La «Torino noir» vista e narrata da Milo Julini

L'assassinio di uno studente

Il 7 giugno 1894, alla Corte d’Assise di Torino inizia il processo contro Carlo Felice Teja detto Rous, manovale di vent’anni accusato di avere ucciso Emanuele Fini di Mantova, studente in chimica, nella notte del 3 al 4 febbraio del 1893, a Torino.

Questo omicidio - che la Gazzetta Piemontese del 9 giugno definisce «una tristissima pagina della barabberia torinese» - nell’anno precedente ha avuto una notevole eco in città, anche perché si inseriva in una serie di clamorosi fatti di sangue. Ma ora che il presunto colpevole viene processato, alla soddisfazione per il procedere dell’iter giudiziario nei suoi confronti, si unisce il riserbo del cronista: il dibattimento si svolge a porte chiuse, «per le circostanze turpi che in esso risultano».

Tutto è cominciato nella mattina del 4 febbraio del 1893, nei pressi del Cimitero Monumentale, al di qua della Dora, nell’attuale lungodora Siena, ancora privo di costruzioni e con aspetto di vera campagna. Le Guardie Daziarie, su segnalazione di alcuni carrettieri, rinvengono nel fiume il cadavere di un giovanotto, crivellato di orribili ferite alla testa, alla faccia, alla gola, alla nuca e forse in altre parti del corpo.

La Questura e l’Autorità giudiziaria accorrono e iniziano le indagini.

Il morto è identificato come Emanuele Fini, di ventisette anni, nativo di Mantova, studente in chimica e farmacia, abitante a Torino nel piccolo appartamento di una zia materna, al civico 7 di via Baretti, in San Salvario.

La morte è avvenuta fin dalla sera precedente o nella notte. Le ferite alla testa ed alla faccia sembrano prodotte da colpi di falcetto o di coltello. Non è credibile che Emanuele se le sia inferte con l’intento di suicidarsi. Si sospetta un delitto, ma il caso non appare semplice.

L’ucciso frequentava il terzo anno di farmacia, ma era poco conosciuto dai suoi compagni. In passato aveva svolto un breve periodo di pratica presso la farmacia Torta.

La Questura, all’inizio delle indagini, pare escludere il sospetto di suicidio, di omicidio in rissa o di assassinio per depredazione. Gli investigatori sono più orientati verso un delitto passionale che coinvolge una donna. Il cronista concorda: Cherchez la femme!

Emanuele è stato probabilmente ucciso sulla sponda della Dora e quindi gettato nel fiume.

A breve distanza dal punto del ritrovamento del cadavere, tra il ponte Rossini e quello delle Benne (ponte del corso Regio Parco, al tempo molto più stretto dell’attuale), viene trovato un sasso insanguinato.

Sul cadavere viene eseguita un’attenta perquisizione. È sparito l’orologio d’argento e all’occhiello del panciotto è ancora attaccata la spranghetta d’argento della catena. In una tasca della giacca vi è un paio di guanti in pelle marrone insanguinati. In un’altra, un fascicolo di carta bianca, scritta a matita, con molte formule algebriche o chimiche, e due cartoline postali che il padre gli ha spedito da Mantova: carte insignificanti per le indagini.

In una tasca dei calzoni vi è un portamonete, contenente una lira e 95 centesimi.

È significativo, secondo il cronista, che il cadavere abbia i calzoni sbottonati. Questo elemento verrà spesso sottolineato.

Il sospetto che l’ucciso avesse una relazione amorosa nel vicino borgo Vanchiglia è avvalorato dal fatto che, prima di risiedere in via Baretti con la zia Clementina Bergamini, ha abitato al civico 26 di via Santa Giulia.

L’annuncio del ritrovamento del cadavere dello studente con i sospetti sul suo assassinio compaiono sulla Gazzetta Piemontese del 5 febbraio 1893.

Sempre in questo giornale, vi sono le voci raccolte dai cronisti: negli ultimi giorni Emanuele è apparso triste e pensieroso, come per gravi preoccupazioni. Alcuni giorni prima è rincasato con i vestiti inzaccherati. La zia ha notato che ha tirato fuori dal soprabito alcuni libri imbratti di fango. Il 2 febbraio, la zia lo ha udito mormorare: «Oggi due, domani tre, posdomani quattro!». E proprio il giorno 4 doveva essere quelle della sua morte. Cosa passava per la mente del poveretto?

La sera del 3 è uscito di casa, dicendo alla zia che sarebbe andato al teatro Vittorio Emanuele per assistere al ballo degli studenti che quella sera non veniva messo in scena.  Dopo questa bugia, non era più tornato a casa.

Questi gli elementi poco promettenti a disposizione degli inquirenti. La Questura inizia le indagini senza una traccia da seguire. Questo caso è una eccezione al detto Un omicidio o si risolve nelle prime 48 ore o mai più: si parlerà di arresto dei colpevoli dell’omicidio all’inizio di ottobre!

L’omicidio Fini ha destato molti commenti e dicerie che il cronista non ha riferito e sui quali preferisce non soffermarsi. La Questura non si è lasciata fuorviare, non si è scoraggiata per i primi insuccessi. Ha continuato con pazienza le ricerche, raccogliendo dai confidenti indizi e mezze rivelazioni. Dopo qualche mese dall’assassinio, infatti, in borgo Vanchiglia gira con insistenza una voce che accusa due giovanissimi pregiudicati: Carlo Felice Teja, detto Rous, muratore di 19 anni, da Nole, e Giuseppe Roux, di 21 anni, soprannominato la Veja ‘d San Salvari.

Ma che cosa lega questi due giovani allo studente massacrato?

In sostanza, un solo elemento: l’orologio rubato a Emanuele è stato impegnato da Carlo Felice Teja. Ad una attenta perquisizione nella sua abitazione, fra le sue carte, è stata trovata una polizza del Monte di Pietà in data 8 marzo 1893 per un orologio impegnato. Lo si riscatta e viene riconosciuto dal padre e dal fratello di Emanuele.

Teja adotta come linea di difesa la negazione assoluta. Dice che l’orologio appartiene a suo padre, che nega recisamente. Sull’orologio si trova un segno impresso dall’orologiaio Rosso, che lo ha accomodato: dal suo registro risulta che l’orologio gli è stato portato da un certo Teja, anche se non può affermare che si tratti proprio dell’accusato.

La notizia dell’arresto dei due sospetti assassini compare sulla Gazzetta Piemontese del 10 ottobre 1893. Dall’omicidio sono trascorsi più di sette mesi.

Già da tempo Teja è stato arrestato. Roux sta prestando il servizio militare a Bologna. Si ipotizza che abbia partecipato al delitto durante una licenza. Conosceva Emanuele, ma le accuse contro di lui sono meno precise: potrebbe essere giunto sul luogo del delitto a cose fatte. Il cronista ipotizza persino che le voci sulla colpevolezza di Roux le abbia messe in giro lo stesso Teja, per scagionarsi.

Roux viene arrestato a Bologna e la Gazzetta Piemontese il 19 ottobre 1893 annuncia il suo arrivo al Carcere Cellulare (Le Nuove) di Torino.

La notizia dell’arresto dei presunti assassini induce un comprensibile compiacimento nei torinesi: non è stato ancora arrestato l’assassino dell’anziana rigattiera massacrata a martellate nei sotterranei del Santuario della Consolata il 19 febbraio di quell’anno, per non citare altri delitti precedenti. Pare troppo che anche la morte dello studente Emanuele Fini rimanga impunita!

Teja avrebbe ucciso Emanuele mentre erano assieme presso le rive della Dora. Meno precisa la posizione di Roux. Saranno l’istruttoria e il processo a stabilire le loro precise responsabilità, processo che, come ricorda il cronista, si dovrà fare tutto, o in parte, a porte chiuse (Gazzetta Piemontese, 12 ottobre 1893).

Dopo un certo tempo, per Giuseppe Roux è rilasciato per insufficienza di prove. Si aggrava invece la posizione di Teja. Un suo compagno di carcere, Michele Fasano, sostiene che gli ha raccontato di essersi accordato con Roux per uccidere Emanuele, ma poi ha agito da solo perché il complice non si è presentato all’appuntamento.

Carlo Felice Teja viene processato alla Corte d’Assise di Torino nei tre giorni 7-8-9 giugno 1894, accusato di omicidio con premeditazione e rapina, in complicità con un individuo rimasto sconosciuto. Secondo l’accusa, ha ferito Emanuele Fini poi ha terminato di ucciderlo gettandolo nella Dora. Il cronista giudiziario ricorda la dolorosa impressione sollevata in città dall’assassinio, le difficili indagini che hanno portato un po’ di luce e a un processo indiziario. Ma inserisce anche quelle osservazioni, già da noi riportate in esordio, che gettano una luce equivoca sulla vicenda.

In aula non emergono fatti nuovi rispetto all’istruttoria. Fasano ripete la sua accusa, negata in modo categorico da Teja. Alla fine dei tre giorni di dibattimento, i giurati ritengono Carlo Felice Teja colpevole di aver ucciso Fini per procurarsi l’impunità dopo averlo depredato, da solo, senza complici. Escludono la premeditazione e concedono le attenuanti. La Corte lo condanna a venticinque anni di reclusione.

Una verità giudiziaria che non ha fatto luce sugli aspetti più reconditi e, per l’epoca, inconfessabili della vicenda, ma che ha sicuramente fornito ai torinesi benpensanti quel rassicurante senso di sicurezza che origina dall’idea che giustizia è stata fatta.

 

La ricostruzione della location di questo omicidio non è stata agevole. Mi hanno aiutato cartoline e piante reperite nel gruppo Torino sparita su facebook.

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Articolo pubblicato il 03/06/2021