La «Torino noir» vista e narrata da Milo Julini

Donne ladre

In esordio alla presentazione di tre bozzetti di donne ladre che costituiscono questo capitolo della criminalità minore torinese dell’anno 1951, avrei voluto inserire qualche dotta citazione letteraria, ma ho invano compulsato La Donna delinquente di Cesare Lombroso e Guglielmo Ferrero (1893). Neppure la produzione poliziesca mi è venuta in aiuto: se viene subito alla mente il personaggio della donna-investigatrice (Miss Marple di Agatha Christie e Jessica Fletcher sono gli esempi più noti) non è agevole evocare ladre altrettanto rinomate: occorre pensare a Catwoman, a Eva Kant, compagna di Diabolik se non a quella di Pietro Gambadilegno, l’antagonista di Topolino, Trudy. Assai meno note nell’immaginario collettivo, non assumono il ruolo di vere protagoniste e, le ultime due rivestono un ruolo gregario più o meno accentuato. Si aggiunga poi che queste eroine sono coinvolte in trame internazionali e in furti clamorosi, ben lontani dalla travagliata realtà del 1951 che mi accingo a proporre.

La prima ladra ci viene descritta da un articolo de La Stampa del 31 ottobre 1951.

 

- Acciuffatela, è una ladra! - questo grido, lanciato dalla venditrice di un bancherottolo, echeggiava ieri mattina in piazza della Repubblica nel settore del mercato riservato agli articoli di vestiario. L’indiziata era una giovane donna, sui vent’anni, più che decorosamente vestita, la quale si era fatto largo, piuttosto faticosamente, con una carrozzella da bambino in mezzo alla calca.

- Arrestatela, è una ladra! Ho visto io - replicava la venditrice con un tono tale da eliminare ogni dubbio.

La giovane signora confusa e smarrita si piegava sulla carrozzella quasi a proteggere quella che tutti ritenevano la sua creatura.

Ma in seguito alla clamorosa denuncia ne veniva strappata piuttosto rudemente. Rialzata da un lato la coperta della carrozzella, compariva alla luce un intero rotolo di pizzo che la donna, qualche istante prima, aveva sottratto da un banco.

Ma l’aspetto più sorprendente della situazione era dato dal fatto che insieme al rotolo di pizzo vi erano diversi altri oggetti, tra cui persino una sveglia, evidentemente rubati nello stesso mercato o nei negozi adiacenti.

Un carabiniere di passaggio accorreva a quel trambusto e faceva l’atto di scortare la ladra alla più vicina stazione dell’Arma.

- Il bambino - suggeriva qualcuno - non bisogna dimenticare il bambino! - E a questo punto si aveva l’ultima e più sensazionale rivelazione. Il bambino non esisteva: al suo posto era adagiata nella culla una bambola in modo tale da simulare un infante.

La ladra è stata più tardi identificata per certa Elsa S*** di 24 anni da Torre Annunziata, abitante nella nostra città in corso Regina Margherita.

Essa stessa ha confessato che da parecchi mesi si dedicava al furto con il medesimo sistema.

Ottimo sistema dal momento che le fruttava un guadagno medio di 5-6 mila lire al giorno. - Capirà - ha detto l’arrestata per giustificarsi al funzionario che l’interrogava - mio marito è disoccupato. Ragioniere, ma disoccupato. E in qualche modo dovevo pensare a lui. Questo singolare esempio di affetto coniugale è stato naturalmente ripagato con una denuncia per furto aggravato e continuato.

Elsa S*** è una ladra se non proprio per amore, almeno per contribuire al sostegno della famiglia, meglio, di un marito disoccupato - anche se diplomato - che rischia di apparire indolente e poltrone.

Singolare il sistema del falso poppante, di esecuzione relativamente semplice e tale da non indurre troppi sospetti nelle vittime. Forse non è un caso che il trucco sia stato scoperto da un’altra donna…

Lasciando da parte le considerazioni “criminologiche”, questo episodio richiama alla mente due scene di film: quella della carrozzina del bambino in caduta libera nell’episodio della corazzata Kotiomkin ne Il secondo tragico Fantozzi, del 1976, diretto da Luciano Salce. La seconda scena appartiene a I due marescialli, del 1961, con la regia di Sergio Corbucci: il ladruncolo Antonio Capurro, interpretato da Totò, ruba travestito da prete la valigia a un viaggiatore grazie a un astuto marchingegno.

Il secondo episodio proviene da La Stampa del 22 giugno 1951 e ci presenta una storia che potrebbe entrare in un romanzo d’appendice, in un fotoromanzo o addirittura in uno dei melodrammatici film di Raffaello Matarazzo che riscuotono grande successo proprio in quegli anni.

 

Un nobile domiciliato in via Lamarmora, in una sontuosa villa, si presentava l’altra mattina al dottor Fiumanò e gli segnalava uno spiacevole fatto. In procinto di recarsi in campagna aveva fatto fare un inventario dei propri averi: ed era risultato che alcuni piatti di argento finemente lavorati, erano misteriosamente scomparsi. Danno: oltre mezzo milione. Segni di scasso non ce n’erano e i sospetti s’erano subito fissati sulla servitù, composta di cinque persone, un custode, un cuoco e tre cameriere.

Il dottor Fiumanò svolgeva rapide indagini e, per eliminazione, concludeva che la responsabile dovesse essere la più giovane delle tre cameriere, Annina F*** di 19 anni: però non esistevano prove ed egli disponeva per una continua vigilanza ed un servizio di pedinamento. Ieri pomeriggio, in corso Stati Uniti, la ragazza si fermava di colpo, si girava e moveva risolutamente verso il maresciallo che, a distanza di una ventina di passi la seguiva:

- So che lei è un poliziotto. Non ne posso più. Prima o poi mi scoprireste. Preferisco confessarlo subito. La ladra sono io. Mi arresti.

Tradotta dinanzi al dott. Fiumanò la F***, tra le lacrime, narrava il perché dei suoi furti:

- Mio padre e mia madre sono poverissimi, lavorano la terra in un paese vicino a Treviglio. Io sono la maggiore: ho sette fratelli, tutti più giovani di me. Da tre mesi ricevevo lettere angosciate: i miei dicevano che non potevano più andare avanti, che soffrivano la fame, che non avevano più un soldo in casa. Così ho rubato i piatti di argento, li ho consegnali ad una mia sorella che veniva giù dal paese a Torino e che si incaricava poi di venderli a Milano.

Il padrone della ragazza s’è rifiutato di sporgere denuncia: la F*** è stata però egualmente deferita al tribunale, a piede libero, poiché il Commissariato è stato costretto a procedere d’ufficio. La ragazza, licenziata, è partita alla volta di Milano con un sottufficiale, per poter recuperare almeno parte della refurtiva.

Se nel primo episodio si poteva scorgere il movente del furto nell’amore coniugale, in questo secondo caso è decisamente l’amore per la famiglia, in particolare per i giovanissimi fratelli, a trasformare la giovanissima cameriera in una ladra. Questa vicenda non evoca qualche particolare pellicola ma potrebbe rappresentare la traccia per una trama che vede nascere una storia d’amore tra la cameriera e il sottufficiale che l’accompagna a Milano, con tutta una serie di declinazioni, a seconda che il poliziotto sia già sposato oppure scapolo ma ancora in età inferiore a quella consentita per il matrimonio...

Concludiamo con una storia dai risvolti spassosi secondo i canoni della “Giustizia che diverte” che non si preoccupa troppo delle vittime quando riporta le imprese di un abile truffatore o truffatrice, come in questo caso descritto da La Stampa dell’8 marzo 1951.

 

È stata finalmente arrestata ieri a Novara, da quella Questura, la trentatreenne Anna Maria G***, nata a Milano e residente (sulla carta d’identità) a Bologna in via Guerrazzi 19. La G*** era attivamente ricercata, da un anno e mezzo e più, dalle polizie di Varese, Vicenza, Lodi, Como, Milano e Torino.

La G***, truffatrice e ladra scaltrissima, «lavorava» con un sistema tutto suo: arrivando in una città, si presentava ad un istituto di suore, chiedeva ospitalità e si mostrava particolarmente solerte e devota, cattivandosi la simpatia delle religiose.

Si presentava come cameriera ed effettivamente era abile nelle varie mansioni. Così che le buone suore non avevano difficolto a raccomandarla caldamente, quando qualche famiglia cercava una donna di servizio.

L’avventuriera riusciva sempre a sistemarsi presso industriali, grossi commercianti, ricchi professionisti: vi rimaneva una quindicina di giorni e si conquistava la piena fiducia dei padroni. Aspettava la sera in cui essi uscivano per recarsi al cinema o al teatro e allora agiva con fulminea rapidità: sapeva dove i signori riponevano il denaro e i gioielli e se ne impadroniva facilmente: poi, con tutta la sua roba, fuggiva e non lasciava alcuna traccia.

Il colpo era stato ripetuto nel Veneto, in Lombardia, in Liguria: ogni volta la G*** riusciva a portar via soldi, gioie e oggetti preziosi per un importo mai inferiore ai due milioni.

Dopo di che se ne veniva generalmente a Torino dove conduceva un tenore di vita sfarzoso, dimorando nei migliori alberghi e spendendo e spandendo a piene mani: qui a Torino si liberava di tutta la refurtiva, aiutata da un complice che la Mobile sta ora attivamente ricercando.

Da un anno e mezzo la polizia le stava alle calcagna, ma invano. Ieri la questura di Novara l’ha arrestata in una via del centro: essa era al servizio di una facoltosa famiglia novarese e stava naturalmente preparando un ennesimo colpo.

Anna Maria, la protagonista di questa storia, definita dal cronista come «truffatrice e ladra scaltrissima», sa alternare l’attività di solerte domestica a quella di scialacquatrice gaudente. Anche se appare sullo sfondo la figura di un maschio, complice se non sfruttatore, è lei a mantenere il primo piano nella sua attività truffaldina che sa mettere a profitto l’idea, al tempo fortemente radicata negli ambienti benestanti, del retto giudizio espresso dalle suore.

Una storia che sarebbe piaciuta allo spirito anticlericale del cronista giudiziario Giovanni Saragat, Toga-Rasa.

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Articolo pubblicato il 20/05/2021