Cronache criminali del passato

Il 14 maggio 1855, a Parigi, è ghigliottinato Giovanni Pianori: assassino politico o vendicatore repubblicano?

Il 14 maggio 1855, a Parigi, è ghigliottinato Giovanni Pianori, calzolaio nativo di Brisighella (Ravenna), di 28 anni, condannato a morte con il rituale previsto per i parricidi per aver tentato di uccidere l’Imperatore dei Francesi, Napoleone III, nel pomeriggio del 28 aprile 1855, verso le ore cinque, scaricandogli contro due colpi di pistola.

Giovanni Pianori è nato il 16 agosto 1823 a Brisighella, al tempo nello Stato Pontificio. Nella vicina Faenza apprende il mestiere di calzolaio e avviene la sua politicizzazione nazional-patriottica mazziniana con visione anticlericale e repubblicana. Il seguito della sua vicenda personale emerge sinteticamente dall’atto d'accusa del processo per l’attentato all’Imperatore Napoleone III:

… Pianori fece parte nel 1849 dell'armata rivoluzionaria di Roma - che dopo la caduta della Repubblica si rifugiava negli Stati Sardi e vi restava fino al cadere del 1853 - che partito da Genova si recava sotto il nome di Antonio Liverani a Marsiglia, dove si fermava pochi mesi, indi si faceva a perlustrare diverse città della Francia finché ottenne permesso di soggiornare a Parigi, dove si fermò qualche mese lavorando da calzolaio. - Nel dicembre del 1854 si recava a Londra e vi restava fino al 26 marzo 1855, giorno in cui faceva ritorno a Parigi - che il 28 aprile il Pianori, armato di tre pistole, una a doppia canna e due semplici, di un pugnale e con un rasoio da barba; dopo essere rimasto qualche tempo in agguato ai Campi Elisi dove l'Imperatore era solito transitare, vistolo comparire a cavallo senza scorta, accompagnato da un solo individuo, gli si fece incontro, ed alla distanza di cinque passi, estratta la pistola a doppia canna, scaricava rapidamente i due colpi, ma senza ferire - che un agente di polizia, certo Alessandri, che teneva dietro all'imperatore, si precipitava immediatamente sul Pianori, e strappatagli di mano una seconda pistola che aveva impugnato, lo gettava per terra, lo feriva con un pugnale, e coll’aiuto di altri agenti di polizia lo trasportava in carcere - che dopo il suo arresto si riconobbe come sotto la giubba tenesse una blouse ed un berretto nello scopo di potersi più facilmente evadere, tramutando il vestimento - che furono pure rinvenuti sul suo dosso franchi 114.

 

Pianori viene processato dalla Corte d'Assisie della Senna, già il 7 maggio 1855. Dirige il dibattimento il Presidente Partarieu Lafosse; pubblico accusatore è il Procuratore Generale Roulland e avvocato difensore Benoit Champin. Il processo è così descritto dal giornale coevo, del 19 maggio 1855, Gazzetta dei Tribunali, pubblicato nel Regno Sardo.

 

Dopo l'atto d'accusa si diè lettura di due dispacci telegrafici trasmessi dalla legazione francese di Roma e concernenti il Pianori - il primo colla data del 2 maggio porta: «che Pianori ha 32 anni, che è calzolaio, maritato, con due figli - che emigrava dietro un assassinio politico - che si era evaso dalle prigioni di Servia - che aveva servito nelle bande rivoluzionarie del 1849 - che non avea assassinato officiali della gendarmeria - che rifugiato a Genova ritornava sovente in patria per commettere nuovi assassinii».

Il secondo dispaccio colla data del 5 maggio porta: - «Che Pianori fu condannato a 12 anni di galera per assassinio - che fu accusato nel 1849 di due incendii - che il 30 aprile 1852 si era evaso dalle prigioni di Servia dove era detenuto come assassino terribile…».

L'imputalo negò recisamente i fatti ai quali si riferiscono questi dispacci, ed indi rispondendo ad un lungo interrogatorio direttogli dal Presidente, confermava i fatti contenuti nell'atto di accusa; osservava che Antonio Liverani è il nome di un suo cugino ch’esso aveva assunto senza scopo veruno, che la pistola a doppia canna l’aveva comperata a Londra per franchi 150, ed il pugnale a Parigi per Ln. 11 - che queste somme, unitamente ai franchi 114 di cui era portatore al momento del suo arresto, le aveva guadagnate durante il suo soggiorno in Londra dove lucrava due lire e mezza sterline per settimana lavorando da calzolaio.

Sostenne che in questa città non vide alcuno degli Italiani che erano con lui a Roma nel 1849 - che il fatto per cui era imputato non gli era stato suggerito da alcuno, ma che l'idea di uccidere l'Imperatore gli sorse improvvisa alla mente nel momento stesso in cui tentò darvi esecuzione - che a ciò si era indotto perché Napoleone colla spedizione di Roma aveva rovinato lui, la sua famiglia e la sua patria - che avrebbe fatto lo stesso contro qualunque altro fosse stato il capo del Governo francese.

Da alcuni testimonii che furono esaminati non si ottenne che la conferma di quanto era già riepilogato nell'atto d'accusa - nessuno somministrava ragguagli circa la condotta tenuta dal Pianori a Londra o circa il vero movente del suo operato.

Però il Procuratore Generale Roulland riepilogando tutte le circostanze che gli sembrarono utili al suo intento si sforzò di dimostrare che l'attentato contro la vita dell'Imperatore non poteva essere opera spontanea del Pianori - come in lui dovesse ravvisarsi un emissario pagato da quell'accozzaglia di emigrati politici che ha il suo nido a Londra, dove abusando dell’ospitalità si è fatta focolare di continue congiure - terminava invitando i giurati a compiere il loro dovere.

La difesa, come necessariamente dovea prevedersi, fu sterile. - Benoit Champin che ne aveva l'incarico, premesso che l'uffizio della difesa gli tornava in questa circostanza gravoso, ch’ei l’aveva assunto perché incaricato di uffizio, osservava che il pentimento che il Pianori aveva esternato meritava una qualche considerazione, e conchiudeva raccomandandolo alla commiserazione dei giurati.

Questi, dopo essere rimasti pochi minuti ritirati, emisero un verdict di colpabilità puro e semplice, la Corte condannava il Pianori alla pena dei parricidi.

 

Il processo si è dunque concluso nello stesso 7 maggio, con una condanna a morte. È indicato il rituale dell’esecuzione capitale dei parricidi perché l’Imperatore è considerato il “padre” dei suoi sudditi. Questo cerimoniale (il condannato in camicia, a piedi nudi, col volto coperto da un velo nero) è presente anche da altri Codici penali, compreso quello del Regno di Sardegna.   

Da convinto fanatico, Pianori non ha voluto coinvolgere nella pianificazione del suo attentato Giuseppe Mazzini e gli esponenti del mondo repubblicano e radicale che intendevano punire con la morte Napoleone III perché due volte traditore: dopo aver rinnegato gli ideali liberali giovanili, aveva colpito a morte la Repubblica Romana prima e in seguito la Seconda Repubblica Francese. Tutti costoro esaltavano il “tirannicidio” Mazzini aveva addirittura progettato di sfruttarlo per rilanciare, in concomitanza con la guerra di Crimea, l’attività rivoluzionaria: nella primavera del 1855, l’uccisione di Napoleone III doveva coincidere con un’insurrezione a Genova.

Alle sue idee, Pianori ha sacrificato la famiglia, la moglie Virginia Padovani e tre figli.

Va anche detto che i suoi gravissimi precedenti penali forniti dalla legazione francese di Roma e presentati al processo (incendiario, omicida, evaso dalle galere pontificie...) non riguardavano lui, ma una persona diversa.

Vero è che questi precedenti non possono aver influenzato più di tanto la giuria popolare, evidentemente già maldisposta verso un attentatore alla vita dell’Imperatore. In altre parole, la condanna a morte era già scritta. Ma oggi, enfatizzando questo episodio, si può dir male dello Stato Pontificio…

Sempre dalla Gazzetta dei Tribunali apprendiamo anche la cronaca dell'esecuzione della sentenza, ripresa da una corrispondenza del giornale Diritto:

«Giovanni Pianori fu giustiziato il giorno 14 corrente alle ore 5 precise. Fino all'ultimo momento gli fu detto che se aveva rivelazioni da fare era ancora in tempo e che poteva ancora sottrarsi alla morte. Egli ha risposto fieramente che nulla avea da rivelare. Egli avea a fianco durante il tragitto un prete, ma né gli prestava ascolto, né lo respingeva. Quantunque fosse appena il giorno molta gente lo aspettava sul luogo del supplizio verso il cimitero del Père Lachaise presso la prigione della Roquette. Un testimonio oculare afferma che vi aveva a un dipresso da 20 a 30 mila persone. Pianori era tranquillo ed ha dato prova fino al supremo momento del più gran sangue freddo. Egli ha gridato a più riprese: Viva la Repubblica! e giunto sulla tavola fatale egli ha gridato per l’ultima volta: Viva la Repubblica!».

Dalla biografia di Pianori scritta da Gian Luca Fruci per il Dizionario Biografico degli Italiani (Volume 83, 2015) apprendiamo che «La vicenda […] contribuì altresì ad avviare nella costellazione democratica italiana un’aspra discussione che durante la primavera del 1856 culminò nello scontro, ampiamente veicolato dai circuiti comunicativi europei, intorno alla “teoria del pugnale” fra Daniele Manin e Mazzini».

Inoltre dalla stessa fonte emerge che vari componenti della famiglia di Pianori, nota per il suo radicalismo politico, sono stati colpiti da punizioni esemplari, in particolare i fratelli Alessio e Senesio deportati, senza processo, all’Île du Diable alla Cayenne, «dove l’uno rimase per quattordici anni prima di usufruire di un’amnistia nel 1869 e l’altro, la cui identità nel bagno penale era stata cancellata attraverso la registrazione sotto il nome di Angelo Zenone, morì durante un tentativo di evasione nell’agosto 1856».

Stampa solo il testo dell'articolo Stampa l'articolo con le immagini

Articolo pubblicato il 14/05/2021