Il comm. Cesare Mangili: Un finanziere al Senato del Regno

di Alessandro Mella

Il nostro piccolo viaggio tra i personaggi del passato, in particolare tra coloro i quali furono nobilitati tramite ordini cavallereschi, prosegue oggi con il ricordo del senatore e commendatore Cesare Mangili.

Egli nacque a Milano il 19 marzo 1850, ancora suddito dell’Imperial Regio Governo Austriaco, figlio di Francesco, benestante e laureato in legge, e di Elena Bonacina. Crebbe pieno di entusiasmo nel clima dell’Italia risorgimentale che guardava con speranza e coraggio al suo avvenire unitario.

Giovanissimo transitò nell’impresa di famiglia, la Casa di Spedizione Innocente Mangili fondata dal nonno nel 1839, e nel 1878 acquisì dal governo italiano la gestione dell’impresa che curava la navigazione sul Lago Maggiore.

La sua capacità manageriale, l’ingegno finissimo, la brillante abilità, gli valsero una lunga serie di incarichi di una certa importanza tra i quali giova ricordare: Presidente della Casa di spedizione Innocente Mangili di Milano, Presidente del Consiglio superiore della Banca d'Italia (1903-1905), Membro del Consiglio di reggenza della Banca d'Italia, sede di Milano, Membro del Consiglio d'amministrazione della Banca commerciale italiana (24 marzo 1906-18 giugno 1917), Presidente del Consiglio d'amministrazione della Banca commerciale italiana (25 maggio 1907-25 marzo 1916), Vicepresidente della Banque Française et Italienne pour l'Amérique du Sud (Sudameris) (Parigi) (1911-1917), Vicepresidente della Società "La Fondiaria" (Compagnia italiana di assicurazioni contro l'incendio), Membro del Consiglio d'amministrazione della Società generale italiana "Edison" di elettricità a (Milano) e Commissario di vigilanza all'Amministrazione delle Ferrovie dello Stato(1913). Incarichi che gli valsero la commenda dell’Ordine della Corona d’Italia nel 1903.

A lato di tutto questo impegno imprenditoriale ci fu anche la passione civile e politica che lo portarono al ruolo di Consigliere Comunale a Milano ed alla nomina a Senatore del Regno nel 1905 (Nella categoria delle persone che da tre anni pagano tremila lire d'imposizione diretta in ragione dei loro beni o della loro industria).

A questi seguì l’impegnativa e prestigiosa presidenza dell’Esposizione Internazionale del 1906.

Formidabile evento voluto per celebrare il Traforo del Sempione ed avente, per tema, i trasporti. Un argomento di suo interesse del resto. La sua opera incontrò unanime apprezzamento e soprattutto quello dei delegati portoghesi che ne portarono notizia a Lisbona al loro rientro in patria (come fecero per il segretario prof. Ugo Ancona già ricordato in altro articolo). Il Re Carlo, figlio di Maria Pia di Savoia, ne fu lieto e lo nominò, quindi, Cavaliere di Gran Croce del Real Ordine di Nostra Signora di Vila Vicosa.

Onorificenza ancor oggi patrimonio dinastico della Real Casa del Portogallo con gran maestro il Capo della Real Casa del Portogallo, Dom Pedro Duca di Braganza e di Loulè, per cancelliere Dom Nuno Cabral da Camara Pereira Marchese di Castel Rodrigo e Connestabile del Portogallo e per rappresentante il Conte Giuseppe Rizzani Delegato degli Ordini Dinastici Portoghesi per l’Italia, la Repubblica di San Marino e la Santa Sede. Ordine che molte volte ha ornato ed orna il petto di numerosi italiani.

Quest’importante concessione, tra l’altro, ebbe funzione nobilitante così che la genealogia del sen. Mangili comparirà nell’ormai prossima XXXIII edizione dell’Annuario della Nobiltà Italiana (Parte III -Cavalleresca) diretto da Andrea Borella.

Il nostro illustre finanziere, banchiere ed imprenditore raggiunse la prematura fine della sua vita operosa il 18 giugno 1917 nel pieno di quella Grande Guerra di cui non vide la fine.

Pochi giorni dopo si tenne la commemorazione nell’aula di Palazzo Madama nella quale emersero anche le ingratitudini ed amarezze subite:

 

«Giuseppe Manfredi, Presidente

 

Onorevoli colleghi! [...]

Improvvisa morte ci ha rapito, nella convalescenza di grave malattia, il senatore Cesare Mangili in Milano la sera del 18. Vi era nato il 19 marzo 1852 [sic]. A ventun anno, perduto il padre, assunse la direzione dell'antica Casa di spedizione Innocente Mangili, che portò ad essere una delle prime d'Europa. Lungo sarebbe dire quanto crescesse e si estendesse la sua operosità nelle cose industriali, commerciali e finanziarie. Affidatagli dal Governo nel 1878 la navigazione del Lago Maggiore, ne rese produttivo l'esercizio da oneroso che era; e costituì nel 1889 la Società anonima ora prosperante. Associata la sua Casa al primo impianto italiano di frigoriferi, ne prese la gestione, attirando alla grande fabbrica la generale ammirazione. Appartenne al Consiglio comunale. La Camera di commercio, le cessate Ferrovie adriatiche, la Banca d'Italia, la Banca commerciale italiana, ed altri istituti e sodalizi profittarono dell'attività e del valore amministrativo di Cesare Mangili salito in tale reputazione, che più alta non avrebbe potuto essere. Tanto meritò nell'ordinare l'Esposizione internazionale milanese, che fu acclamato presidente del Comitato nell'aprile 1905; e ne seguì la sua nomina al Senato per regio decreto 3 dicembre di quell'anno a lui fausto. (Bene). [...]

FRIZZI. Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

FRIZZI [...] E mi sia concesso anche di inviare una parola di riverente affetto alla memoria di un altro nostro illustre collega, Cesare Mangili.

Uscito da una famiglia di patrioti egli, quando erano già terminate le battaglie per la indipendenza e la unità politica della patria, rivolse tutta la singolare sua operosità, il potente ingegno, l’ardito spirito di iniziativa a procacciarle la non meno indispensabile indipendenza economica e la prosperità.

Con mirabile avvedutezza e solerzia amministrò i più ragguardevoli nostri istituti di credito, in tutti lasciando un grande desiderio di sé, diede vita ed impulso ad importantissimi stabilimenti industriali, ad imprese elettriche, a società di navigazione, e fu a capo, ed anzi l'anima, di quella esposizione di Milano del 1906 che, vincendo innumerevoli ostacoli e con risultati finanziari così soddisfacenti quali altrove non si verificarono mai, egli seppe condurre a tanta altezza, e dove egli usufruttando in quel convegno di popoli civili, la vasta sua cultura arricchita all’estero, rappresentò così nobilmente l'Italia.

Nella bontà pochi lo uguagliarono ed i larghi mezzi di cui disponeva li riversò copiosi in tutti i rivoli della beneficenza, tantoché la sua scomparsa, a Milano, è un lutto cittadino. (Bene). [...]

MURATORI. Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà,

MURATORI. Onorevoli signori!

[...]

Una parola, onorevoli signori, per un altro scomparso, collega nostro, Cesare Mangili.

Legato a lui con vincoli di amicizia, solo in questi ultimi anni, perché sentii che era un perseguitato, per bassi calcoli, o mal celate invidie, intendo, in questo solenne momento, dire di lui brevemente come triste rimpianto dell'animo mio. Cesare Mangili, come ben disse il Presidente, fu figlio delle opere sue.

Egli ha legato il suo nome a tutto il movimento industriale economico del nostro paese. Figlio di patrioti, ebbe una grande visione della grandezza dell’Italia economica ed industriale, e versò in tutti i rami dell’industria, il tesoro della sua intelligente attività.

La storia economica di quest'ultimo ventennio dirà se Cesare Mangili con la sua opera molteplice ben meritò nell'interesse industriale del paese, e seppe preparare quell'avvenire al quale noi agogniamo, ed al quale dobbiamo pur giungere.

Cesare Mangili fu il grande organizzatore della esposizione di Milano che fece onore non solo alla regione lombarda, ma all'Italia, ed ebbe il plauso nostrano e straniero.

In questi ultimi tempi fu ingiustamente perseguitato e calunniato. Egli ripeteva sempre, che voleva avere almeno il conforto di gridare alta la sua correttezza innanzi ai suoi colleghi, ma non ne ebbe il tempo.

La morte lo colse improvvisamente, e forse, anzi senza forse, morì di crepacuore e di dolore. Sia pace all'anima sua agitata, e l'accompagni il cordoglio del Senato. (Bene).

GREPPI EMANUELE. Domando di parlare.

PEESIDENTE. Ne ha facoltà.

GREPPI EMANUELE. Il senatore Mangili fu già degnamente commemorato qui dall’amico Frizzi e dall’amico Muratori. Io avrei potuto tacermi; ma una parola sento di doverla dire poiché altrimenti parrebbe fosse assente quella del luogo dove principalmente egli esercitò la sua attività, e dove più splendidamente rifulse in un momento di festa internazionale, che dolorosamente contrasta con la strage internazionale di questi giorni.

Già il Presidente ha ricordato che il senatore Mangili dovette la sua nomina a senatore alla Esposizione di Milano; Esposizione che qui dovrebbe rievocare un altro più illustre di me, il senatore marchese Ettore Ponti, che era appunto sindaco di Milano in quell’epoca fortunata; ma poiché il senatore Ponti è trattenuto a Milano da una infermità, non grave, ma che non gli permette più la consueta attività almeno fuori delle mura, così io sento, come altro dei decaduti rappresentanti della città, di dover dire una parola, pel defunto nostro illustre concittadino.

Il senatore Mangili, lo ha già detto il Presidente, dedicò specialmente l'opera sua al risorgimento economico dell’Italia. Opera grande in cui egli fu efficacissimo.

Ma c'è una particolarità del senatore Mangili, una particolarità che lo distingue dalla maggior parte degli uomini di affari. Fu l'eleganza, l'atticismo della parola e degli atti; egli ricordava quegli uomini d'affari, politici e letterati che illustrarono Firenze quando Firenze era a capo della finanza mondiale: ed egli ne riproduceva le grazie, in questo nostro tempo un poco privo di grazia.

Il senatore Mangili coperse molte e grandi cariche economiche, cariche così importanti che ad un certo punto subirono necessariamente i turbamenti della politica e per questi turbamenti, come accennò il senatore Muratori, egli ebbe anche angoscie e dolori. Ma io pensavo qui, quando vedevo i banchi del Ministero coperti da uomini illustri ed anziani della storia politica nostra, i quali molte volte assunsero con onore il potere e con altrettanto onore lo lasciarono, che il senatore Mangili potrebbe rivendicare egualmente la lealtà ed il patriottismo della sua condotta e della sua vita. (Approvazioni). [...]

PRESIDENTE. Darò pronta esecuzione alle proposte fatte dai singoli oratori e nelle quali è certo consenziente il Senato.

Do ora Facoltà di parlare all'onorevole ministro della pubblica istruzione.

RUFFINI, ministro della pubblica istruzione. Unisco in nome del Governo alla degna commemorazione, che è stata fatta degli illustri senatori scomparsi nel breve tratto di tempo che è intercorso dalle nostre ultime adunanze, una parola di sincero cordoglio, di profondo rimpianto e di vivissima ammirazione. [...]

Da un'altra parte alcune figure, le quali invece per l'età ancora verde, ancora valida, potevano costituire pur tuttavia forze vive per il progresso nostro nazionale: i senatori Marinuzzi, Triani, Mangili.

Certamente è cagione di forte rimpianto per noi che alla soluzione dei formidabili problemi, che la guerra ci ha imposto in ogni ordine della vita civile, problemi di carattere amministrativo e giuridico, problemi d'ordine finanziario ed economico, problemi che si faranno ancor più scabrosi, se possibile, e ancora più angosciosi nel dopoguerra; è cagione di forte rimpianto, ripeto, per noi che sia venuto meno al paese il concorso della sapienza giuridica e della esperienza pratica [...]; e che, da un'altra parte, ci sia stato sottratto il sussidio dell'esperienza provata, dell'acume pratico di un Mangili, che in quella sua città, nella quale più forte pulsa la vita commerciale del paese, aveva pur saputo emergere facile princeps tra tutte le più eccelse competenze, che essa vanta.

Ma con questo vorremmo dire noi, che è riserbato il sentimento del rimpianto per queste ancor giovani, ancor vigorose figure anzitempo scomparse, e non si debba tributare invece se non un pensiero di semplice ammirazione verso quelle grandi figure storiche? No, certamente. In questa prova immane, in cui il paese ha trasfuso tutte le sue energie, materiali, spirituali e morali, in questa prova suprema, da cui il paese nostro uscirà o più grande di prima o con destini limitati, tutto è stato tratto in mezzo, tutto è stato invocato; e il nostro passato è stato chiamato esso pure alla riscossa, per farne una forza morale: così gli insegnamenti dei nostri antichi scrittori e pensatori, come l'esempio dei nostri grandi uomini di Stato e di guerra. [...]

Perché, se è cosa che conforta e che incuora il vedere i giovani dare tutto il loro entusiasmo a questa nostra grande gesta nazionale, certamente è spettacolo ancora più mirabile il vedere un eguale entusiasmo permanere nei vecchi, il vedere in chi l'impresa iniziò fin dal suo più remoto prologo, mantenersi intatta e sempre vivida, ad onta degli anni e degli eventi, la fede che aveva ispirato i giovanili ardimenti. Questo ci è garanzia della giustizia e della santità della nostra grande prova presente; poiché a quelle anime superiori questa prova appariva come il fatale e provvidenziale coronamento, l'epilogo necessario del nostro risorgimento nazionale.

E noi possiamo immaginare che queste anime nobilissime ricevettero, nello affacciarsi alla soglia dell'oltretomba, il più ambito premio della loro fede incrollabile nei destini della patria, vedendosi venire incontro tante e così nobili anime giovinette che, devote al loro esempio, fecero sacrifizio di sé alla patria, vedendosi venire incontro i vostri figli eroici, o colleghi Di Prampero, Niccolini, Torrigiani, con su le bocche ancora il grido dell'ora loro suprema, il santo grido: Italia! Italia! (Vivissime approvazioni).

 

Senato del Regno, Atti parlamentari. Discussioni, 20 giugno 1917».

 

E gli attacchi gli erano, in effetti, giunti dal famigerato nazionalista, poi fascista e sostenitore dell’antisemitismo italiano, Giovanni Preziosi. Il cosiddetto “innominabile” l’accusò di aver avuto una gestione opaca ed oscura del suo ruolo nella Banca Commerciale Italiana. Disgustato il Mangili si dimise ma non potette difendersi, come avrebbe voluto, dalle malignità diffuse sul suo conto.

Forse anche questo dolore lo portò, in quel caldo giorno di giugno, a lasciare per sempre la moglie Felicita Vergani ed i figli Marco Innocente, Francesco Aberto ed Enea.

Un altro dei magnifici talenti che avevano contribuito a solidificare, costruire e migliorare quell’Italia da poco unita era andato via, così, in nobile punta di piedi. Con la delicatezza del galantuomo del buon tempo antico.

Alessandro Mella

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Articolo pubblicato il 28/04/2021