Un eroe per la sfortunata Custoza: Giuseppe Cappone figura dimenticata

di Alessandro Mella

In più d’una occasione ho sostenuto, come ancora sostengo, che non esistono figure “minori” del nostro Risorgimento nazionale. A lato dei più blasonati e biografati personaggi, ve ne furono migliaia che concorsero a quel lungo processo ed ognuno a modo suo, spesso con azioni ed eroismi degni di menzione. Ma altrettanto spesso dimenticati, almeno in molti casi. Perduti nell’oblio, rimossi dalla memoria collettiva. E questo maggiormente quando il loro idealismo ha trovato espressione in momenti sfortunati della Storia.

È il caso, ad esempio, di un ufficiale quasi ignoto dei Lancieri d’Aosta che si fece onore in un momento cupo, ma non per questo meno epico, della Terza Guerra d’Indipendenza italiana.

Giuseppe Camillo Cappone nacque nel 1831, al tempo in cui il trono di Carlo Felice passava a Carlo Alberto, a Casale Monferrato, Alessandria, figlio di Luigi e Francesca Piantone.

Crebbe in anni ruggenti quando il Regno di Sardegna, seppur turbato dal movimentismo mazziniano repubblicano, iniziava a consolidarsi come riferimento dei patrioti italiani fino ai giorni difficili della “brumal Novara”.

Giovanissimo, il nostro Giuseppe si fece ufficiale di cavalleria e da giovane sottotenente prese parte, tra poco approfondiremo, alla guerra del 1866.

Con Regio Decreto 19 ottobre 1868 fu promosso al grado di capitano e trasferito all’11° reggimento di cavalleria “Foggia” da dove, con Regio Decreto 5 agosto 1877, fu poi collocato a riposo ed iscritto nel ruolo della riserva.

Molti anni dopo, nel 1896, gli fu riconosciuta la promozione al grado di maggiore quando ormai viveva gli ultimi anni accanto alla moglie Amalia Stroppiana.

Ma cosa fece di questo ufficiale risorgimentale un eroe da non dimenticare?

Correva l’anno 1866 ed il giovane Regno d’Italia, nel quadro della Guerra austro-prussiana, aveva deciso di tentare la spallata per portare a compimento la liberazione del Veneto che non era riuscita nel 1859 a causa dell’Armistizio di Villafranca concluso, quasi a tradimento, da Napoleone III.

L’ora pareva, finalmente, propizia per riprendere quel percorso e tentare di strappare al giogo asburgico le “Venezie” e la campagna iniziò rivelandosi subito alquanto sfortunata.

Gli scontri della battaglia di Custoza, infatti, sancirono una pesante sconfitta italiana in quel 24 giugno 1866 che aveva visto in linea, tra l’altro ed oltre ai più blasonati generali italiani, anche il Re Vittorio Emanuele II in persona con i suoi figli Umberto ed Amedeo.

Alla battaglia furono presenti anche i Lancieri di Aosta i quali, per coprire il ripiegamento della fanteria braccata dagli austriaci, caricarono il nemico ripetutamente con uno slancio epico e leggendario che procurò un gran numero di morti e feriti al reparto.

Tra loro, giovane luogotenente, il nostro Giuseppe Cappone che infatti fu segnalato nell’elenco dei feriti che la Gazzetta Ufficiale del Regno pubblicò, in prima pagina, nel supplemento 187 del 8 luglio 1866.

Ferita di cui si dà cenno anche nel volume “La campagna del 1866 in Italia” edito a Roma nel 1875.

A distanza di qualche mese, il 6 dicembre 1866, il Re gli conferì la Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia con una motivazione che, tra poesia e prosa, ne descrive l’eccezionale spirito:

 

«Ferito gravemente in un col cavallo al momento che lo squadrone lanciavasi alla carica, anziché arrestarsi, egli spinge più animoso la carriera rispondendo ai suoi vicini “Non sono ancora morto e non retrocedo”. Risoluto, prende di mira varii gruppi di tirolesi, e cadutogli a poca distanza il cavallo, un altro se ne fa dare uno da un suo soldato ferito e si spinge corpo a corpo sui detti tiragliatori finché non cadde stramazzato e sotto replicati colpi di sciabola, baionetta e calcio di fucile.

Salvato per l’arrivo di altri lancieri e aiutato da essi viene a riporsi in sella e a ritirarsi all’ambulanza. Non ancora erano rimarginate le sedici ferite riportate, raggiungeva il Reggimento per riprendere il suo posto».

 

Curioso come il compilatore dell’affascinante motivazione avesse mutato i tempi dei verbi perdendosi il presente in un “cadde” e “raggiungeva” al passato. Con una disinvoltura un poco sgraziata e disarmonica. Il testo, comunque, ancora adesso ci restituisce con poche parole l’immagine di questo valoroso combattente che in un giorno terribile si consacrò eroe.

Di tale concessione, comunque, si trova traccia oggidì nella banca dati disponibile sul sito internet del Quirinale.

Passarono gli anni ed il 21 febbraio 1899, ancora piuttosto giovane, il nostro cav. Cappone si spense a Torino.

Una sua fotografia ce lo mostra, ritratto con le stelle al bavero dopo il 1871, con baffi e sguardo fiero e risoluto.

Nel ricco medagliere si riconoscono le croci dell’Ordine Militare di Savoia e della Corona d’Italia nonché le medaglie per le guerre dell’indipendenza italiana e dell’unità d’Italia.

Icone di un passato epico e di quelle cicatrici che, certo, gli segnavano il robusto corpo di cavalleggiero violato dalle sciabolate del nemico.

Oggi Giuseppe Cappone riposa in una tomba piccola e anonima, quasi dimenticata e spesso priva di fiori, in un cimitero di Torino. Ove si spera che le procedure burocratiche non ne violino le spoglie per gettarle anonime in un ossario comune.

Dovere del nostro tempo sarebbe, almeno, conservare la memoria di persone come lui le cui gesta dovrebbero essere studiate a scuola.

Additate ad esempio, in quest’Italia immemore.

Alessandro Mella

 

L’autore desidera esprimere un ringraziamento a Luca S. Rancati.

 

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Articolo pubblicato il 03/04/2021