Democrazia digitale?

Considerazioni su Casaleggio e dintorni

C’è una forza politica nel nostro paese che è affascinata dal mondo digitale e pensa che l’esercizio della democrazia contemporanea debba sottostare ai suoi strumenti e alle sue regole. Alludiamo ovviamente al Movimento 5 stelle, un partito/non partito/nonsisacosa  che guarda all’informatizzazione del mondo come Alice guardava al Paese delle Meraviglie o Pinocchio al Paese dei Balocchi, un movimento che incarna perfettamente il concetto di “nativo digitale” creato nel 2001 da Mark Prensky.

Prima Gianroberto Casaleggio poi suo figlio Davide, col supporto di un noto comico in cerca del suo posto al sole, ci hanno proposto un modello di politica che non si sa bene che cosa sia, ma che ha avuto un certo successo fra quella parte del popolo pentastellato  con un po’ più di istruzione e meno avvezzo al fanculismo di piazza.

Le ultime risse di strada fra la Piattaforma Rousseau, il Movimento 5 stelle e i suoi parlamentari -relative non certo ai sommi principi ma a questioni di soldi, contributi, rimborsi e rinnovo di mandati parlamentari- hanno messo nuovamente in luce la natura di quel partito/non partito/nonsisacosa: il nulla politico vestito di concetti incomprensibili e -se compresi- decisamente infantili. Ossessione per il virtuismo (per usare una bella vecchia espressione paretiana), populismo giacobino, ecologismo gretiano, incompetenza dirompente, presunzione monumentale, e infine velleitarismo adolescenziale per tutto quel che resta.

Se la politica di Giuseppe Conte, che oggi pare voler assumere la guida di quella gente, fu definita come il vuoto pneumatico spruzzato di acqua di colonia, figuriamoci che cosa sarà il matrimonio fra queste due entità.

Ma non è questo il punto. Saranno gli elettori, prima o poi, a fare giustizia di questa cosa aliena e senza forma.

Quello che preoccupa è che una delle poche idee comprensibili emerse da quell’ambiente potrebbe anche aver qualche presa sul dibattito politico più serio: intendiamo l’idea della democrazia digitale, l’idea cioè che si possa gestire una nazione e un popolo tramite reti informatiche in grado di individuare il consenso, farlo esprimere e poi trasformarlo in scelte politiche e legittimazione di classi dirigenti, abolendo così il sistema dei partiti, le tradizionali procedure elettorali, e forse anche le istituzioni rappresentative democratiche come sono oggi concepite e strutturate.

Per un “nativo digitale” questa prospettiva potrebbe anche essere accettabile, o forse addirittura auspicabile: finalmente, nella sua visione, tutti potrebbero essere chiamati in ogni momento a decidere le grandi questioni collettive con un semplice click sul computer in una immensa agorà virtuale dalle dimensioni nazionali o addirittura sovranazionali -forse persino mondiali-  realizzando appieno l’antico sogno greco di una democrazia integrale. E’ un sogno che in parte si è già avverato, se non nei suoi aspetti partecipativi e decisionali almeno in quelli gestionali e computazionali: oggi le elezioni vengono gestite da complessi sistemi informatici che permettono di raccogliere, elaborare e comunicare i dati elettorali con precisione e in tempi rapidissimi.

Queste tecnologie rendono teoricamente possibili infinite consultazioni, anche elettorali, ogni qual volta le si ritengano opportune o necessarie, in una serie continua di interazioni fra cittadino e decisore pubblico. Non si tratterebbe solo di una democrazia integrale ma anche continuativa.

Una prospettiva di questo genere può avere un sicuro fascino per le menti adolescenziali, come quelle di Casaleggio e di molti pentastellati. Appare però incredibile come queste menti non si rendano conto della sua infinita pericolosità.  Una pericolosità che deriva dall’estrema e drammatica fragilità dei sistemi informatici, cosa di cui il fanatismo digitale della nostra epoca sembra non rendersi conto.

I  sistemi di elaborazione dei dati hanno oggi capacità di calcolo incommensurabili e rapidità di trasmissione altrettanto incommensurabili e, avendo ormai occupato la quasi totalità della nostra vita privata e pubblica, hanno raggiunto un grado di indispensabilità totale. Non è più pensabile una civiltà diversa da quella digitale. Alcuni vedono in tutto ciò una nuova meravigliosa alba dell’umanità, un nuovo umanesimo che sconfina nel trans-umanesimo, un reset globale della storia e dell’evoluzione, come i signori del Nuovo Ordine Mondiale.

Quasi nessun termine è ormai utilizzabile senza l’aggettivo “digitale” (l’altro è “sostenibile”), e i politici in particolare -quasi sempre in ritardo sulle innovazioni culturali ma sempre in cerca di nuove mode da inserire nei loro discorsi- hanno scoperto questa dimensione che, ai loro occhi, ha il duplice vantaggio della modernità e della spendibilità propagandistica.

E anche a loro manca la percezione della pericolosa instabilità di quella dimensione, percezione che, se è scusabile nelle anime belle dei nativi digitali, diventa imperdonabile in chi deve operare delle scelte collettive per il presente e il futuro dell’umanità.

Non staremo a prospettare l’incubo tremendo di un crollo informatico a livello globale per opera della pirateria digitale o per altre cause tecniche, crollo che farebbe ripiombare l’umanità nell’era pre-industriale; ci limitiamo a considerare l’uso distorto dell’informatica in grado di falsare qualsiasi dato, o insieme di dati,  in presenza di sufficienti motivazioni economiche o di potere.

I brogli elettorali sono sempre esistiti da che mondo è mondo e la politica è politica: ancora oggi l’evento fondante della nostra Repubblica - il referendum istituzionale del 2 giugno 1946- è avvolto da pesanti dubbi; ma l’esame della documentazione cartacea, quando è possibile, può essere un prezioso strumento di verità in ogni indagine storica. La manipolazione dei dati digitali è invece infinitamente più facile e occultabile: il dato informatico è ineffabile, intangibile, mutevole, manipolabile e il crimine non lascia traccia come certi veleni usati negli omicidi più raffinati.

Quale controllo può esistere sul voto digitale? Quale controllo, in particolare, può avere l’elettore qualunque sul voto che ha consegnato ad un sistema informatico? Il “capitalismo della sorveglianza”, per usare la fortunata espressione della Zuboff, ha già dimostrato ampiamente il suo tremendo potere invasivo nella vita dell’umanità, ora manca solo la sua evoluzione nel “capitalismo della menzogna” in cui l’informatica può gestire e modificare ogni dato possibile, o anche masse incredibili di dati, piegandoli ad ogni esigenza del potere o del denaro. L’importante è che la posta in gioco sia sufficientemente grande: ad esempio il governo di una nazione o di più nazioni. La vicenda elettorale Trump-Biden non insegna nulla?

Viene veramente da chiedersi: se Orwell avesse conosciuto l’era digitale, che cosa avrebbe potuto scrivere?

 

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Articolo pubblicato il 14/04/2021