La «Torino noir» vista e narrata da Milo Julini

La Mala Pasqua dell'anno 1901 (Seconda e ultima parte)

Leggi qui la prima parte.

 

È evidente che il processo viene a configurarsi come una sorta di crociata contro i barabba torinesi, anche a costo di nobilitare la vittima, Angelo Venturino, che il Pubblico Ministero Avellone definisce «onesto operaio», ma che a ben considerare appartiene allo stesso ambiente degli accusati: è sì intervenuto in difesa di un amico ma a colpi di coltello, mandando quasi all’altro mondo Vittorio Miladani!

Cini Rosano, apprezzato e carismatico cronista giudiziario che dedicherà tutta la sua vita a La Stampa, si fa interprete di questo senso di riprovazione della cittadinanza, quando intitola «‘L mè Tòjo. Una truce tragedia del barabbismo torinese» le sue cronache del processo che si svolge in Corte d’Assise a Torino dal 5 all’8 novembre dello stesso anno 1901.

Riprendiamo alcuni passi significativi.

Il dibattimento di questo processo [...] si svolge discretamente interessante e, a dispetto della tragicità dell’argomento, tra le più schiette risate del pubblico. Risate provocate dal contegno degli imputati, i quali vanno ribattendosi l’accusa di aver maneggiato il coltello l’un con l’altro usando le più fiere invettive, incespicando in frequenti contraddizioni, rimbeccandosi e protestando nel loro gergo barabbesco, poco fiorito, ma molto espressivo.

La Gonella è una donnetta bruna, dalla bocca un po’ deforme e l’aspetto non troppo garbato; il Miladani, suo amante, che una coltellata, perforandogli il polmone, lo condusse all’orlo della fossa, è gracile, malaticcio, alto un palmo, con i baffi fulvi [...].

Il Reano è un pezzo di colosso, vestito di un lurido pastrano; di crine è rossiccio ed ha uno sguardo rapido e vivo. Il Vercellino è un giovanotto snello, brunetto, tipo insignificante che, parlando, abbassa gli occhi, ed ha un sorriso melenso. Il Gallo invece è un torrente d’eloquenza, ma un’eloquenza torbida e turbinante.

Con questo quintetto di barabba (e di barabba che presentano i tipi principali di questa razza malnata), ognuno si può immaginare le scenette ed i dialoghi avvenuti nel gabbione, dove i prevenuti difendonsi a tutta oltranza, accusando e respingendo accuse ad un tempo. (La Stampa, 6 novembre 1901).

Le testimonianze, non troppo numerose, non valsero a dare il colore alla causa, meglio delle deposizioni degli imputati stessi. Del fatto i pochi referti dei presenti non accertarono particolari di qualche entità, che ancora non siano stati portati in causa. Una testimonia, giovanetta poco più che quindicenne, fu colta in mendacio sul punto della causa riflettente l’istigazione della Gonella al delitto, ch’essa escluse, mentre fu affermata da un ragazzotto, che l’udì gridare: Daje! Daje!

Il presidente rimproverò la piccola bugiarda, ma questa si mantenne cocciutamente sulla negativa, così che fu posta in guardina per alcun tempo. Ricondotta nell’aula, si determinò poi a dire a denti stretti d’aver udito quelle incitazioni della Gonella, accusando, a sua discolpa, un’improvvisa amnesia cerebrale. [...]

E prende la parola l’avvocato Avellone, oratore della legge, il quale pronuncia una vigorosa requisitoria contro la peggiore piaga sociale torinese: il barabbismo, ed italiana, e forse mondiale: il gargagnanismo.

Domani parleranno i difensori. Enorme concorso di pubblico, che si diverte. (La Stampa, 7 novembre 1901).

Gli imputati hanno mantenuto un contegno impassibile e tranquillo, ad eccezione di qualche scatto della Gonella, la quale, piagnucolando, si difese strenuamente contro l’accusa di istigazione all’omicidio. Il Miladani, suo intimo amico, l’andava tratto tratto rimbrottando.

Ieri giunse al presidente una supplice lettera della madre della prostituta, in cui scrive:

«Col cuore commosso e colle lacrime agli occhi, mi prostro ai piedi della Preg.ma Signoria Vostra, e con umile preghiera invoco clemenza per la mia figlia Gonella Maddalena. Benemerito signor presidente, il cuor vostro è colto di cara pietà commovente all’altrui sventura ed al dolore immenso di una povera madre, che di tanta disgrazia mi trascina velocemente alla tomba.

Chiedo grazia presso la pia umanità vostra e dei giurati. Sono vecchia, vedova, priva di mezzi; questa sola figlia potrebbe essermi di sostegno, che, dimenticando la sua vita passata, giura per l’avvenire essere onesta cittadina. Spero fiduciosa in tanta clemenza, e Iddio solo saprà ricompensare la pia opera, che ricorderò incancellabile. Continuamente pregherò Iddio per la prosperità della R. S. V. e dei giurati, e dal Cielo scenda benedizione sul vostro capo venerato. Gonella Teodora». (La Stampa, 8 novembre 1901).

I giurati vollero dare un’adatta cornice al quadro a foschi colori dipinto dal Pubblico Ministero. Convenendo in tutte le ragioni da lui addotte contro il barabbismo feroce ed invadente, pronunciarono un verdetto di piena ed incondizionata colpabilità contro i cinque odierni campioni di quel barabbismo.

Ritennero il Miladani, la Gonella, sua druda [amante, N.d.A.], il Vercellino, il Gallo ed il Reano colpevoli di omicidio premeditato: il Miladani e la Gonella di ferimento sulla persona di Moroni Antonio, ed accordarono a tutti le attenuanti.

In omaggio a tale verdetto la Corte condannò Miladani, Reano, Vercellino e la Gonella a 30 anni di reclusione; il Gallo, perché minorenne, a 25 anni, un totale netto di 145 anni.

Non si può descrivere l’impressione destata dal verdetto nella peggior parte dell’uditorio, in cui si contavano molti amici e colleghi dei prevenuti, i quali provarono non lieve commozione alla lettura della sentenza.

Valessero questi esemplari verdetti ad estirpare la mala pianta tanto rigogliosa! (La Stampa, 9 novembre 1901).

Un augurio che, purtroppo, sarà smentito dallo stesso sostituto Procuratore Generale Giovan Battista Avellone, che nel 1903 pubblicherà uno studio su Omertà e barabberia, dove è citato il caso di Pasqua del 1901 e dove appare questa affermazione: «La Barabberia non si vince soltanto con la repressione - ci vuole il concorso efficace di una costante, illuminata e sapiente prevenzione».

 

Bibliografia

Giovan Battista Avellone, Malanni. Fogli di studio, Origlia, Festa e C., Torino, 1903.

    

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Articolo pubblicato il 05/04/2021