Soccorsi e soccorritori nel sisma del 1930

di Alessandro Mella

L’evento

L’Italia, com’è noto, è un paese soggetto al verificarsi di eventi sismici alle volte dagli effetti disastrosi. Nella sua storia conta, infatti, un gran numero di terremoti che sono oggidì oggetto di studio come i celeberrimi del 1908 a Messina e Reggio Calabria e del 1915 ad Avezzano e L’Aquila o i più recenti del 1976 nelle regioni del nord est o del 1980 in Campania.

Meno citato è il sisma che colpì il centro sud della penisola il 23 luglio del 1930 quando la terra tremò colpendo soprattutto la Basilicata, la Campania e la Puglia devastando i centri abitati e montuosi delle provincie di Potenza, Matera, Benevento, Foggia ed Avellino. La mattina del 24 i quotidiani aprirono con tale notizia:

 

L’Irpinia e la Basilicata gravemente colpite dal terremoto (1).

Si trattava, per lo, più di zone dove regnava ancora una grande povertà tale da influire sulla scelta dei materiali usati nell’edilizia la cui scarsa qualità esercitò, purtroppo, un ruolo determinante nel crollo dei numerosi stabili collassati. Le vittime furono più di 1400 a causa di una magnitudo valutata in 6,7 Richter.

Tale evento riemerge nella memoria collettiva qualche volta perché le cronache lo hanno spesso dipinto come uno dei rari casi in Italia in cui i soccorsi e l’opera di ricostruzione si dimostrarono, nel complesso e seppur non privi delle sintomatiche difficoltà, abbastanza efficienti, celeri e lungimiranti grazie all’impegno profuso da tutti e dal ministro dei lavori pubblici Araldo di Crollalanza (2).

Questi secondo la legislazione del tempo aveva assunto il coordinamento della complessa macchina dei soccorsi recandosi con un treno speciale sui luoghi sinistrati. A distanza di pochissimi giorni dalla scossa l’organizzazione aveva già ripreso a edificare migliaia di nuove strutture abitative per i numerosi senzatetto. Le stesse, realizzate secondo criteri moderni, resistettero in molti casi al terremoto del 1980.

L’opera di soccorso

La macchina dei soccorsi si mosse abbastanza celermente pur con le enormi limitazioni del tempo. Ma se l’opera di ricostruzione ed assistenza fu immediata e nell’arco di pochi mesi ricostruirono intere comunità, i primi soccorritori dovettero affrontare le difficoltà dovute ai trasporti che comunque rallentarono un poco il movimento di reparti ed automezzi. Per lo più trasportati mediante ferrovia nelle regioni colpite.

Si mobilitarono immediatamente il Regio Esercito Italiano, i Reali Carabinieri, la Croce Rossa Italiana (3), vari corpi civici di pompieri, Il Genio Civile e molti volonterosi civili. Tra i primi a partire vi fu, come sempre in questi casi, il Re Vittorio Emanuele III:

 

S. Anna di Valdieri, 24 notte, S.M. il Re, accompagnato dai suoi aiutanti di campo, è partito in treno speciale per i luoghi colpiti dal terremoto (4).

 

I vari organi dediti al soccorso, forti delle esperienze del 1908 e 1915, diedero da molte città italiane la loro disponibilità a recarsi nelle terre colpite attraverso i podestà che in genere segnalavano la possibilità di offrire uomini e mezzi ai prefetti. Di norma il governo accordava agli stessi l’accoglimento degli aiuti resosi disponibili.

Nel caso del Vulture furono assai meno i salvataggi di feriti effettuati dai corpi civili poiché i militi delle forze armate dei territori circostanti, giunti tra i primissimi, se ne occuparono nell’immediato ma l’opera di pompieri, sanitari, tecnici e così via fu comunque lunga e variegata.

Vi era da verificare la tenuta delle strutture compromesse dal sisma, da abbattere muri e parti pericolanti, da puntellare gli edifici a rischio di crollo, da recuperare le salme delle persone ancora sepolte, da recuperare i beni e le masserizie rimaste nelle abitazioni, da ripristinare la disponibilità di strutture sanitarie e di distribuzione idrica, i servizi primari e via discorrendo:

 

Proseguono le demolizioni e il puntellamento e lo sgombro eseguiti dalle varie squadre di operai dell’esercito e da varie squadre di pompieri (5).

Tuttavia anche in città meno prossime all’epicentro si accumularono diversi interventi di soccorso ed assistenza come nel caso di Napoli. Al punto che nel capoluogo campano:

 

Addirittura fantastico è stato il numero di chiamate che hanno avuto i pompieri, i quali si sono prodigati fino all’impossibile. Oggi le chiamate per le verifiche sono continuate. I vigili del fuoco si sono recati in oltre cento località per visionare le case lesionate. Le chiamate più pressanti per richiedere l’opera dei pompieri furono quelle della zona San Gaetano (6).

 

È difficile stendere un preciso elenco delle città italiane che inviarono personale al terremoto del Vulture ma di alcuni abbiamo riferimenti abbastanza chiari.

Uno dei principali fu redatto a Milano nella persona dell’ing. Manlio Brenna che realizzò un interessante e dettagliata relazione sull’impiego dei pompieri milanesi nella zona di Lacedonia pubblicata sul periodico Il pompier italiano nel 1931.

La squadra raggiunse Lacedonia dopo un lungo viaggio in treno. Munita di tende, mezzi ed ogni materiale occorrente per la missione e le attività di soccorso. Di questo vale la pena leggere il preciso elenco stilato dal Brenna:

 

Binde, martinetti, taglie, funi metalliche e di canape, pali di legno e di ferro, tavole e travotti di legno, pinze, scuri, attrezzati da murature e carpentiere necessari per i lavori di demolizione e puntellamento, apparecchi di illuminazione elettrici e ad acetilene. Non vennero dimenticate due cassette di medicazione complete di tutto quanto possa occorrere per soccorsi d’urgenza.

 

Essi furono rimpiazzati dai colleghi di Roma nei primi giorni di agosto.

Parteciparono alle operazioni, seguite al terremoto del 1930, anche realtà più vicine:

 

A Melfi sono giunti oggi i pompieri di Bari e Potenza e altri reparti di truppa (7).

 

Un altro gruppo di soccorritori partì invece da Torino per volontà del podestà Paolo Thaon di Revel:

 

Pompieri e guardie Civiche in partenza per Ariano di Puglia. Domani mattina con uno dei primi treni partiranno alla volta di Ariano di Puglia 20 militi tra guardie municipali e pompieri scelti fra gli specialisti agli ordini dell’ing. Viterbi comandante dei nostri civici pompieri. I partenti vennero scelti tra i numerosissimi volontari che si sono offerti per formare la squadra destinata a partire (8).

 

Anche i soccorritori di Firenze guidati dall’ing. Latino Bacchereti accorsero al sisma del Vulture con una loro piccola squadra. Perfino la città di Napoli, che aveva avuto un gran lavoro nel suo territorio metropolitano, inviò a Lacedonia, nei giorni 27 e 28 Luglio, un manipolo di uomini guidati dall’ing. Gerardo Grippo.

Il terremoto del 1930 impegnò un gran numero di soccorritori tra militari, pompieri e sanitari e successivamente moltissime imprese e personale nell’opera di ricostruzione e passò alla storia come uno dei rari casi di gestione efficace della situazione che seguì la prima emergenza grazie anche all’impegno del ministro Crollalanza che, anche nel dopoguerra quando la retorica propagandistica del regime fascista era venuta meno, fu da tutti obbiettivamente riconosciuto al punto che tale giudizio è generalmente confermato e fatto proprio dalla moderna storiografia.

Alessandro Mella

 

(1) La Stampa, 24/7/1930,175, p.1.

(2) Araldo di Crollalanza (1892-1986) fu ministro dei lavori pubblici dal 1930 al 1935. Figlio del celeberrimo araldista ed editore dell’Annuario della Nobiltà Italiana oggi diretto da Andrea Borella.

(3) Proprio in seno alla Croce Rossa giunse anche la Duchessa d’Aosta per partecipare ai soccorsi.

(4) La Stampa, 25/7/1930, 176, p.1.

(5) La Stampa, 31/7/1930, 181, p.1.

(6) La Stampa, 24/7/1930, 175, p.1.

(7) La Stampa, 25/7/1930, 176, p.1.

(8) La Stampa, 27/7/1930, 178, p.6.

 

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Articolo pubblicato il 16/04/2021