La «Torino noir» vista e narrata da Milo Julini

Disavventure coniugali

Dice un proverbio piemontese: «Ëd fomne brave ant ël mond ai na j'era doe: un-a a l’han perdùla e l’àutra a riesso pì nen a trovéla» (Di donne brave nel mondo ce n’erano due: una l’hanno perduta e l’altra non riescono più a trovarla). L’affermazione è forse un po’ troppo radicale ma potrebbe trovare una sua giustificazione nelle storie che stiamo per esporre.

Riprendiamo infatti la nostra ricognizione fra le disavventure coniugali nella nostra città alla vigilia del miracolo economico italiano, in un ambiente sociale piuttosto elevato.

Iniziamo con una storia di corna in apparenza lineare ma che davanti al  Pretore viene ad assumere risvolti misteriosi ed evoca addirittura uno scambio di persona.

La leggiamo su Stampa Sera del 1° giugno 1951:

 

Un curioso processo per adulterio si svolge oggi in Pretura. Sono imputati la giovane figlia di un facoltoso proprietario terriero e un vigoroso autista. Parte lesa è il marito della ragazza, un impiegato fine e intelligente.

L’uomo tradito si rivolse alla Questura sei mesi dopo le nozze che avvennero sulla fine del 1949. Allora aveva soltanto dei sospetti. La moglie, infatti, molte volte durante il pomeriggio quando egli le telefonava dall’ufficio, non si trovava in casa e poi alla sera non sapeva dare giustificazioni e appariva stanca e trasognata. Un amico lo aveva persino informato, con molto tatto e prudenza, di aver riconosciuto la giovane e bellissima signora davanti alla porta di un compiacente albergo della periferia in compagnia di un individuo dalla corporatura atletica.

Le indagini della polizia portarono ad accertare che il nome della signora risultava scritto sui registri di almeno una decina di alberghi. Per circa venti volte essa aveva diviso la camera con la stessa persona. Si era trovata con l’amico due volte prima del matrimonio, una terza volta dieci giorni dopo le nozze e poi successivamente di settimana in settimana. Il fatto venne riferito all’autorità giudiziaria che iniziò un procedimento penale nei confronti della donna e del suo amante.

Stamane la giovane sposa è comparsa davanti al Pretore dottor Calcagni elegantemente vestita ed assai disinvolta. Ha dichiarato che tutti i guai in cui è venuta ad essere coinvolta sono conseguenza dello smarrimento della sua carta di identità. Qualcuna deve aver trovato il documento, servendosene poi abusivamente. Era facile chiarire se si trattava di lei o di un’ignota avventuriera. Bastava chiederlo al secondo imputato, che ammetteva di essere andato in albergo. Ed infatti il giudice Calcagni gli chiese se la sua amante, segnata sui registri fosse la imputata o un’altra. La risposta fu questa: «Non era lei. Non posso dire chi fosse perché io sono stato con donne di 13 nazioni e non ho memoria per questi incontri galanti».

Dopo l’interrogatorio di alcuni testimoni hanno parlato l’avv. Marchisio di Parte civile e il Pubblico Ministero avv. Asti. Dopo le arringhe della difesa (avv. Trinch e Torchio) sarà pronunciata la sentenza.

 

La carta d’identità smarrita è una realtà oppure una astuta trovata della signora o dei suoi avvocati? Certo la testimonianza dell’amico pare abbastanza significativa del suo tradimento...

Ma, al di là della verità giudiziaria che non conosciamo per il rinvio del processo, restano le due figurine della moglie elegante e disinvolta e del suo vigoroso autista. Questo presunto amante si dimostra cavaliere nei confronti della donna ma certo appare come un vanitoso esibizionista. Dove si potevano trovare donne di tredici nazionalità diverse nella Torino del 1951?

La seconda storia l’abbiamo tratta da un più lungo articolo de La Stampa dell’11 agosto dello stesso anno, dedicato alle cause di separazione considerate dalla Magistratura, alla quale si sono rivolti ben «tre mariti infelici».

Ci occupiamo quindi di una

 

infelice storia matrimoniale [che] riguarda una unione fatta con idee moderne scevre da «pregiudizi». La fiducia massima doveva regnare fra i due giovani coniugi, e il buon senso doveva guidarli. Questo era stato il patto imposto dalla ragazza al marito, un giovane di 24 anni, proprietario di una piccola officina. Senonché ben presto il disgraziato sperimentò a sue spese che cosa intendesse dire la moglie con la parola «pregiudizi». In quattro mesi scomparvero dalla cassa 600 mila lire; la donna se ne andava tutto il giorno a passeggio con amici ed amiche; rincasava tardi alla notte ed al mattino dormiva sino alle 11. Quando il marito la rimproverava essa pronta rispondeva: «E perché non fai altrettanto?». Aveva promesso di aiutarlo nel suo lavoro, ma in realtà chi lavorava era solo lui; lei si preoccupava invece di spendere.

 

«Marijte e peuj ghigna» (Sposati e poi ridi) viene da commentare, sempre per restare in tema di detti piemontesi. La cronaca così prosegue:

Ultimamente, alla vigilia della partenza per la campagna, l’infernale moglie gli disse che non sarebbe andata con lui perché si era già impegnata con alcuni amici per un viaggio sulla Costa Azzurra. «Spero - ebbe la faccia tosta di premettere - che non avrai nulla da obbiettare perché siamo liberi da pregiudizi».

Ed il marito infatti non disse nulla, ma andò invece immediatamente dall’avv. Risso perché iniziasse le pratiche per la separazione «per colpa della moglie».

 

In questo caso non viene esplicitamente citato un tradimento della moglie pigra e spendacciona, anche se la cronaca lascia immaginare una pericolosa promiscuità con «amici e amiche». Si tratta però di un “tradimento” del modello ideale di buona moglie, tanto che il cronista non esita a definire la donna «infernale».

 

Concludiamo con il racconto della disavventura di un marito, il quale più che geloso appare fin troppo interessato a provare una improbabile infedeltà da parte della consorte. Ne parla Stampa Sera del 13-14 settembre 1951.

La Celere è stata mobilitata ieri sera per accondiscendere alle richieste di un industriale, marito geloso, che diceva di aver ormai la prova del tradimento più sfacciato della moglie. Egli infatti, fin dalle ore 17, aveva cominciato a seguire la donna che era uscita di casa, dichiarando di dover eseguire alcune commissioni urgenti.

Da due mesi aveva iniziato le pratiche per la separazione legale per colpa naturalmente della consorte, ma il suo avvocato, con molta sincerità, gli aveva prospettato le difficili fasi della relativa procedura, soprattutto perché mancava la prova che la donna effettivamente avesse violato i doveri di sposa. Anzi, dall’esame obbiettivo dei fatti, pareva che la convivenza coniugale fosse resa impossibile soltanto dalla gelosia dell’uomo e dal suo attaccamento quasi morboso al lavoro. Egli allora aveva giurato a se stesso di scoprire la moglie in flagrante adulterio.

Ieri sera, vedendo la nuova toilette indossata dalla donna, ebbe la certezza che fosse giunto finalmente il momento opportuno. Si iniziò così per la città un inseguimento curioso. Il marito, infatti, per quante buone ragioni avesse di pedinare la moglie, non possedeva la stoffa del poliziotto. Era impacciato e goffo. Soprattutto quando doveva attendere davanti ai molti negozi in cui entrava la moglie. Furono appunto queste visite che lo convinsero maggiormente del tradimento della donna. Gli esercizi visitati infatti furono, in prevalenza profumerie.

Finalmente, dopo un’ora di passeggio, la signora varcò la soglia di un albergo del centro. Con lo sdegno e il furore che subito gl’invasero l’animo, già esacerbato il marito provò una certa amara consolazione pensando che ormai la separazione legale era cosa fatta avendo egli finalmente raggiunto la prova schiacciante del tradimento. Chiamò un tassì che sembrava attendesse apposta, a distanza di pochi metri, si diresse in questura per stender la denuncia e provocare così l’immediato intervento degli agenti. Partì una jeep con un equipaggio della Celere fra i quali sedeva il marito.

I tre giunsero in breve all’albergo. Gli agenti domandarono al custode in quale camera fosse ospite la signora Rosetta. Ma la donna non figurava nel registro dei clienti. Ed allora il custode si ricordò che poco prima, una fine distinta signora si era recata nel giardino dell’albergo per incontrare una vecchia amica. Il marito si precipitò come un fulmine verso il luogo indicato. Incontrò effettivamente la moglie intenta a conversare animatamente con una signora anziana. Costei era una compagna di collegio della madre di Rosetta C. e da poco giunta in Piemonte dalla Svizzera. La scena che ne seguì è superfluo rievocare. L’uomo infatti appariva estremamente irritato e deluso per essersi vista sfuggire la prova dell’adulterio e la moglie dal canto suo manifestava ira e sdegno per essere stata pedinata mentre si recava a compiere una visita del tutto innocente.

Il nostro cronista pare divertirsi allo smacco dell’arrogante industriale, ma senza calcare la mano. Non fa capire quale sia il motivo di tanto desiderio di una separazione legale per colpa. Oggi si potrebbe pensare che il nostro industriale sia protagonista di uno di quei casi così sintetizzabili “Deve il successo alla prima moglie e la seconda moglie al successo”. Ma nel 1951 non esiste il divorzio, si può soltanto ipotizzare una relazione, magari con una piacente dattilografa. La separazione legale non fornisce una via per rifarsi una vita. Così ci teniamo i nostri dubbi e sorridiamo alla scena madre, quando l’uomo si infuria scoprendo di non essere stato tradito.

Il voler essere tradito a tutti i costi evoca un noto episodio della carriera dell’investigatore privato Tom Ponzi (1921-1997). Uno dei suoi altolocati clienti, l’Aga Khan III, dubitava della fedeltà della sua quarta moglie, Begum Om Habibeh Aga Khan, Miss Francia nel 1930.

Dopo ventitré giorni di sorveglianza all’hotel Negresco di Nizza, Tom Ponzi certifica l’assoluta fedeltà della signora. L’Aga Khan si infuria per il costo molto elevato dell’investigazione che non ha portato a scoperte clamorose. Si narra che Tom Ponzi, a queste rimostranze, abbia risposto: «Se voleva una patente di cornuto, bastava chiederla!».

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Articolo pubblicato il 09/04/2021