La «Torino noir» vista e narrata da Milo Julini

La Mala Pasqua dell'anno 1901 (Prima parte)

La Pasqua dell’anno 1901 cade il 7 aprile. Nel giorno di Pasquetta, il cronista de La Stampa deve registrare che «La festa pasquale - festa d’amore e di pace - è stata, pur troppo, contristata quest’anno da uno di quei fattacci di sangue che imprimono una triste orma negli annali cittadini».

La ricostruzione del fatto di sangue, avvenuto nell’ambiente dei cosiddetti barabba e in una zona ancora degradata del centro storico cittadino, ovvero la via Bertola nel tratto fra via XX Settembre e Viotti, la ricaviamo dalla cronaca giudiziaria dell’avvocato Lorenzo Rosano (Firenze, 1876 - Torino, 1920), che si firma con lo pseudonimo di Cini.

 

La Mala Pasqua! ecco il titolo che, se non fosse troppo abusato, sarebbe convenuto al racconto di questo dramma della suburra torinese. La sera di Pasqua due giovani operai, tal Moroni e Bianchi, dopo aver bighellonato alquanto per osterie e gargotte, incontrarono in via Bertola una venere vagabonda, tale Maddalena Gonnella, che conoscevano più che di vista. Il Moroni le offerse un colloquio, ma questa, presa da un pudibondo improvviso rispetto d’altri legami che il Moroni aveva contratti con una servotta d’osteria, rispose con uno sdegnoso rifiuto.

Nuova Lucrezia, alle insistenze del Moroni andò via, opponendo le più recise denegazioni, finché venne alle contumelie e alle insistenze del Moroni, colla cocciutaggine degli ubbriachi, picchiava e ripicchiava sul chiodo, finché la donna, perduta la pazienza, uscì col dire: Va, fila, fa la toa strà, se ‘d no ciamo ‘l mè Tòjo! [Va, fila via, fai la tua strada, sennò chiamo il mio Vittorio!].

A questo punto ritrovò la bega il Bianchi, il quale s’era allontanato per fare alcune compere, ed un po’ per la minaccia che la donnaccia profferì con un accompagnamento di certe occhiatacce da far rabbrividire, ed un po’ pel prudente consiglio del Bianchi, ed anche perché il Moroni non aveva intenzioni bellicose, gli uomini se ne andarono alla vicina Osteria dei Brodi, ove il Moroni aveva la sua donnetta e qualche altro amico.

La Gonnella, ch’è una mala... gonnella, non volle lasciar cadere invendicato l’insulto fatto... alla sua... onestà, e pensò: «‘L mè Tòjo darà lezione cha si conviene a quello sfacciato!». E si mette alla ricerca del suo paladino, finché, scorazzata per l’una e l’altra bettola, lo stana in una taverna, ove trincava con altri pari suoi. Gli si accosta, gli racconta l’onta patita, le offre, come una dama antica, i suoi colori: «Battiti per essi» gli dice. Vittorio Miladani, avanzo di galera, getta un’occhiata ai suoi compagni. È un invito? È un’imposizione? Questi si alzano ad un sol uomo, giurano vendetta, e tosto sono nella via tenebrosa: gli animi in fiamme. La donna loro insegna la strada, e ad un certo punto, fingendo di tirarsi su una calza, estrae dallo strano ripostiglio un’arma che fa passare ai rivendicatori del suo onore.

I barabba sono attorno alla Trattoria dei Brodi. La donna spia da uno spiraglio e indica al suo Tòjo il suo offensore, il quale beve il bicchiere della staffa con alcuni suoi amici. Miladani si ricalza sugli occhi il cappello, si stringe le brache con il moto consueto dei lazzaroni, dà un morso al mozzicone di sigaro ed entra. Corre difilato al tavolo ov’è il Moroni, gli batte sulle spalle: “Amico, ho una partita da accomodare, uscite”.

Il Moroni, che ha inteso, che ricorda la fatale minaccia: ‘L mè Tòjo, ma che non vuole l’accusa di paura, accetta l’invito.

Che avviene nella strada? Un rumore d’alterco giunge nella trattoria, e tosto tal Venturino, che era tavoleggiante col Moroni, si precipita fuori in suo soccorso.

Troppo tardi! La battaglia è già ingaggiata, prima a suon di schiaffi, poi a coltellate. Allora Venturino si lancia come un leone in mezzo alla mischia, corre incontro al Miladani e gli caccia in petto la lama del suo coltello. Due amici di costui, visto l’atto terribile, si avanzano, colpiscono il Venturino, ed una coltellata gli spacca il cuore.

Sulle grida dei feriti, sulle bestemmie dei combattenti, si leva la voce stridula della donnaccia, che incita, accalora, sprona, gridando: Daje! Daje!

Così la cronaca di Cini identifica nella donna la vera responsabile del fatto di sangue perché ha incitato il suo protettore Tòjo e i suoi accoliti a colpire l’uomo che l’avrebbe offesa.

Iniziano le indagini della Questura.

Il morto viene identificato come Angelo Venturino, di anni 24, da Asti, imballatore, abitante in via Porta Palatina 19. Intanto giunge voce agli inquirenti che, subito dopo lo scontro, due individui, Vittorio Miladani, calzolaio di 27 anni, abitante in via Borgo Dora 43, e Giuseppe Reano, erculeo facchino di 25 anni, si sono presentati al Municipio, dove si trova un posto di pronto soccorso, per farsi curare. Miladani presenta una coltellata al costato sinistro e Reano una ferita analoga al cavo ascellare sinistro. Il medico di guardia, dopo aver eseguito una medicazione provvisoria, li ha fatti accompagnare all’Ospedale di San Giovanni, dove la Questura li fa piantonare nei loro letti.

Vittorio Miladani lavora come calzolaio a tempo perso, in realtà è un barabba e un gargagnan, protettore della prostituta Maddalena Gonella, di 26 anni.

Su questa donna, considerata l’istigatrice del delitto, che dopo il fatto di sangue ha pensato bene di scomparire dalla circolazione, si concentra un forte biasimo.

Così La Stampa del 12 aprile ne annuncia con soddisfazione l’arresto presso una famiglia dell’allora periferica borgata Campidoglio: «L’arresto della istigatrice dell’omicidio in via Bertola! - Nel narrare l’omicidio avvenuto nella sera di Pasqua, in via Bertola, nelle vicinanze della rivendita di brodo e carni lessate, si era detto che il grave reato di sangue era dovuto, si può dire, unicamente a quella donnaccia da trivio che richiese l’intervento e l’opera del suo amante per vendicare le offese ricevute».

Alla conclusione delle indagini, sono identificati altri due presunti uccisori di Venturino: Pietro Vercellino, bracciante, e Luigi Gallo, panettiere ancora minorenne.

Secondo il sostituto Procuratore Generale Giovan Battista Avellone, che sarà Pubblico Ministero al processo, i quattro barabba Vittorio Miladani, Giuseppe Reano, Pietro Vercellino e Luigi Gallo «per vendicare la prostituta [...] Maddalena Gonella, diedero, nell’aprile 1901, luminosa prova, in quattro e con la istigazione sul luogo della stessa Gonella gridante “Dàlli! Dàlli!”, dell’arte di saper forare, crivellando e freddando l’onesto operaio Angelo Venturino, accorso a salvare il preteso offensore».

 

Occorre a questo proposito precisare che il Procuratore Avellone parla di «arte di saper forare» italianizzando il termine piemontese «foré» che nel linguaggio comune significa bucare, forare ma che nel gergo dei barabba assume il preciso significato di accoltellare.

Fine della prima parte (continua).

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Articolo pubblicato il 04/04/2021