Per una ipotesi ricostruttiva della Tradizione

Del Gran Maestro Emerito della GLDI, Prof. Antonio Binni

 

di Antonio Binni

Oggi desidero intrattenere i miei dieci lettori sul tema della Tradizione, un argomento generalmente travisato, se non addirittura dai più negletto, spesso invece sollevato in ambito filosofico, perfino cruciale nella libera muratoria. 

Sulla questione controversa mi permetto pertanto di esporre alcune riflessioni che non mi paiono inutili. Mai come in questo caso l’etimologia della parola è di giovamento per inquadrare e delimitare la materia oggetto di analisi. “Tradizione” deriva dal verbo latino tradere che, nella bella lingua di Dante, letteralmente rinvia al gesto del “trasmettere”, del “consegnare” in modo diretto. Il che comporta e implica – com’è autoevidente – l’esistenza di un mittente e di un destinatario, oltre che di un oggetto trasmesso e consegnato.

Il mittente è costituito dalle generazioni passate, impegnate soprattutto nel riconoscimento dei diritti universali e inalienabili di ogni persona umana. Obbligo di chi trasmette è di non rinunciare alla Tradizione. Né di stravolgerla sotto l’apparenza della fedeltà. La Tradizione sarà poi tanto più salda e durevole quanto più si continua a insegnarne e a spiegarne il senso. L’oggetto consegnato non è nostalgia del passato, o, peggio, culto del tempo perduto, né sterile ripetizione di parole o gesti.

Il contenuto della Tradizione trasferita è costituito da quel complesso di esperienze, conoscenze e valori che le generazioni vissute prima trasmettono a quelle venute dopo. Deposito di verità che deve tutelare dall’errore, guarire dalle ferite, essere al servizio della crescita, dono prezioso perché la verità non può che essere unica, quindi universale, sicché non può essere riconosciuta come sempre valida e vera.

È il flusso dei tumultuosi venti della Storia che non si arresta in un punto determinato, giunge al presente, che attraversa per prolungarsi nel futuro. Processo ininterrotto di un cammino, spesso accidentato, che segna uno sviluppo che, per essere autenticamente tale, deve conservare tutto ciò che ha preceduto. La Tradizione non è dunque così solo il termine di una evoluzione, ma sempre anche un nuovo inizio. Il destinatario di questo trasferimento è costituito dalle generazioni presenti e future chiamate a comprendere le testimonianze passate e ad appropriarsene in quanto verità di quell’humanum che unisce gli uomini al di là di ogni diversità culturale: verità universali in quanto trascendono il tempo e lo spazio. Riallacciarsi alla Tradizione “richiede una grande energia spirituale” (così B. RUSSELL, La saggezza dell’Occidente, Milano, 1963, pag. 169).

Da questo profilo, come ha insegnato Goethe, la Tradizione va conquistata. La Tradizione, infatti, non si mantiene per intrinseca spontaneità, ma per il fatto che si continua a diffonderne i contenuti nel presente da parte dei suoi destinatari. La Tradizione è custodita essenzialmente nell’atto educativo: è in questa trasmissione che mantiene intatta tutta la sua forza perché diventa capace di rispondere alle nuove sfide. Perdere la Tradizione equivale a dissipare la sapienza del passato, a smarrire gli alti ideali e profondi valori lasciati in eredità dalle passate generazioni.

Circoscritto così il concetto, anche se soltanto sinteticamente, resta ora da affrontare il problema più delicato e controverso, ossia come debba essere pensata la Tradizione. In questo esame occorre innanzi tutto fare cenno di quei pensatori – e sono tanti! – che vorrebbero farne tabula rasa. In questa ottica, la Tradizione non sarebbe infatti altro che una galleria di superstizioni e di usi arcaici da abbandonare in nome del progresso e del presente, quale unico punto di riferimento, rivalutato fino al punto di considerare il passato come una autentica alienazione. Prospettazione erronea in radice perché l’annullamento della Tradizione, e del passato che la consegna, comporta l’inammissibile e intollerabile abbandono della nostra provenienza e delle nostre radici. È tuttavia doveroso riconoscere che oggi esiste una crisi della Tradizione dovuta, innanzitutto, alla distanza fra le testimonianze della Tradizione e la situazione culturale attuale e, in secondo luogo, oltre che in principalità, alla odierna filosofia.

Con Marx, Nietzsche e Freud è infatti divenuta imperante una ermeneutica del sospetto che ha finito per considerare la Tradizione non più come mediatrice tra la realtà originaria e il presente, ma come una oppressione. Come una sorta di impedimento che, mentre cristallizza il passato, al quale si rimane legati, non consente, nel contempo, di sprigionare tutte le energie del presente. Questa, ad esempio, è la posizione sostenuta da Umberto Eco (in una nota conferenza dell’aprile del 1995, nel testo dal titolo originale Il fascismo eterno da ultimo edito da La nave di Teseo, 2017, quivi a pag. 34 e ss). Prospettazione, dalla quale ci permettiamo dissentire, perché il lascito del pregresso, lungi dal ridursi a mero ostacolo impeditivo, deve, all’opposto, produrre frutti. Il che sta a testimoniare che il dono trasferito non ha un significato né negativo né anche soltanto limitativo. La Tradizione trasferita va infatti compresa nel suo senso positivo, posto che apre alla verità. Tesi, in ogni caso, incondivisibile perché considerare la Tradizione come un elemento paralizzante della creatività del presente finisce per esporre l’uomo al nichilismo, ossia al nulla, perché, quando si crede nell’assunto che “Dio è morto”, si finisce inevitabilmente per negare l’esistenza di un qualsiasi ancoraggio sicuro.

Il mondo, e l’uomo che lo abita, diventano infatti punti privi di qualsiasi senso, rimanendo soltanto la “volontà di verità”. Va comunque ribadito che la crisi odierna della Tradizione, in quanto generale e mondiale, è diventata una delle sfide spirituali più radicali della nostra epoca. Da qui la scelta dell’argomento, e delle note che seguono, auspicabilmente preordinate ad una corretta configurazione della Tradizione. Per il che occorre preliminarmente riconoscere che la Tradizione, oggetto della nostra analisi, nasce nel contesto della cultura greco-romana e occidentale. Circostanza che crea ex se una difficoltà oggettiva, stante il fenomeno dell’incontro generalizzato delle culture e delle loro differenti tradizioni. Fatto tuttavia non insuperabile, visto che la Tradizione in essere non è soltanto mediazione tra il passato e il presente, ma pure impegno a trovare il raccordo fra le diverse tradizioni culturali.

Oggi questo impegno è diventato una condizione per la stessa sopravvivenza della umanità nella pace e nella libertà. La Tradizione è la pietra che incardina valori umani universali. Intrinsecamente coerente, è una realtà viva e stabile, ma in un mondo che cambia, il che, innanzi tutto, non esclude che in una epoca posteriore possano apparire anche nuove interpretazioni del lascito. Ciò che comunque è decisivo è costituito dal fatto che la Tradizione non deve essere considerata come una verità immutabile da rispettare e ripetere senza modificare. La Tradizione è essenzialmente Storia, che si immerge nella Storia, con la conseguenza che il presente plasma il passato con un impegno faticoso, ma nobile, volto a completare la Tradizione con nuovi apporti originali, tali da renderla sempre più ricca e preziosa nel reciproco completamento e approfondimento.

Si vuole dire – al postutto – che, quando una nuova generazione incontra la Tradizione, la modella e la rimodella. In questo senso la Tradizione è sempre nuova, pur restando antica nella sua intima coerenza. In estrema sintesi, la Tradizione è vera e autentica solo nella misura in cui DIVIENE. In conclusione, fra tutte le diverse possibili ricostruzioni della Tradizione, quella che propugniamo non è una Tradizione statica, essenza immutabile, equivalente di una statua marmorea, una sorta di impaccio da cui prendere congedo, ma una Tradizione duttile e dinamica che permette all’uomo del presente di crescere e di svilupparsi appieno nel tempo in cui vive, in vista di un futuro più ricco in quanto accresciuto dai nuovi apporti del presente, anche semplicemente mediante nuove interpretazioni del passato. La fedeltà alla Tradizione deve essere, dunque, una fedeltà creatrice. Che non venera le ceneri, ma opera affinché la fiamma non si spenga.

A questo punto è bene prendere congedo ricordando, per quanto superfluo, che tutto quello che si è detto per la Tradizione in genere vale, ovviamente, pure per la Tradizione massonica, che rivela la sua più eclatante evidenza e soprattutto il suo più profondo significato particolarmente nella ritualità celebrata nella comunità della Loggia. Anche perché spesso lo si dimentica, è infine opportuno ricordare che, secondo l’insegnamento latomistico, la Tradizione è unica, primordiale, iperborea. Unica, perché manifestatasi all’inizio in una sola, unica, modalità.

Con la conseguenza che le molteplici tradizioni massoniche esistenti originano tutte da quell’unica fonte e in tanto sono ortodosse solo in quanto testimoniano dell’unica Tradizione che trasmettono secondo altre forme. Primordiale, perché fu la prima – ed unica – a manifestarsi. Iperborea, perché la sua origine si colloca al Nord, laddove dura più nel tempo lo splendore della Luce, regno di Apollo. Il molteplice è la manifestazione del Principio, ciò che vede l’Uno quando si guarda allo specchio. Nell’ottica massonica, la Tradizione costituisce pertanto il cordone ombelicale che unisce l’attuale stato della manifestazione al suo Principio, come figlio alla madre, senza soluzione di continuità.

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Articolo pubblicato il 17/05/2021