Roma. Manifestazione ‘Io apro’: lancio di bombe carta e scontri con la polizia. Migliaia di ristoratori cercano di arrivare a Montecitorio. Oggi si replica

Il raffronto Italia-Svizzera, la beffa (tutta italiana) delle chiusure inutili e controproducenti.

La sinistra si suicida sui migranti, contro il pragmatismo di Draghi, ma i problemi degli italiani sono ben altri. La politica cede il passo ai virologi da salotto, con contraddizioni palesi  e

cambi di rotta che si riversano ogni giorno sui cittadini e le categorie interessate. Il Paese continua a rimanere bloccato ed i risultati non si vedono; ormai la misura è colma.

Dopo le avvisaglie della scorsa settimana, ieri Roma è stata invasa dalle categorie che maggiormente subiscono la crisi e le misure restrittive del governo. Migliaia di ristoratori, artigiani, operatori del turismo e dello spettacolo sono convenuti nel pomeriggio di ieri a Roma per la manifestazione non autorizzata ‘Io apro’.

La protesta era focalizzata contro le chiusure imposte dal governo. Nella capitale blindata, si sono vissuti momenti di tensione, con la polizia che ha circondato Piazza San Silvestro, vicino a Montecitorio, per impedire l’accesso ai manifestanti. La tensione è salita quando qualcuno, tra i dimostranti, ha lanciato bombe carta proprio tra le forze dell’ordine, schierate in assetto anti-sommossa, mentre altri urlavano: “Teniamo le mani in alto, veniamo in pace”.

Un ragazzo ammanettato ha chiesto comprensione agli agenti: “Non vogliamo scontri, non serve a nulla. Chiediamo in maniera civile di essere scortati da voi verso Piazza Montecitorio”. Sono 120 le persone identificate dalle forze dell'ordine, 20 delle quali alla stazione Termini, durante la manifestazione. Sei di loro sono state portate in questura e la loro posizione è attualmente al vaglio degli operatori di polizia. I manifestanti hanno intonato cori "Libertà, libertà". "Non siamo partite Iva, siamo persone, siamo famiglie - ha detto un manifestante arrivato da Napoli - non siamo delinquenti, siamo persone che lavoravano 14 ore al giorno". Mentre un altro ha aggiunto: "Ci negano anche il diritto di manifestare. È stata un'impresa arrivare qui". Oggi si replica.

Come abbiamo già riferito nei giorni scorsi, crescono in tutta Italia le proteste dei pubblici esercenti, degli ambulanti, dei ristoratori, degli albergatori che hanno dovuto rinunciare al movimento turistico del “ponte” di Pasqua. Come per altre categorie e gli operatori dello spettacolo il momento è particolarmente difficile soprattutto perché i sacrifici e le restrizioni durano da un anno.

Alcuni non hanno potuto neppure approfittare della “ripresina” di attività di fine estate e la situazione impedisce ogni programmazione delle attività anche dopo una eventuale “normalizzazione”. Ma, per capire l’ottusità di molte misure governative che con i distanziamento e la prudenza hanno poco a che fare, facciamo pochi passi oltre i nostri confini  e precisamente in Svizzera, per rimanere ancor più allibiti, in quanto le norme sono state applicate in modo più intelligente che non in Italia, con risultati certamente non peggiori dei nostri.

L’esempio palpabile lo constatiamo sul Lago Maggiore: stesso clima, stessa lingua, stesso dialetto ma a poche centinaia di metri due realtà diametralmente diverse con alberghi aperti sulla sponda ticinese e chiusi su quella italiana.

La beffa è poi nei numeri: la gran parte dei lavoratori delle strutture elvetiche è comunque italiana,  i lavoratori sono “frontalieri” che ogni giorno attraversano il confine in pratica senza alcun controllo, così che l’eventuale contagio è all’ordine del giorno, ma in caso di positività (magari per un contagio “svizzero”) il ricovero – e relativi costi – avviene poi in Italia. Qui nasce il “caso”: le due politiche diverse di affrontare il Covid-19 non hanno portato a sostanziale diversità nei numeri del contagio o dei deceduti. I “sacrifici” italiani non sottolineano percentuali di infezioni particolarmente diverse e più basse di quelle ticinesi, stando almeno alle cifre ufficiali fornite dai siti dei due Paesi.

Il Piemonte ha 4.3 milioni di abitanti, esattamente la metà degli svizzeri, e se i casi sono stati in linea (319.000 in Piemonte, 613.000 in Svizzera) i deceduti elvetici risultano complessivamente 9.772 contro i 10.690 piemontesi.

E’ un paragone interessante: vale la pena una politica di restrizioni se non creano particolari benefici, ma per contro sicuramente penalizzano l’economia? La partita vera è sui vaccini che anche in Svizzera sono relativamente pochi, anche se la copertura della popolazione è maggiore di quella italiana. In concreto oggi siamo all’1% di italiani vaccinati settimanalmente, mentre la ressa corporativa del “ho diritto prima io” è diventata assordante, con indubbie ragioni anche per gli addetti al comparto turistico che di più hanno (avrebbero) rapporto con il pubblico. In tema di vaccini in Svizzera risulta in disuso il tanto deprecato vaccino AstraZeneca, ma i programmi proseguono senza il balletto delle precedenze mutevoli, vero rompicapo italiano, ove primeggiano i distinguo, ma latitano i fatti.

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Articolo pubblicato il 13/04/2021