Il destino del PNRR porterà solamente una lista di pie intenzioni?

Intanto la politica politicante inneggia alle censure del Ddl Zan

A Bruxelles è arrivato il Programma nazionale di ripresa e resilienza, presentato dal Governo la settimana scorsa al Parlamento. Si tratta, com’è ormai noto, di un corposo documento che contiene proposte di investimenti e riforme per i prossimi anni e ha l’ambizione di disegnare un percorso di crescita per il paese nel quinquennio a venire, sulla base di impegni che dovranno vincolare anche la prossima legislatura.

In attesa delle valutazioni dell’Europa, possiamo convenire che in esso ci sono  misure molto positive: la revisione del programma Transizione 4.0 per lo stimolo agli investimenti innovativi va nella giusta direzione, per esempio. Molte delle riforme annunciate – se effettivamente adottate e attuate – potranno contribuire alla crescita della produttività. Ma, nel complesso, il Pnrr appare una lunga lista di spese.

Si tratta davvero di un programma tale da interrompere il pluridecennale declino italiano? Per rispondere in modo compiuto, dovremo premettere che esso mette giustamente al centro la riforma della pubblica amministrazione, la cui inefficienza è indicata in tutte le indagini come una delle principali cause della nostra stagnazione economica.

In un’intervista recente al Sole 24 ore, il Ministro Renato Brunetta riconosce che “alla riforma della Pa è attribuibile il 70 per cento dell’effetto delle riforme strutturali”. La riforma è articolata e contiene elementi molto positivi, ma l’effetto immediato è e rimane un grande piano di assunzioni. Non c’è dubbio che il settore pubblico debba essere svecchiato, ma l’introduzione di nuove professionalità dovrebbe essere la conseguenza della sua riforma – in base alla quale ne andrebbero disegnati il profilo e il numero – non il punto di partenza.

Secondariamente, gli investimenti sono eterogenei e spesso appaiono più il frutto di azioni da parte di portatori di interessi, che il frutto di un’analisi ragionata sulle esigenze del Paese.

Per citare un esempio tra i tanti: il Pnrr dichiara l’obiettivo di “sviluppare una leadership internazionale, industriale e di ricerca e sviluppo” nelle rinnovabili, nelle batterie e nell’idrogeno. Per questo “vasto programma” stanzia un miliardo su rinnovabili e batterie, e 450 milioni per l’idrogeno. Nessuno può sinceramente credere che con poche centinaia di milioni di euro in cinque anni si possa raggiungere la “leadership globale” in settori in cui tutto il mondo sta investendo ingenti somme, pubbliche e private.

E, allora, viene il sospetto che si tratti di regalie mascherate da alti e nobili ideali. Oltretutto il Governo, ai già enormi stanziamenti europei, ha aggiunto un fondo complementare da 30 miliardi, che sembra fatto proprio per finanziare quelle spese che non avrebbero passato il vaglio europeo.

Più in generale, il Pnrr dà l’impressione di ispirarsi a un’idea meccanicistica del rapporto fra risorse e crescita, indifferente al merito delle singole proposte e alle aspettative e reazioni degli individui. Semina quattrini e qualcosa resterà. Purtroppo il sistema economico è più complesso: ogni scelta allocativa comporta non solo la sottrazione di risorse ad altri Paesi. Essa implica, soprattutto, un costo opportunità degli utilizzi futuri, perché i denari spesi per costruire una ferrovia inutilizzata non potranno più essere impiegati per finanziare una strada utile.

E, quindi, non solo i soldi pubblici rischiano di essere sprecati, ma fanno perdere al paese tutte le opportunità di crescita che avrebbero potuto esserci se fossero stati impegnati in modo più avveduto. Questa valutazione comparativa, purtroppo è assente. Si sono scelte delle destinazioni e poi si è cercato di cavarne fuori una stima di impatto, ma le determinanti delle scelte (l’investimento x anziché y) sono state politiche, la loro razionalità tutta alla dialettica dei partiti, non economiche.

E lo conferma, se mai ce ne fosse bisogno, la pesante influenza che le imprese a controllo pubblico hanno avuto sulla redazione del piano, che troppo spesso sembra cucito su misura per loro, con un ruolo marginale per l’industria privata.


L’altra rilevante difficoltà sta nel fatto che per approvare le riforme il Parlamento dovrebbe impegnarsi totalmente sul programma cardine del governo, cioè il PNRR. Invece i partiti polemizzano sul nulla in modo distorcente. Letta e i grillini spingono per i Porti aperti. Siamo invasi nuovamente da clandestini, ma le sinistre insistono sull’approvazione prioritaria dell’jus soli, anche se ammettono che si potrà concretizzare, forse nella prossima legislatura.

Si è poi scatenato il chiodo fisso dell’approvazione prioritaria del disegno legge Zan, che in pratica ammazzerebbe le opinioni. In questo delirio, la sinistra attacca Salvini e FI e si innesta una girandola di polemiche sterili e dannose allo sviluppo del Paese e dell’occupazione.

Intanto il Colle tace.

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Articolo pubblicato il 04/05/2021