Filippo Turati e il Socialismo Umanista

Quell’umanesimo socialista di cui la nostra politica avrebbe tanto bisogno

Viviamo in un’epoca in cui la società e la politica si sono imbarbarite.


L’invidia sociale ha preso il posto dell’antica lotta di classe, le scuole di partito sono accantonate dalla Piattaforma Rousseau, l’analisi politica dalle dirette demagogiche nei social network, la meritocrazia dallo slogan dell’ “ognuno vale uno”.

In quest’Era di semplificazione e di demagogia collettiva sembra non esserci più posto per la buona politica.

Eppure, esisteva un tempo in cui la politica italiana era fatta da giganti.

Nel periodo alle porte delle grandi rivoluzioni, dei grandi sogni e dei fanatismi ideologici collettivi, esistette un uomo che ebbe il coraggio di mettere in guardia l’umanità da simili illusioni: Filippo Turati.

Padre nobile della sinistra italiana, cofondatore del più antico partito in Italia: il PSI (allora Partito dei Lavoratori Italiani). Scrittore, nel 1886 compose il famoso Inno dei Lavoratori. Riuscì sempre a conciliare i valori della Pace e del Socialismo con quelli della Patria e dell’Umanità.


Dopo la disfatta di Caporetto del ‘17, convinto che in quel momento la difesa della nazione fosse più importante della lotta di classe, Turati, nel corso di un applauditissimo discorso alla Camera, dichiarò l’adesione del PSI allo sforzo bellico italiano; questa posizione gli valse accuse di social-sciovinismo da parte di Lenin e dei massimalisti. Accuse che si porterà appresso per tutta la sua vita, segnando un spaccatura profonda fra due anime del Socialismo italiano, l’una riformista e tollerante, l’altra comunista e totalitaria.


Contorniato dal furore ideologico dei rivoluzionari e da un clericalismo ancora energico, ebbe l’ardire di immaginarsi e di promuovere un Socialismo senza dogmi, democratico e a misura d’Uomo: il Socialismo Umanista.

 

Turati, infatti, fu uno dei primi ad intuire che la violenza non era uno strumento efficace per realizzare una società più giusta e più equa. La giustizia sociale non poteva trascendere le libertà umane. La rivoluzione avrebbe solo prodotto altre ingiustizie; e un partito unico al comando, anche se ispirato dai valori socialisti, avrebbe comunque costituito la peggiore delle Tirannie.


Il progresso della società non poteva imporsi con la forza, ma con delle riforme sociali all’interno di un sistema democratico. Per il pensiero turatiano il Partito Socialista sarebbe dovuto divenire il Partito del popolo intero, senza distinzione di classi sociali. Il PSI avrebbe dovuto trasformarsi da partito classista a “partito popolare”, aperto anche alle istanze dei ceti medi. I socialisti europei sarebbero dovuti scendere a compromessi con le Monarchie, la Chiesa e le grandi borghesie; essi avrebbero dovuto abbandonare il marxismo radicale, per dare spazio alla libera impresa e all’uso di mezzi democratici per la lotta politica.
Questa visione riformista, che ad oggi può apparirci scontata, un tempo era fortemente osteggiata dai vari massimalismi, socialisti e non. Basti pensare alla forte connotazione rivoluzionaria che albergava all’interno del Partito Socialista, anche dopo la fuoriuscita dei comunisti nel 1921.

 

La sua idea umanista sopravvisse anche nel dopoguerra. Quando la società italiana fu divisa fra i due “partiti Chiesa” (DC e PCI); la forza ideologica del suo pensiero, seppur condiviso da pochi, ci ha dato buoni frutti e persino un Presidente della Repubblica: Giuseppe Saragat.

 

Dovremmo però aspettare il ‘78, con il Vangelo socialista di Craxi e di Pellicani, per veder accettate all’unanimità le antiche tesi del gradualismo turatiano.
Ma se la tardiva “Bad Godesberg italiana” aveva portato il PSI verso un orizzonte pienamente riformista, la rimanente sinistra comunista, ancora maggioritaria nell’alveo progressista italiano, rimaneva ben salda nei suoi principi.
Sarà solo la caduta del Muro di Berlino a decretare la fine definitiva del socialismo Reale, e di chi al socialismo adogmatico di Turati aveva preferito un approccio religioso al marxismo.

 

La sua idea fu una piccola fiaccola che fece sopravvivere in essa quel poco di cultura riformista presente in Italia.
Anche quando nel ‘68 ci si ammazzava nelle strade, pochi discepoli del minimalismo riformista portavano avanti l’idea che l’unico socialismo realizzabile non poteva trascendere dalle libertà individuali dell’Uomo; e fra esse, dalla salvaguardia della più importante di tutte: la libertà di pensiero.

 

Ed è proprio questo lo spirito che occorre recuperare oggi. La Tolleranza verso il pensiero altrui. Se la sinistra insegue l’odio del populismo rispondendo con altrettanto furore ideologico, rischia di rievocare fantasmi che il riformismo turatiano, prima ancora della storia, aveva già sconfitto.

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Articolo pubblicato il 02/04/2021