Don Paolo Albera, i Salesiani e la Grande Guerra
Cascella T., Valle Giudicaria, Alpini, Prima Guerra Mondiale.

Di Andrea Elia Rovera

Siccome quest’anno in tutte le Case Salesiane del mondo si celebra il Centenario della morte di don Paolo Albera, secondo Rettor Maggiore dei Salesiani, ritengo sia opportuno fare qualche riflessione sul suo magistero nel periodo della Guerra del 1915-1918.

Come sappiamo i primi passi di quella che verrà tristemente ricordata come “la Grande Guerra” si muovono alla fine del mese di luglio del 1914 e si protrarranno fino al novembre del 1918.

In questi anni di tumulti, dolore e sofferenza alla guida dei Salesiani di Don Bosco c’è don Paolo Albera.

Dopo aver incontrato in udienza privata Papa Benedetto XV il 14 ottobre 1914 e dopo aver deliberato con il Consiglio Superiore dei Salesiani di rimandare i festeggiamenti per il Centenario della nascita di don Bosco, don Albera decide di iniziare il 1915 con una Lettera Circolare ai Cooperatori Salesiani per implorare la loro fervente preghiera in favore dei tanti sofferenti a causa della guerra.

Ai Cooperatori don Albera scrive: “Molti confratelli sono coinvolti nel vortice della guerra, quindi esposti a tragica morte (e morti ne abbiamo pianti parecchi); vari istituti, un tempo lieti e fiorenti, son ora spopolati di giovanetti o ridotti a miserrima vita.

Per parte nostra, atterriti dalla notizia della vasta conflagrazione, fin dal 2 agosto cominciammo dinanzi l’altare di Maria Ausiliatrice le più ferventi preghiere invocando la pace; e le umili suppliche continueranno a elevarsi ogni giorno, e con fervore sempre crescente, finché non piaccia alla divina clemenza esaudirle.

Il momento è grave: è l’ora di una grande espiazione sociale. Quindi guardiamoci bene, o cari cooperatori e pie cooperatrici, di darci in preda alla paura o allo sconforto, ma invece raddoppiamo i nostri umili sforzi perché regni Gesù Cristo in mezzo alla moderna società”. (Bollettino Salesiano, 1915, 1-2)

Moltissimi Cooperatori si uniscono all’appello accorato del Rettor Maggiore e iniziano a pregare con più fervore e più fede di come non avessero mai fatto.

Ma la guerra è solo all’inizio ed il dolore è tanto, troppo.

Don Albera, attraverso la corrispondenza con i vari Salesiani sparsi nel mondo, comprende che iniziano a serpeggiare scoraggiamento e sgomento all’interno delle comunità.

Decide, nonostante il pericolo nel viaggiare e nello spostarsi, di fare una visita alle Case Salesiane di Piemonte, Lombardia e Veneto; passa all’incirca un mese in ogni regione.

Al termine di questa peregrinazione don Albera è abbastanza provato e si ritira due settimane in una Casa Salesiana a Oulx in Val Susa.

Il 24 maggio 1915 l’Italia entra in guerra al fianco della Triplice Intesa e centinaia di Salesiani vengono chiamati alle armi ed arruolati.

Per la Congregazione di don Bosco questa è una prova molto dura ma nessuno si tira indietro.

In fondo non fu proprio don Bosco con i primi ragazzi dell’Oratorio a curare ed assistere gli appestati in Torino nel pieno della pandemia? L’esempio del fondatore li anima e li sprona a fare il bene.

I giovani religiosi partono per il fronte.

I problemi e le angosce non tardano a manifestarsi.

Il 21 novembre 1915 don Albera prende nuovamente la penna e scrive ai suoi figli: “Un numero stragrande di carissimi salesiani, fra cui molti giovani sacerdoti, si trovarono nella dura necessità di smettere l’abito religioso per rivestire le divise militari; dovettero lasciare i loro diletti studi, per maneggiare la spada e il fucile; furono strappati dai pacifici loro collegi e dalle scuole professionali per recarsi a vivere nelle caserme e nelle trincee, o, quali infermieri, furono occupati nella cura degl’infermi e dei feriti.

Ne abbiamo pure non pochi al fronte, ove alcuni già lasciarono la vita, e altri ritornarono orribilmente malconci. Saremmo uomini di poca fede se ci lasciassimo vincere dallo scoraggiamento. Mostreremmo di ignorare la storia della nostra Pia Società, se dinanzi alle difficoltà che sembrano volerci sbarrare il cammino, ci arrestassimo sfiduciati.

Che ne direbbe dal cielo, donde ci guarda amorevolmente il nostro dolcissimo Padre, se ci ravvivasse fiacchi e scoraggiati per vederci meno numerosi per coltivare quel campo che la Provvidenza ha assegnato alla nostra attività?

Oh, ricordatevi, carissimi che don Bosco ci riconoscerà quali veri suoi figli solamente quando il nostro coraggio e la nostra forza saranno pari alle gravi difficoltà che dobbiamo superare. E questo coraggio e questa energia che ci è necessaria, dobbiamo attingerla prima di tutto dalla pietà”. (Lettera Circolare, 182-183)

I Salesiani che ricevono le notizie del Rettor Maggiore al fronte si sentono rincuorati; capiscono che la Congregazione è con loro e che li accompagna con la preghiera vera, sincera ed autentica.

Si danno un gran da fare e don Albera lo sa.

Sul Bollettino Salesiano il Rettor Maggiore scrive infatti: “Scoppiata la guerra vedemmo partire per le armi grossi drappelli di salesiani sui vari fronti, schierati sotto opposte bandiere! Tutti sopportano con mirabile fortezza gl’inevitabili disagi della guerra, e colla voce e coll’esempio si studiano di compiere un ampio apostolato di bene tra i loro compagni, non solo nelle caserme e negli ospedali, ma anche al fronte, in mezzo alle rudi fatiche del campo, tra i furori del combattimento e nella stessa faticosa vita di trincea”. (Bollettino Salesiano, 1916, 2-3)

I Salesiani sono stati fedeli alla chiamata di don Bosco e si sono fatti guidare con filiale devozione dall’Ausiliatrice ed hanno vissuto nelle trincee insanguinate i tre grandi capisaldi di don Bosco: attività, amor di Dio e dolcezza verso il prossimo.

Tutto questo non fu vano e finalmente l’11 novembre 1918 l’Austria capitola e la guerra finisce.

La Congregazione Salesiana ha perso circa ottanta religiosi in tutta Europa e ha avuto una marea di feriti. Alcuni, visti gli orrori della guerra, hanno posato la talare e sono tornati alla vita civile e laica.

La parte più fiorente della Congregazione però risulta essere quella dei Salesiani tornati dal fronte rincuorati dalla fede.

Tra loro cinque diventeranno Vescovi di Santa Romana Chiesa: don Gaetano Pasotti, don Stefano Ferrando, don Louis Mathias, don Giovanni Lucato e don Jean-Baptiste Couturon.

La fede, la Parola di Dio e l’esempio mirabile di don Bosco hanno dato a centinaia di giovani l’occasione di vivere il Vangelo anche nel dolore sovrumano della Prima Guerra Mondiale.

Dal prete piemontese dei giovani un grande, grandissimo esempio.

Andrea Elia Rovera

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Articolo pubblicato il 01/05/2021