Se una nonna sotto le stelle in pandemia
Torre del Mare di notte

Ciò che il Covid separa, la luna riunisce. Se la pandemia ci tiene lontani, forse alzare gli occhi verso la luna e le stelle ci può fare sentire più vicini.

Non tutte le nonne amano il caldo, il sole e il mare. Molte preferiscono il fresco della montagna, amano passeggiare tra i sentieri in cerca di more e lamponi e al momento giusto andare per funghi. Ma la nonna che conosco meglio di tutte, no; ama anche lei le lunghe passeggiate, ama i fiori e i prati, ma quando comincia a far caldo ha bisogno di azzurro, di un azzurro diverso da quello del cielo. Meglio, quello del cielo non le basta; ha bisogno di immergersi nell’azzurro. Insomma, ha un incontrollabile bisogno di mare, di sentire le cicale che cantano al sole, ha bisogno di sentire quello che lei chiama il profumo del caldo; un profumo in realtà ormai più immaginato che sentito davvero con l’olfatto, visto che il suo naso dai diciott’anni in su ha smesso di funzionare come si deve. Ma nella mente quel profumo la nostra nonna se lo ricorda bene: sa di arbusti abbarbicati sulle rocce, sa di pietre cocenti sotto il sole, sa di aghi di pino portati dal vento.

Se d’estate ha tanto bisogno di mare, di luce e di caldo, forse ne ha ancora di più del buio che compare improvviso dopo che il sole ha colorato il cielo di rosa, di giallo e di rosso per nascondersi poi dietro la collina. E allora per la nostra nonna comincia un’altra magia: quella del buio e della notte d’estate, un buio dolce e pieno di promesse, una notte che non invita al sonno, tanto meno a chiudersi in casa, ma al contrario a partecipare alla festa delle rane che gracidano e del rumore del mare che si sente più chiaro nel silenzio.

E’ da quando era bambina che la nostra nonna non sa resistere al fascino della suggestione delle calde notti estive, soprattutto quando pian piano il cielo comincia a riempirsi di stelle oppure sorge la luna.

Da piccola ricorda bagliori confusi nel cielo stellato, la mano della mamma che le tiene compagnia sotto la luna fino al momento di accompagnarla a dormire, un po’ più grandicella si rivede mentre tiene in braccio la sorellina più piccola e la invita ad alzare i grandi occhi azzurri verso la luna. L’adolescenza, per la nostra nonna come per tutti, fu il tripudio delle serate passate sulla spiaggia a guardare la luna e le stelle; momenti indimenticabili, fitte chiacchierate con le amiche di allora, compagne di una vacanza che magari durava solo una settimana, ma che non impediva alle parole pronunciate sottovoce di salire fino ai tentativi più improbabili di risposta ai misteri universali per poi scendere a precipizio sul pettegolezzo più bieco. “Ma hai visto come le stava male quell’abito? Terribile, quel colore!” e via dicendo. Per non parlare di quando, fingendo disinvoltura sotto l’evidente imbarazzo, qualcuno del gruppo si allontanava senza salutare e scompariva nel buio, seguito da qualcun altro, tra le occhiate gelose di chi avrebbe voluto essere al loro posto.

Ma soprattutto, guardando le stelle d’estate, la nostra nonna ripensa ad una tradizione non scritta, ma che ogni anno, a Ferragosto e dintorni, si ripeteva, su una scena sempre uguale ma ogni volta con personaggi diversi, sulla bella terrazza della sua casa di allora, quella costruita con amore dal suo papà e dalla sua mamma. Difficilmente c’erano inviti formali, perché non ce n’era bisogno; chi passava di lì, suonava il campanello, se funzionava, o dava una voce dalla strada. E così, apparentemente per caso, la terrazza si riempiva di amici, parenti, parenti di amici, amici di amici, bambini, adulti, ragazzi che insieme si fermavano un po’ a guardare le stelle, qualcuno più a lungo, qualcuno solo di fretta, ma tutti, almeno per un attimo partecipavano al rito della notte d’estate sotto le stelle. E quando le cose avvengono sempre nello stesso luogo, nello stesso modo, senza che nessuno l’abbia programmato, ti fanno pensare che abbiano un senso, che diano un senso a tante cose, che trascendano il loro essere particolare per immergersi nell’infinito mare dell’essere, come se il grande anno degli antichi si compisse misteriosamente ogni volta. E ti fanno sentire parte di un piano dove niente avviene per caso. 

Forse non è stato un caso, infatti, che la primavera scorsa, in pieno lockdown, la  nostra nonna si sia ritrovata con il suo nipotino sulla sua nuova, incantevole terrazza, scelta da lei e da suo marito con lo stesso amore con cui i suoi genitori avevano costruito la loro; faceva freschino, ma indossavano piumini morbidi e caldi e in cielo c’era una luna fantastica. E lei ha cominciato a pensare.

“Sono qui con il mio meraviglioso nipotino, con la mia bambina che tra pochi mesi mi darà la gioia di un altro bambino, ma il resto della famiglia è lontano. Mo figlio e sua moglie sono lontanissimi, poi, in una New York che prima della pandemia sembrava tutto sommato facilmente raggiungibile, mentre oggi l’oceano pare diventato un ostacolo insuperabile. Anche le mie sorelle, i miei nipoti sono lontani e chissà quando riusciremo di nuovo a passare un po’ di tempo insieme. Un conto è vedersi su Face Time, un altro abbracciarsi. La tecnologia aiuta, ma i miracoli non li fa.”

Forse la luna, invece, li può fare, i miracoli.  La nostra nonna, stringendo a sé il piccolo ormai addormentato, se ne convinse sempre di più. Portò a letto il bambino, lo accomodò vicino alla mamma, si mise anche un berretto di lana e tornò sulla terrazza. I pensieri ripresero subito, sotto la luna sempre più alta nel cielo.

“Chissà quante volte la mia mamma sarà tornata sulla terrazza come ho fatto io stasera, dopo avermi messo a letto. Anche se non posso più vederti, siamo sotto lo stesso cielo, mamma, non preoccuparti, non siamo lontane. La situazione è un po’ diversa, non è agosto, siamo in primavera, sono sola, ma non importa; il golfo è qui, sempre uguale per chi lo ama, come noi. Tutti noi, mamma. Quante volte hai portato a letto anche le mie sorelle, dopo di me? Forse non ti ho mai visto, ero diventata una del gruppo che passa e va altrove, a Ferragosto, dopo un’occhiata alle stelle . Ma sono certa che  l’hai fatto anche con loro. Ormai sono diventata una nonna, lo sai, ma come vedi sono tornata, con il mio nipotino. Sono qui, mamma.”

Intanto che ricordava la sua mamma, i grattacieli di New York si fondevano nella sua mente con il Duomo che più viaggiava più considerava il più bello del mondo, quello della sua Milano così bella sotto le stelle di fine giugno. Sì, perché non è vero che a Milano il cielo non si vede. La nostra nonna ricordava molto bene come brillassero   sopra Sant’Ambrogio negli anni settanta, quando le guardava con i compagni di scuola dalla bella e mitica terrazza di uno di loro, un osservatorio  adolescenziale privilegiato, un luogo dove, complice la frequente assenza dei genitori, tanti amori erano nati e finiti,  tante lacrime erano state asciugate e fiumi di parole erano stati versati sulle note di una chitarra un po’ stonata.

Abbassò lo sguardo verso il golfo tranquillo che si stendeva ampio davanti a lei: da una barca misteriosa marinai invisibili lanciavano cime sottili e brillanti che si fissavano saldamente  alle stelle per poi scorrere ancora giù fino alla Madonnina, risalire e attraversare l’oceano per fissarsi sulla cima del Rockfeller Center, risalire ancora per poi scendere a Superga;  i marinai issavano  e ammainavano le vele per raggiungere tutti gli approdi degli affetti che la pandemia teneva lontani.

Covid o non Covid, sotto la luna di Torre del Mare la nostra nonna non si sentì più lontana da nessuno; anche se ormai non aveva più neanche freddo, decise che era ora di lasciare la terrazza e di andare a dormire dopo aver posato ancora una volta lo sguardo sulla Vita, quella che nessuna pandemia può sconfiggere: il suo nipotino che dormiva sul pancione della sua bambina. 

Patrizia Lotti

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Articolo pubblicato il 15/05/2021