La straordinaria storia della penna a sfera

Qualcosa di più di uno strumento per scrivere

A Torino, in Corso Re Umberto 60, nacque Marcel Bich (1914-1994): quello della penna? Si proprio lui, anche se non fece tutto da solo. Infatti, come ci racconta Giulio Levi nel libro La straordinaria storia della penna a sfera, edito da Diarkos, tutto ebbe origine dall’inventore ungherese László József Bíró (1899-1985).

Per molte persone la penna è qualcosa di più di uno strumento per scrivere: è oggetto da ostentare, aiuto fondamentale nella frenetica pratica dell’appunto, o giochino da mano che si trasforma in scarica tensionale. La penna è tante cose e non serve solo per scrivere.

Senza la penna la nostra vita non sarebbe più la stessa, anche nell’epoca di iPad e tablet.

La storia della penna parte da lontano, forse prima che l’uomo elaborasse nel suo pensiero l’idea di scrittura. Poi, però, ha fatto seguito un’evoluzione non condizionata dalla tipologia degli alfabeti, quanto piuttosto dal bisogno tutto umano di duplicare la conoscenza e velocizzarne il fissaggio. Probabilmente è in questo snodo cardanico della cultura che la penna si è vista investire dalla tecnologia: è diventata sempre più autonoma. Un’autonomia che Bíró cercava da tempo. Di lavoro faceva il giornalista e aveva in più occasioni tentato di rivoluzionare la penna stilografica, al fine di rendere maggiormente agevole il caricamento e soprattutto estenderne l’autonomia. Si racconta che ebbe l’intuizione per la sua penna, osservando una biglia di vetro che, dopo essere finita in una pozzanghera, rotolando lasciava una scia d’acqua. Decise quindi di sostituire il pennino con una punta cava nella quale vi era una piccola sfera, che consentiva la distribuzione lineare dell’inchiostro attraverso la pressione della penna sulla carta. Gli esperimenti dell’inventore ungherese iniziarono nel 1938 e si conclusero ufficialmente nel 1943, quando l’innovativa invenzione fu brevettata. Nel frattempo Bíró si era trasferito in Argentina e aveva dato inizio alla produzione della sua penna, però i costi di produzione erano molto elevati e di conseguenza il prezzo di mercato risultava inadatto a farne un oggetto destinato al consumo di massa.

Fu qui che entrò in scena Marcel Bich. Era un nobile di famiglia valdostana e nel 1953 acquistò il brevetto di Bíró dando inizio alla produzione industriale di quella che sarà poi universalmente conosciuta come la “Penna BIC”. Il modello subirà nel tempo una serie di modifiche: emblematica la trasformazione del corpo della penna da cilindrico a esagonale, per limitarne il rotolamento sui banchi di scuola. Ma la sua prerogativa più caratteristica era (ed è) costituita dalla trasparenza, che consente di osservare costantemente il livello dell’inchiostro.

È noto che Bich è stato un grande innovatore anche con la creazione dei rasoi e accendini “usa e getta”.

Sulla casa natale a Torino, una lapide apposta dal Comune nel 2004, sintetizza con poche parole la fondamentale opera di Bich: “Semplificò la quotidianità della scrittura”.

È noto che Bich è stato un grande innovatore anche con la creazione dei rasoi e accendini “usa e getta”.

Per molti di noi quella cannuccia in plastica è parte integrante delle nostre memorie scolastiche, professionali e domestiche: usata da molti studenti nelle situazioni più difficili perché considerata indistruttibile, ha scritto milioni di compiti, firmato contratti, computato, tracciato promemoria per la spesa. Caricata con il “refil” ha garantito un’autonomia che ai tempi della stilografica era inimmaginabile; ma è diventata soprattutto emblema della comodità. Una comodità che, in tempi recenti, è assicurata in “chilometri di scrittura”, come avverte la pubblicità di una nota casa produttrice.

Poi sono giunti i primi pennarelli: qualcosa che sapeva di sperimentale; puzzavano d’alcol da far paura e perdevano sempre. Vietatissimi a scuola negli anni della generazione degli attuali cinquanta/sessantenni. Poi anche il pennarello “si è fatto più penna”. Con punte sempre più sottili, cartucce intercambiabili e sofisticato design, il pennarello è divenuto la penna della fine del Novecento, mentre dalle cartelle scolastiche la biro risentiva del contraccolpo; era già successo ai pennini che vedranno poi accrescere il proprio status divenendo oggetti oramai ambiti solo dai collezionisti.

Ma in fondo anche la stilografica ha acquisito un ruolo sociale più elevato: è diventata l’optional da taschino, meglio se quello della camicia, oppure rigorosamente celata in quello interno della giacca. Mai in quello esterno perché, come avvertono i cultori del bon ton, è tanto, tanto pacchiana!!!

Di penne in casa nostra ce ne sono tante, eppure continuiamo ad ammassarle come un bene vitale da stipare nella dispensa per i momenti difficili. Una penna non si rifiuta mai, anche quando ostenta scritte pubblicitarie e non scrive bene. È una compagna utile che ci accompagna per tutta la vita. È utilissima e spesso sofisticatissima poiché si avvale di una meccanica non sempre facile da rimettere insieme quando hai l’ardire di smontarla. Di tanto in tanto è anche buontempona: quando sei al telefono e cerchi di scrivere un nome o un numero lei, naturalmente, decide di scaricarsi. Ma qualche volta fa finta, subito dopo riprende...

Poi è arrivata la macchina per scrivere…

Il bisogno di parole, di tante parole, trovò la sua prima opportunità per accelerare la scrittura con il tachigrafo. Era il 1823 e, tra mitologia e storia, avrebbe visto la luce grazie alla genialità dei conti Cilavegna. Il tachigrafo (che oggi è il nome dell'apparecchiatura di controllo montata a bordo dei veicoli per indicare, registrare e memorizzare i dati sulla marcia e sui periodi di lavoro dei conducenti) venne riadattato dall’avvocato Ravizza da Novara che, qualche anno dopo, costruì un “cembalo da tavolo”: un nome che francamente non lasciava intravedere con precisione il ruolo di quell’invenzione destinata a essere antesignana della moderna macchina per scrivere. Poi venne la Remington, era il 1874, e quel “cembalo” entrava nel circolo dell’industria.

Da allora ha fatto un sacco di strada fino a elettrificarsi, acquisendo sistemi di stampa sempre più complessi: dal tasto con molla che scaglia la leva con il carattere, alle testine sferiche IBM, fino ai più evoluti meccanismi a disco rotante, che le segretarie chiamavano “Margherita”.

La sua sembrava un’evoluzione destinata a raggiungere vertici altissimi, con soluzioni straordinarie, con apparati e optional inimmaginabili, poi, però, è arrivato il computer...

Il personal prima e i sistemi di video scrittura dopo, hanno decretato la fine della macchina: per lei non c’è stato scampo. E come avrebbe potuto combattere un tamburo rotante contro lo schermo fluorescente? E quali prospettive poteva mai avere la carta carbone contro l’agilità e flessibilità del file? Quale futuro poteva esserci per il “bianchetto” o la gomma ottagonale, quando la virtualità della parola, passando dalla tastiera al computer può sparire e riapparire senza lasciare tracce e sbavature?

In tanti abbiamo lasciato la fedele “Lettera” dell’Olivetti per un cosiddetto “portatile”: potente, silenzioso, discreto e facile da nascondere nella valigia tra camicie e calzini.

Una volta invece, se viaggiavi, la macchina da scrivere non potevi nasconderla: diventava una sorta di icona, creava qualche aspettativa nei confronti della persona che la trascinava su treni e aeroplani.

Se Kafka, invece della Remington, avesse avuto il tablet, celando ai vicini, con l’assenza del ticchettio, il motivo della sue notti insonni, forse i suoi biografi avrebbero scritto di lui cose diverse.

La macchina per scrivere è rapidamente scomparsa dalle vetrine dei negozi specializzati e per i nostalgici è anche difficile trovare i nastri per la scrittura e un po’ di assistenza tecnica. Chi aveva fatto di questo strumento un oggetto importante di lavoro, ha avvertito in modo più o meno traumatico il declino della pesante struttura in ferro e leghe varie sotto il peso della leggera tastiera del computer. Chi si è trovato pizzicato in questa rivoluzione è stato testimone di un cambiamento epocale. Oggi, i giovani, con il contributo del mouse, e di tastiere ergonomiche e virtuali, non possono neppure immaginare la forza che richiedevano i tasti della nostre macchine per scrivere. E non possono neppure sapere quale senso dava quel ticchettio: una sorta di colonna sonora a chi sperava di essere un po’ creativo e riuscire a trasferire sul foglio fatti ed emozioni. Speranze fatte anche di errori, celati malamente dal bianchetto...

Giulio Levi, La straordinaria storia della penna a sfera, Diarkos, pag. 138, Euro 12,00

 

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Articolo pubblicato il 22/05/2021