Una lettera inedita (e immaginaria) di Alessandro Manzoni a sua madre, Giulia Beccaria

Prosegue l'interessante esperimento letterario di Patrizia Lotti, che firma una lettera di Alessandro Manzoni a sua Madre Giulia Beccaria

 

di Patrizia Lotti

 

Cara mamma,

in questa strano scambio di missive con la tua ancora più strana amica Patrizia, la Provvidenza ha voluto che entrassi anch’ io, il tuo Lisandrino, diventato poi il fin troppo serio, e con il tempo anche cupo e disincantato don Lisander. Non ti ho mai chiamata semplicemente mamma, ma questa volta mi sembra il modo più opportuno di rivolgermi a te. Certo che le cose cambiano.

Quanti ricordi, leggendo le vostre lettere! Ovviamente ero troppo piccolo quando mi hai lasciato dalla balia Caterina Panzeri in cascina Costa, a Galbiate, per ricordarmi se sia stata brava o no con me, ma quando mi è capitato di tornare da quelle parti ho sempre provato un senso di pace e serenità, profumato di latte e di pulito. Probabilmente hai fatto bene a lasciarmi lì; a casa forse, allora, non mi avresti saputo dare tutto l’amore di cui un bambino ha bisogno.

Ti perdono, mamma. Eri troppo triste, addolorata, sposata ad un uomo che ti era stato imposto e innamorata di mio padre, l’”amabile cadetto”, raffinato, elegante e dotato di una rara e garbata ironia che ti aveva affascinata  fin dal primo incontro, ma che non è mai stato davvero al tuo fianco. Eri così sola! Ti perdono, davvero.

Ma sulla mia educazione a Merate, poi a Lugano, poi a Milano, dai padri Somaschi o Barnabiti, santo cielo, mamma, qualcosa da dire ce l’avrei. Anche tu eri stata “istruita”, diciamo così, in convento, per cui avresti dovuto inorridire davanti alla “qualità”, si fa per dire, dell’insegnamento che sapevi mi sarebbe stato impartito. Per il resto, poi. Sai quanti scapaccioni ho preso? E sai come mi prendevano in giro gli altri ragazzi per la mia balbuzie? Per non parlare della faccenda del mio vero padre; lo sapevano tutti che don Pietro non era affatto mio padre, che avrei dovuto chiamarmi Verri, non Manzoni.

Santo cielo, mamma, quante umiliazioni! E quanti pianti! Solo pensando a tutto l’amore che mi hai dato dopo, quando mi hai chiamato a Parigi, riesco a scusarti. Ma solo un po’, a dire il vero. Passi per gli scapaccioni, le prese in giro, ma un’istruzione degna di tale nome non me la meritavo?

E’ vero che gli Imbonati erano molto più ricchi di noi, ma il tuo Carlo ha ricevuto la sua educazione in casa e da parte dell’abate Parini, addirittura! E tu cos’hai fatto, invece?  Dopo aver criticato tanto le suore del tuo convento, mi hai mandato in mezzo a sacerdoti e prefetti che, oltre ad alzare le mani su di me, m’insegnavano il latino così: “Amo amas se ne stava/Doceo doces se n’andava./Lego, legis piscinin/Tira foeura el cortelin. /Se no gh’era eo, is/El mazzava fio,fis;/Fio,fis de la paura/L’è scapàa in sepoltura: In sepoltura che l’è stàa/De la paura l’è crepàa.”

Ti rendi conto? Una follia! Ma pazienza; se penso alle conversazioni di qualche anno dopo a Parigi con il Fauriel, al salotto dei De Condorcet, per non parlare del Degola, va be’, ti perdono.

Tra l’altro, a proposito di conventi: la tua amica Patrizia (davvero strano nome!) ha ipotizzato che avessi pensato a te, raccontando la storia di Gertrude. Ma no, non è così: ho pensato alla zia Paola, alla sorella di don Pietro, monaca smonacata dopo la soppressione napoleonica di tanti conventi. So che non ti è mai stata molto simpatica, ma con me era affettuosa: l’avevano costretta al convento, poverina, per cui quando è stata obbligata ad abbandonarlo non le è parso vero di potersi occupare un po’ di suo nipote, forse considerandomi il bambino che i suoi genitori le avevano negato di avere.  

Lei mi ha sempre considerato tale, al di là delle voci. Poverina, a modo suo mi ha voluto bene, mi ha raccontato di come l’avessero costretta a prendere i voti, mi ha aiutato ad immaginare i pensieri di Gertrude. Sai quanto mi sia arrovellato sulla questione dei pensieri dei personaggi in un romanzo storico: sai benissimo che ho scritto al marchese D’Azeglio che uno scrittore deve avere “l’utile per iscopo, il vero per soggetto, l’interessante per mezzo”. Nessun problema per l’utile e il vero. La morale cattolica e lo studio della storia, a cui mi son potuto dedicare grazie a te, che mi hai sollevato da ogni preoccupazione finanziaria e amministrativa, mi hanno indicato la via maestra.

Ma per l’”interessante” le cose per me sono sempre state complicate; che pensieri era lecito che attribuissi ai vari personaggi? Su quali basi avrei potuto e dovuto fondare le mie scelte? Be, almeno per Gertrude ho avuto un aiuto dalla zia Paola, un grosso aiuto. Grazie, zia Paola, grazie per le preziose confidenze e le carezze quando ero bambino.

Ma grazie soprattutto a te, cara mamma. Quanto mi hai amato e protetto quando sei stata in grado di farlo! Anzi, a proposito di amore, vorrei raccontarti una storia. Sarà più semplice di quella di Renzo e Lucia, ma sono sicuro che si avvicinerà moltissimo  alla verità dei pensieri della protagonista. Poi me lo dirai.

La storia comincia a Milano, dove, in un bel palazzo, nacque un giorno una bambina, frutto dell’amore di una coppia che si era sposata contro la volontà dei genitori e andando contro le convenienze; fin da piccola mostrò un bel caratterino, degno della disinibita disinvoltura della mamma e delle idee rivoluzionarie del padre. Sembrava destinata ad un’infanzia felice, ma in realtà i genitori si stancarono presto di occuparsi di lei e appena possibile la misero in un collegio dove le insegnarono solo ad essere  orgogliosa del suo titolo.

A diciott’anni il padre la riportò a casa, ma la diede in sposa ad un brav’ uomo che aveva però la sua stessa età ed era lontano mille miglia da un altro gentiluomo di cui la ragazza si era innamorata: aveva comunque il doppio dei suoi anni, ma era colto, garbato e capace di ridimensionare ogni problema con la sua ironia. Un uomo rivolto al futuro e senza inibizioni, così come il marito al passato e ad una visione bigotta della vita. Come stupirsi se la storia continuò anche dopo il matrimonio? E come stupirsi se da quell’amore nacque un bambino? Ma una brutta sorpresa aspettava la nostra protagonista, che potrei chiamare Giulia per semplificare: di quel bambino il garbato gentiluomo non ne volle sapere nulla, anzi di lì a poco lasciò anche la sua amante. Come poté sentirsi lei a quel punto? Sola, abbandonata e infelice, tanto che non trovò la forza di occuparsi del suo piccolo.

Ma poi, con il tempo, riuscì a recuperare la sua libertà ed incontrò un  nuovo amore, o almeno un affetto sincero, un amico buono e generoso. Tanto che le propose lui stesso di chiamare a Parigi, dove la coppia si era trasferita, il figlio “dimenticato” da tanto tempo. E da allora la madre non lo lasciò mai più: visse sempre con lui e la sua famiglia, in piena armonia con la giovane nuora e gli undici nipoti che nacquero, sempre attenta alla salute e alla serenità di tutti. Anche dopo la morte della nuora e il nuovo matrimonio, lei gli rimase sempre vicina, non gli fece mai mancare il suo affetto e la sua comprensione. Insomma, cominciò tardi, ma fu una mamma fantastica.

Sai, mamma, questa volta credo proprio di aver attribuito ai personaggi i loro veri sentimenti. Soprattutto a te. Le lettere che tu e la tua amica vi siete scambiate sono lì a dimostrarlo. Grazie, cara mamma, per tutto quello che hai fatto per me.

 

Alessandro

 

 

 

 

 

 

     

 

 

 

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Articolo pubblicato il 15/04/2021