidata alla guida del gruppo PD.

Madia che ben conosce le liturgie piddine, rincara la dose e denuncia l’esistenza del «tradizionale gioco degli accordi trasversali». A che cosa si riferisce la giovane Marianna? Alla decisione di Base riformista, il correntone di Lorenzo Guerini e Luca Lotti, che è molto forte nei gruppi parlamentari, di appoggiare Serracchiani. In cambio, con Piero De Luca, avrà il vicepresidente vicario. Una tale presa di posizione da parte di Base riformista fa sì che Serracchiani abbia già la maggioranza del gruppo in tasca, in un gioco che mortifica una donna e favorisce un uomo. Ma Madia non ci sta. Di qui la sua uscita, dura e netta, che crea lo scompiglio nella pattuglia dei deputati democratici.

Delrio e Serracchiani, punti sul vivo, respingono tutte le accuse. Il primo sottolinea di «non meritare accuse di manovre non trasparenti o di potere». «Certe parole — osserva Delrio — mi feriscono oltremodo perché non corrispondono alla realtà». Anche Serracchiani si fa sentire: «Non posso credere che Marianna si riferisca a me come a una persona cooptabile e, quindi dovrei supporre, non autonoma. No, l’autonomia è stata la cifra della mia storia personale e politica».

Dunque, quella che Letta immaginava come «una sana e bella competizione» nel gruppo PD si sta trasformando in una vicenda che rischia di riportare il partito indietro di un mese, all’ultimo periodo della segreteria Zingaretti, quando la polemica era il pane quotidiano del partito. La vicenda del gruppo democratico della Camera si complica proprio adesso che Letta stava accingendosi ad affrontare l’importante partita delle Amministrative. La sfida delle sfide è quella di Roma.

Il segretario punta su Conte, che può diventare determinante. Per coinvolgere anche Virginia Raggi nelle primarie annunciate l’altro ieri dal segretario del Pd (in questo caso, diventerebbero primarie di coalizione). O per convincere la sindaca, con la prospettiva di una candidatura in Parlamento, a tirarsi indietro. Il candidato del Pd per il Campidoglio con maggiori chance è Roberto Gualtieri. Anche se al Nazareno non hanno smesso di sperare in un ripensamento di Zingaretti.

Nel frattempo Carlo Calenda non molla: «Rimango in campo». Il leader di Azione continua a mostrare un certo scetticismo nei confronti delle primarie: «Come si possono fare in sicurezza mentre rimandiamo le elezioni per il Covid? Farle con un’affluenza decente, intendo, senza che diventino solo uno scontro tra truppe cammellate? E comunque perdere altri tre mesi è folle. Va a finire che la sinistra farà quello che sa fare meglio. Attaccarsi. Ne parlerò con Letta». Ma il segretario dem si sta concentrando già anche sulle Politiche. Per questo forza sul maggioritario: è un sistema che obbliga alle coalizioni e rende così più concreta la prospettiva del Nuovo Ulivo che Letta vuole costruire.

Quale amara conclusione si può trarre? La scelta femminista si rivela la foglia di fico per nascondere il consueto e cinico esercizio del potere. A Roma come a Torino le sindache grilline hanno combinato disastri prima ancora che il Covid gelasse l’economia. Il PD invece di puntare sui propri cavalli, si prostra ad un accordo suicida con i grillini, sperando di ritornare al potere, a prescindere dal programma e della difesa di un principio che avrebbe potuto far breccia sul suo elettorato tradizionale.

Il cinico potere tout court, è il must dei nostri giorni, ma gli elettori non sono scemi e Marianna Madia pure.

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Articolo pubblicato il 29/03/2021