Duecento anni ed un Napoleone

Considerazioni sul bicentenario della morte dell'Imperatore (di Alessandro Mella)

Si avvicina il 5 maggio, bicentenario della morte del “grande corso”, data simbolica che ispirò poeti ed artisti, primo tra tutti il nostro Manzoni.

Sembra incredibile ma, duecento anni dopo, si sollevano ancora dubbi sulle reali cause della sua scomparsa ma, peggio, c’è chi tenta di risollevare polveroni privi di ogni logica ed ogni senso nel nome d’una iconoclastia ed in un revisionismo talmente grotteschi da vanificare ogni possibile dibattito sul valore degli studi storici.

In Francia qualcuno ha perfino pensato di contestare le celebrazioni e commemorazioni ritenendo Napoleone una sorta di satrapo razzista, dittatore e guerrafondaio. Si potrebbe replicare che l’Impero Francese fu più libertario delle nazioni che gli fecero guerra per vent’anni e perfino che l’esercito imperiale fu il primo multietnico del mondo moderno.

Altrettanto vano sarebbe spiegare, a questi contestatori della Storia per fine politico, che mezzo diritto europeo si basa sul “Codice Napoleonico”, insieme di norme incredibilmente progressiste per il loro tempo.

Napoleone è così, come molti altri personaggi diventati fulcro della grande storia, ancora lontano da un’immagine finalmente chiara e condivisa.

Di certo l’Europa, dopo di lui, non fu più la stessa e non sarebbe peregrino ricordarne la lungimiranza al punto da poterlo ritenere, in qualche modo, progenitore delle moderne visioni sul tema:

 

«Non avevo finita la mia opera. L’Europa sarebbe diventata di fatto un popolo solo; viaggiando ognuno si sarebbe sentito nella patria comune. Tale unione dovrà venire un giorno o l’altro per forza di eventi. Il primo impulso è stato dato, e dopo il crollo e dopo la sparizione del mio sistema io credo che non sarà più possibile altro equilibrio in Europa se non la lega dei popoli. Abbiamo bisogno di una legge europea, di una Corte di Cassazione Europea, di un sistema monetario unico, di pesi e di misure uguali, abbiamo bisogno delle stesse leggi per tutta Europa. Avrei voluto fare di tutti i popoli europei un unico popolo. L’Europa non è più una tana di talpe. Quello che vuole ottenere a forza coi suoi 800 mila uomini dovrà un giorno fondersi, spintovi dalla ragione e dalla necessità, in un patto spontaneo: un giorno da tutti quei popoli ne nascerà un popolo solo. Ecco l’unica soluzione che mi piace».

 

Tuttavia, i timori degli antichi assolutismi, scossi nel loro animo dal ricordo ancora vivo delle violenze repubblicane al tempo della Rivoluzione Francese, si frapposero tra la Francia ed il resto del continente in un turbinio ventennale di guerre.

Sconfitto militarmente, Napoleone fu condotto nel mortifero definitivo esilio di Sant’Elena dove concluse, prematuramente, quella vita avventurosa.

Non morirono le sue idee, le sue speranze, portate per tutta Europa dai suoi soldati in punta di baionetta. Idee che gli sopravvissero e che molti suoi ex soldati resero futuribili e proiettabili nell’avvenire diventando i primi veri animatori dei molti “Risorgimenti” europei che segnarono tutto l’Ottocento. Moti e rivoluzioni da cui vengono le nostre società liberali d’oggi. Rese così fragili, nelle loro fondamenta, dai provvedimenti messi in campo dai governi nazionali ai tempi della pandemia di Sars Cov 2.

Anche l’Italia fu travolta dalle passioni napoleoniche finendo assoggettata al suo volere in tutto il suo territorio continentale. Attraverso le provincie annesse direttamente all’Impero ed ai regni d’Italia e di Napoli direttamente collegati a Parigi tramite i loro viceré e Re.

Al ventennio napoleonico molti italiani, fedeli alle antiche dinastie, si opposero combattendo il dominio francese ma moltissimi altri seguirono, chi per costrizione chi con entusiasmo, Napoleone sui campi di battaglia di tanti paesi lontani. Coprendosi sempre di gloria imperitura. Andando a scuola di libertà e di speranze, di sogni e di illusioni all’ombra delle aquile imperiali.

Anche nel nostro paese furono quei reduci gloriosi i veri padri del nostro prezioso Risorgimento. Ne furono animatori ed ispiratori, talvolta protagonisti.

Il segno di Napoleone restò e segnò in modo indelebile i moti degli anni che lo seguirono. E, del resto, egli ne aveva già avuta percezione:

 

«Dopo il mio passaggio, l’Italia non era più la stessa nazione: la sottana, che era l’abito di moda per i giovani, fu sostituita dall’uniforme: invece di passare la loro vita ai piedi delle donne, frequentavano i maneggi, le sale d’armi, i campi militari; i bambini stessi iniziarono a giocare sul selciato con interi reggimenti di soldatini di stagno; indubbiamente dopo averlo sentito raccontare in casa tra le mura domestiche dai loro padri, imitavano i fatti di guerra e le mie battaglie. E quelli che cadevano non erano più gli italiani, ma gli austriaci. Prima, nelle commedie e negli spettacoli di piazza, veniva sempre messo in scena qualche italiano vile, anche se spiritoso, e di contro a lui un tipo di grosso soldato straniero, forte, coraggioso e brutale, che finiva sempre col bastonare l’italiano, fra le risa e gli applausi degli spettatori. Anche se non c’era proprio niente da ridere ma semmai da piangere. Orbene: il popolo italiano non tollerò più allusioni di questo genere; gli autori dovettero cambiare copione. Iniziarono a inserire italiani valorosi, che mettevano in fuga lo straniero, vi sostenevano il proprio onore e il proprio diritto. Vi sembra poca cosa tutto questo? No! La coscienza nazionale si era formata. E l’Italia ebbe per la prima volta i suoi canti guerreschi e gli inni patriottici» (Napoleone I - Memoriale di Sant’Elena).

Napoleone fu quindi tante cose, luci ed ombre come tutti i personaggi della storia, flagello ed edificatore, amato e odiato (ancora oggi occorre dire), portatore di libertà e di dispotismo, ma fulcro della storia.

Dopo di lui, nel bene e nel male, nulla fu più come prima e la sua personalità fu tanto grande da influenzare ancora oggi i contemporanei incapaci, spesso, di parlarne senza farsi travolgere dalle opposte passioni.

Quei posteri, che secondo Manzoni avrebbero dovuto stabilire se fu “vera gloria”, ancora faticano a trovare un punto di incontro.

Ma il fatto stesso che milioni di libri siano stati scritti su di lui, che ogni giorno almeno un quotidiano nel mondo lo citi, che tanto se ne parli, ci fa capire che quella grandezza non tramontò a Waterloo e nemmeno a Sant’Elena.

Il 5 maggio di qualche anno fa, al Museo Napoleonico di Roma, mi trovai a presentare il mio libro dedicato al suo ruolo, ed a quello della sua generazione, nella nostra storia patria. Un volume caro al mio cuore, un giorno che fatico a dimenticare. Nel quale ripercorremmo, come fa l’opera pagina dopo pagina, le vicende di tanti italiani che prima combatterono nella Grande Armata e poi seguitarono a lottare per l’unità nazionale italiana.

E ancora oggi, per me, il 5 maggio è tante cose ed il ricordo di quel ventennio che fu un bivio nella storia dell’umanità. Tra entusiasmi, sogni, speranze, disillusioni, fiumi di sangue, puzza di polvere da sparo, lacrime e sudore. La Storia, purtroppo, quando cammina non lo fa mai in modo indolore. Le vicende del vento napoleonico lo dimostrano.

Tuttavia ei fu, ma egli è, ancora, duecento anni dopo.

Alessandro Mella

Stampa solo il testo dell'articolo Stampa l'articolo con le immagini

Articolo pubblicato il 26/04/2021