Una nonna in pandemia

Riflessioni sui diversi ruoli che la pandemia ci fa assumere.

Una nonna in pandemia

 

Sul fatto che la pandemia ci abbia cambiato la vita credo che nessuno abbia dubbi: ma forse a qualcuno l’ha cambiata più che ad altri.

Per esempio, aggiungiamo alla pandemia la nascita di un secondo nipote e, almeno dalla fine del 2020, non proprio il pensionamento, ma un considerevole rallentamento dell’attività di un marito fino a quel momento impegnato ininterrottamente dal mattino fino alle nove di sera, con la conseguente possibilità per la coppia di passare lunghi periodi nella casa al mare, naturalmente in compagnia della figlia e dei nipoti. La scelta può apparire avventata, ma in realtà è il frutto di una serie di considerazioni che la rendono opportuna e prudente. Opportuna, prudente, ma non abituale, considerato che figlia e genitori abitano in città diverse. A questo punto direi che parlare di rivoluzione nelle abitudini di vita non sia così improprio.

Non dimentichiamo inoltre che la nostra nonna è in pensione già da due anni, anche se continua ad aiutare i figli di amici e parenti a muoversi con disinvoltura tra la consecutio latina e i perfetti più o meno cappatici del greco antico. Già, perché la nostra nonna era un’insegnante, anzi continua ad esserlo, perché forse insegnanti si resta sempre. O almeno lo restano quelli che a scuola ci andavano con passione, così come con passione studiavano e scrivevano, per sé e per gli alunni. La nostra nonna, infatti, si è sempre divertita a leggere, a studiare i più diversi argomenti che poi rendevano sempre diverse le sue lezioni in classe, nonché come spunti per appagare, digitando sulla tastiera o facendo scorrere una biro su un foglio bianco, la  sua smodata   passione per la scrittura.

Insomma diciamo che le è sempre piaciuto chiudersi un po’ in studio, in santa pace, davanti ad un sonetto di Petrarca che non conosceva o frugare tra vecchie carte in biblioteca per scoprire qualcosa di nuovo. Non è stato facile per la nostra nonna, anche quando era ancora solo una mamma, trovare il tempo per tutto questo, ma in qualche modo ce la faceva, magari correggendo i compiti in classe alle undici di sera, quando i bambini finalmente dormivano.

Ma in pandemia le cose si sono complicate, perché è saltato ogni tipo di programmazione, i ritmi e le abitudini a cui eravamo abituati sono stati sconvolti da eventi fino a quel momento impensabili, come la chiusura di scuole e asili, la Dad e lo smart working.   

Insomma la vita in pandemia, per la nostra nonna, ha cominciato a scorrere su due binari paralleli che, nonostante l’ossimoro parzialmente riuscito alla politica degli anni settanta delle convergenze parallele, l’hanno davvero messa un po’ in difficoltà.

Un  weekend nella casa al mare di fine febbraio 2020 è diventato un soggiorno di tre mesi, lontana da suo marito, allora ancora in piena attività e alla convivenza con la sua bambina incredibilmente già mamma di un piccolo di tre anni e in attesa del secondo; e per di più in smart working, in un momento in cui ogni aiuto domestico era impensabile.

La nostra nonna si è trovata allora catapultata sul binario del quotidiano più coinvolgente: un bambino da accudire e a cui far capire che la mamma sì, c’è, ma non proprio.

Comunque non si è persa d’animo e ha deciso; è salita sul treno dei bambini, quello che riporta gli adulti nei giardini dell’infanzia e si è impegnata con i pastelli a cera e la colla stick con la stessa serietà con cui aveva affrontato tante volte Seneca e Demostene.

Poi però ha dovuto scendere dal treno colorato dei piccoli per salire su quello azzurro tenue dei piccolissimi, quello che conduce nella terra dei pannolini, del latte in polvere e dei vagiti la mattina presto. Ma sempre con un piede sul vagone colorato. Un gioco di equilibrismo non da poco, ma che l’ha condotta in un paese felice sul mare, dove la convivenza figlia-nipoti-nonni ha dato buoni frutti.

Ma a volte, di notte, quando in casa tutto era silenzio, la nonna sentiva il fischio di un treno diverso, che correva lungo binari che lei conosceva bene, su strade collinose, a tratti ripide. Le strade dello studio, della ricerca, della sintesi dei pensieri da scrivere su un foglio. Il fischio pian piano diventava il canto delle sirene, un incantesimo a cui è impossibile sottrarsi. E così la nostra nonna ogni tanto sale (al presente, sì, perché la pandemia non è finita) sul treno del pensiero, si accomoda al suo posto, chiude gli occhi e si fa tante domande.

“Cos’è questa pandemia? Avevo già vissuto la dicotomia tra le pappe e Sant’Agostino, ma questa volta è diverso. Forse perché ora, tra un Dpcm e l’altro, devo lasciare velocemente la casa in   Lombardia o ripartire altrettanto in fretta da quella in Liguria senza mai sapere quanto tempo starò nell’una o nell’altra. Non ci sono mai date certe: tutto è sempre vago e confuso. Diventa difficile pianificare qualunque cosa. Ma soprattutto mi chiedo: qual è la vita vera? Quella che profuma di latte in polvere, dolcissima e piena di tenerezza, oppure l’altra, quella che scorre sulle pagine dei libri?

Non voglio rinunciare né all’una né all’altra, ma in pandemia è più difficile. Quando sei con i nipoti non hai concretamente il tempo di fare altro se non curarti di loro; anzi, non vorrei proprio io stessa rinunciare a gustarmi neanche un momento della loro crescita. Ogni attimo di vita è unico e irripetibile, ma quelli passati con loro, a condividere i loro progressi, sono ancora più preziosi. Guai a perderne anche uno solo. Ma se mi lascio trascinare troppo dal quotidiano, se non trovo più lo spazio per pensare, cosa potrò rispondere quando le domande dei piccoli si faranno più complesse? L’esperienza aiuta, ma non basta. Bisogna rimanere al passo con i tempi.”

Un problema che sembra insolubile, ma in realtà, come sempre, la soluzione, come la realtà delle cose, non sta mai fuori di noi, ma dentro la nostra anima. La nostra nonna l’ha capito e ora è più tranquilla: non esiste una vita di serie A e una di serie B. Chi ha detto che una passeggiata con un bambino curioso e che osserva ogni cosa con lo stupore di chi le vede per la prima volta sia meno costruttivo, per il miglioramento di sé, e quindi anche di chi ti sta vicino, della soddisfazione di essere arrivata alla fine di Guerra e pace? Certo, se puoi pianificare il tuo tempo tutto è più facile, ma la pandemia ha insegnato alla nostra nonna che i giorni passati tra pappe e pannolini, dalla mattina alla sera, si completano meravigliosamente con altri, magari un po’ meno numerosi e che arrivano inaspettati, che consentono di pensare alla vita strana e confusa che stiamo vivendo; magari di trovare una risposta, o almeno un senso, alle domande che ognuno di noi, in questa nuova situazione si pone inevitabilmente. E forse di concludere che il senso più profondo di ogni evento nasce dalle domande di un bambino curioso e dai primi suoni incerti che emette un neonato: dalla Vita, insomma, che, pandemia o non pandemia, continua, per fortuna. E che resta sempre l’arma migliore per vincere ogni battaglia, se decidiamo di viverla tra l’Odissea e un castello di mattoncini Duplo. In fondo, di cosa sono fatti entrambi?  Di fantasia, di curiosità e di voglia di raccontare una storia.

Omero, visto che non esiste, mi perdonerà facilmente del paragone poco rispettoso.

O forse lo apprezzerà? Peccato non poterglielo chiedere.

 

 

 

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Articolo pubblicato il 25/04/2021