Il commendator Giacomo Gorrini

Voce coraggiosa contro il genocidio armeno (di Alessandro Mella)

Le grandi tragedie dell’umanità spesso fanno emergere, nell’oceano di orrore che si trascinano dietro, anche figure adamantine che possono far sperare in un mondo migliore.

Quella su cui ci soffermeremo un istante, Giacomo Gorrini, nacque a Molino dei Torti, in provincia d’Alessandria, il 12 novembre 1859. In quella terra che pare una via di mezzo tra il Piemonte e la Lombardia e sembra assorbire vizi e virtù d’entrambe. Crebbe negli anni che avevano dato seguito all’unione delle provincie lombarde al Regno Sardo e poi al neonato Regno d’Italia in una vivace atmosfera risorgimentale.

Giovanissimo si dedicò agli studi letterari che andò a completare a Firenze ed a Berlino specializzandosi nell’archivistica.

Al termine degli studi ottenne la direzione dell’Archivio del Ministero degli Affari Esteri di cui, de facto, diventò il lungimirante creatore e fondatore.

Nel 1887, invece, divenne membro della Societé d'Histoire Diplomatique di Parigi che lo impegnò per molti anni diventandone archivista e prezioso divulgatore.

Dopo poco conseguì una seconda laurea, nel 1894, a Napoli, in giurisprudenza andando poi a fare il libero docente di Storia moderna a Firenze ed a Roma.

Al Congresso Internazionale di Scienze Storiche, tenutosi nella capitale nel 1903, egli ricoprì la carica di Segretario Generale, con tale abnegazione ed impegno da guadagnarsi dal Re Vittorio Emanuele III la concessione, motu proprio, della commenda dell’Ordine sabaudo dei Santi Maurizio e Lazzaro.

Ed è forse proprio questo ruolo che gli fece guadagnare anche la stima e la simpatia delle autorità portoghesi al punto che il Re Carlo del Portogallo, figlio di Maria Pia di Savoia, lo nominò Commendatore del Real Ordine di Nostra Signora di Vila Vicosa.

Onorificenza ancor oggi patrimonio dinastico della Real Casa del Portogallo con gran maestro il Capo della Real Casa del Portogallo, Dom Pedro Duca di Braganza e di Loulè, per cancelliere Dom Nuno Cabral da Camara Pereira Marchese di Castel Rodrigo e Connestabile del Portogallo e per rappresentante il Conte Giuseppe Rizzani Delegato degli Ordini Dinastici Portoghesi per l’Italia, la Repubblica di San Marino e la Santa Sede. Ordine che molte volte ha ornato ed orna il petto di numerosi italiani. Quest’importante concessione, tra l’altro, ebbe funzione nobilitante così che la genealogia del nostro comparirà nell’ormai prossima XXXIII edizione dell’Annuario della Nobiltà Italiana (Parte III -Cavalleresca) diretto da Andrea Borella.

Nel frattempo, i fermenti dell’Italia liberale, galvanizzata dal riformismo giolittiano, lo travolsero e la politica prese ad appassionarlo.

Decise, quindi, di candidarsi alle elezioni politiche del 1909 nel suo collegio, Voghera, andando incontro ad una lotta vivacissima.

Il settimanale tortonese “Il Popolo” del 28 febbraio 1909 ne riporta un lusinghiero profilo posto a confronto con quello del suo avversario il marchese Pierino Negrotto Cambiaso. Dalla lettura del giornale si evince chiaramente come il nostro Gorrini, definito più volte “liberale e monarchico”, godesse dell’appoggio del suddetto periodico cattolico, il quale guardava con palese sospetto al Cambiaso.

Eppure, l’appoggio del mondo religioso non bastò al nostro per spuntarla ed egli non venne eletto vedendosi scippare il seggio a Montecitorio dal combattuto avversario politico.

Tuttavia, la sconfitta lasciò presto il posto ad altri incarichi dovendo, egli, partire nel 1911 per Trebisonda per andare ad assumere il ruolo di Console italiano in quella città turca.

Non poteva certo immaginare che tutto questo avrebbe significativamente cambiato la sua vita per sempre.

In Turchia, infatti, si ritrovò ad osservare, con i propri occhi, il genocidio degli armeni voluto dal governo dei Giovani Turchi. Deportazioni, massacri, sevizie ed orrori senza fine in un turbinio terribile e sconosciuto in occidente. Ma così sconvolgente da segnarne l’animo e la coscienza di galantuomo.

Con l’ingresso dell’Italia nella Grande Guerra il Gorrini dovette ripartire frettolosamente trovandosi in un paese ormai ostile e legato saldamente ai nuovi nemici del nostro.

Giunto a Roma rilasciò immediatamente, il 25 agosto, una scottante intervista al quotidiano “Il Messaggero” al quale descrisse i drammi e le sofferenze che gli armeni stavano patendo.

Con il crollo dei tre grandi imperi, nel 1918, egli venne incaricato di predisporre un’accurata relazione sull’Armenia e i suoi patimenti. La presentò il 14 novembre 1918 e da quel memoriale iniziarono le discussioni di Sèvres, Ginevra e Losanna.

La passione, onesta e disinteressata, che aveva manifestato per il popolo armeno gli valse la nomina ad Ambasciatore del Re d’Italia presso la Prima Repubblica d’Armenia Indipendente. Tuttavia egli dovette presto riconoscerla come “effimera creazione statale” ed infatti essa finì per soccombere alle tensioni che la Rivoluzione Russa e la sovietizzazioni procuravano in Europa orientale.

Deluso ed amareggiato tornò, quindi, in patria per occuparsi ancora dell’archivio che aveva creato avendo cura, intanto, di seguitare ad intrattenere rapporti importanti con gli esuli armeni per garantire loro affettuosa assistenza ed aiuto. Un’opera silente che non ebbe mai interruzioni e di cui parlò solo nel 1940 con il suo volume “Testimonianze”.

Ormai novantenne, il Gorrini si spense nella capitale italiana il 31 ottobre del 1950 dopo aver assistito, disperato ed impotente, ad un’altra guerra mondiale.

La sua terra tombale fu, il 25 maggio 2001, tumulata a Yerevan nel Muro della Memoria di Dzidzernagapert ed il 12 aprile 2010 un albero ed un cippo gli vennero dedicati nel Giardino dei Giusti a Milano.

L’empatia, l’umanità, il sentimento di disperazione che lo portò per tutta la vita a denunciare al mondo quell’olocausto dimenticato rivivono ancora oggi in queste sue parole:

 

«(…) fu una strage e carneficina d'innocenti, cosa inaudita, una pagina nera,

con la violazione fragrante dei più sacrosanti diritti di umanità,

di cristianità e di nazionalità»

 

Oggi, per fortuna, al netto dei molti problemi diplomatici che la questione ancora procura, il genocidio degli Armeni è un fatto riconosciuto dal mondo e non più oggetto di facinorose omissioni.

Un orrore che la Storia non dimenticherà anche grazie al cuore generoso di Giacomo Gorrini.

Alessandro Mella

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Articolo pubblicato il 30/04/2021