Il ricordo di Randolfo Pacciardi, protagonista del Novecento, a trent’anni dalla scomparsa

Fu un eroe, repubblicano e presidenzialista

Nei giorni scorsi avremo dovuto ricordare, a trent’anni dalla  scomparsa, la figura di Randolfo Pacciardi, un politico controverso che aveva sempre scelto il ruolo “onesto e scomodo” per portare la sua testimonianza.

Nel conformismo e nell’ignoranza imperante, l’evento è passato sotto silenzio. Ma, almeno noi che cerchiamo di riconoscere i valori e non facciamo parte del coro, vogliamo raccoglierci in  un doveroso ricordo. Infatti tra le figure chiaroscurali che popolano il Novecento italiano, si può annoverare sicuramente quella di Randolfo Pacciardi, ragazzo del ’99, eternamente un dissidente.

Iscrittosi a 16 anni al Partito Repubblicano Italiano, nel 1917 guadagnò a Caporetto due medaglie d’argento. Dopo la guerra si laureò in legge e fu da subito insofferente al fascismo. Nel 1927 riuscì a evitare il confino fuggendo in Svizzera; espulso poi nel 1933 su pressione dell’Ovra, si rifugiò con la moglie a Parigi.

Pochi anni dopo, un evento in particolare cambiò la sua vita: nel 1936 aveva inizio la Guerra civile spagnola. In estate ricevette una lettera da Carlo Rosselli ( padre del movimento clandestino “Giustizia e Libertà”), il quale chiedeva un suo aiuto tra le fila delle brigate internazionali che combattevano a fianco dei repubblicani spagnoli. Gli fu affidato il comando dei volontari del Battaglione Garibaldi, formazione che in poco tempo divenne una brigata. In questo periodo, venne a contatto con la barbarie comunista, che non si faceva scrupolo di trucidare uomini di fede (sono 6000 gli ecclesiastici uccisi nell’arco del conflitto) e saccheggiare centri abitati. Venne a contatto perciò con la nuova sinistra, di matrice socialista, rivoluzionaria, ben lontana da quella di tradizione repubblicana, mazziniana, a cui era abituato. Nel 1937 quindi, in dissenso con i dirigenti comunisti, abbandonò il comando e la Spagna.

Questa esperienza lo segnò molto. Calza a pennello la frase dell’intellettuale Marcello Veneziani – tra l’altro firma di Cultura Identità – : “Partì antifascista e tornò anticomunista”.

Tornato in Italia alla fine della guerra, ricostituì il Partito Repubblicano e ne divenne segretario per acclamazione; di forti posizioni atlantiste e filo Nato, fu poi Ministro della Difesa nei governi De Gasperi dal 1948 al 1953, odiatissimo, con Saragat dal comunisti. Erano gli anni della ricostruzione con i Governi centristi. L’Italia, Paese sconfitto nella seconda guerra mondiale stava emergendo ed ottenendo crediti e riconoscimenti dalla nazioni europee. Situazione che andò a deteriorarsi con l’avvento del Centro sinistra. E lui, fiero atlantista, nel 1963 fu appunto contrario all’apertura a sinistra.

Al Congresso del Partito Repubblicano Italiano, Ugo La Malfa, leader emergente del PRI e fautore della svolta a sinistra, si servì addirittura del Servizi Segreti per metterlo in minoranza, nonostante fosse sostenuto dal 50% degli iscritti. Così il leader del PRI, togliendo di mezzo Pacciardi, potè fare il suo ingresso trionfale nel primo governo con i socialisti, capeggiato da Moro. La coerenza di Pacciardi non venne meno e votò contro quel governo, di cui faceva parte il repubblicano Oronzo Reale al Ministero di Grazia e Giustizia. Pacciardi venne immediatamente espulso dal Pri, per poi fondare  l’ “Unione Democratica per una Nuova Repubblica”, formazione  che si proponeva di dare all’Italia un solido blocco anticomunista e, su modello francese, un moderno assetto presidenzialista; fu, con lungimiranza rara, il primo a mettere in guarda l’opinione pubblica sull’inefficienza dell’apparato statale e sulla malattia del sistema parlamentare. 

Tuttavia venne ingiustamente più volte accusato, da magistrati asserviti alla mire politiche, di diversi golpe, e di avere – lui che i fascisti li aveva sconfitti nel ‘37 a Guadalajara – “simpatie neofasciste” . Con il fallimento dell’UDNR, inviso a molti e ai margini della vita politica, ottenne la riammissione nel Pri solo nel 1981, dopo la mote di Ugo La Malfa. Morì a Roma nel 1991 e per lui vennero istituiti funerali di stato dal Presidente della Repubblica, il  grande “picconatore”  Francesco Cossiga che in più occasioni aveva denunciato le mire politiche di certa magistratura.

Pacciardi fu per tutta la vita persona eterodossa, oltre che uomo di temperamento tutt’altro che banale. Figlio di un’epoca piena di trasformazioni e di un Paese pieno di contraddizioni. Si possono dire tante cose sul suo vissuto, ma certo è che lui, sincero mazziniano, una cosa l’aveva capita a sue spese già molti anni fa: la nostra repubblica, allo stato attuale delle cose, attanagliata da burocrazia e partiti, rinchiusa tra fascismo e antifascismo, non funziona. A trent’anni dalla sua scomparsa, fatti storici emersi nella loro interezza, commistioni criminali tra poteri dello Stato e malaffare, ci fanno ancor più affermare che aveva ragione!

 

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Articolo pubblicato il 20/04/2021