La Geopolitica del linguaggio

Quando il potere si esprime attraverso la Lingua

L'importanza della lingua nelle relazioni internazionali risulta oggi fondamentale. Sopratutto nell'Era della globalizzazione delle merci e dei popoli, si impone l'interrogativo su quale idioma uniformerà le Nazioni e le culture del Mondo. Rimarrà il dominio dell'Anglosfera? Oppure ci sarà un risveglio di una rinnovata cultura illustre figlia della lingua di Virgilio?

Lingua e Impero

Se il termine geolinguistica non fosse già utilizzato dai linguisti per esprimere la geografia linguistica o spaziale, cioè lo studio della diffusione geografica dei fenomeni linguistici, potrebbe essere usato per indicare la geopolitica del linguaggio, cioè il ruolo del fattore linguistico nella relazione tra spazio fisico e spazio politico. A suggerire questa possibilità non è solo l'esistenza di analoghi composti nominali, come la geostoria, la geofilosofia, la geoeconomia, ma anche il rapporto della geopolitica del linguaggio con una disciplina designata da uno di questi termini: geostrategia.

"Fu sempre la lingua compagna dell'impero": il nesso tra egemonia linguistica ed egemonia politico-militare, così naturalmente rappresentato dal grammatico e lessicografo Elio Antonio de Nebrija (1441-1522), sostiene la definizione che il maresciallo di Francia Luigi Lyautey (1854 - 1934) diede della lingua: “un dialetto che ha un esercito e una marina”. Allo stesso ordine di idee si ispira il generale Jordis von Lohausen (1907-2002), quando afferma che "la politica linguistica è considerata sullo stesso piano della politica militare" e afferma che "i libri in lingua originale recitano allo straniero un ruolo che a volte è più importante di quello delle pistole". Secondo la geopolitica austriaca, infatti, "la diffusione di una lingua è più importante di qualsiasi altro tipo di espansione, poiché la spada può solo delimitare il territorio e l'economia ne approfitta, ma la lingua conserva e riempie il territorio conquistato". "Questo è invece il significato della famosa frase di Anton Zischka (1904-1997): "Preferiamo gli insegnanti di lingue al personale militare".

L'affermazione del generale von Lohausen può essere illustrata con una vasta gamma di esempi storici, a cominciare dal caso dell'Impero Romano, che tra i suoi fattori di forza fu la diffusione del latino: un dialetto di pastori italici che con lo sviluppo politico di Roma divenne, insieme al greco, la lingua più illustre e diffusa del mondo antico; usato dai popoli dell'Impero, non per imposizione, ma indotto dal prestigio giuridico e culturale di Roma. Fin dall'inizio, il latino servì alle popolazioni suddette per comunicare con soldati, ufficiali e coloni; divenne ben presto il segno distintivo della comunità romana, del Diritto e della Scienza; e successivamente, anche della Religione e del Sacro.

Tuttavia, nello spazio imperiale romano, il quale costituiva un unico paese per popoli diversi, situati tra l'Atlantico e la Mesopotamia, tra la Britannia e la Libia, non corrispondeva a una sola lingua; Il processo di romanizzazione fu più lento e difficile quando i romani entrarono in contatto con territori in cui si parlava la lingua greca, espressione e veicolo di una cultura che godeva, negli ambienti della stessa elité romana, di enorme prestigio. L'impero romano era essenzialmente un impero bilingue: latino in Occidente e greco in Oriente, in quanto lingue della politica, del diritto e dell'esercito (oltre che delle lettere, della filosofia e delle religioni antiche) svolgevano una funzione sovranazionale, a cui si armonizzavano tutte le lingue e le culture locali.

Sicuramente è quasi impossibile separare nettamente la linea di confine del dominio del latino e del greco all'interno dell'Impero Romano, tuttavia, possiamo affermare che la divisione dell'Impero in due parti e la successiva scissione avvenne lungo una linea di demarcazione grosso modo coincidente con la frontiera linguistica, che dimezzava sia i territori dell'Europa che quelli del Nord Africa. In Libia, allo stesso modo, è su questa linea che si è recentemente verificata la frattura che ha nuovamente separato la Tripolitania (ex latina) dalla Cirenaica (ex greca).

Seguendo la mappa linguistica dell'Europa, si presenta una situazione che Dante descrive individuando tre diverse aree principali: quella del mondo germanico, in cui congrega anche slavi e ungheresi; quello della lingua greca e quello delle lingue neolatine; all'interno di quest'ultimo si può poi distinguere tre unità particolari: il provenzale (lingua d'oc), il francese (lingua d'oil, da cui lo "oui") e l'italiano (lingua del sì). Ma Dante è lontano dall'usare l'argomento della frammentazione linguistica per sostenere la frammentazione politica; infatti è convinto che solo il ripristino dell'unità imperiale potrebbe realizzarsi se l'Italia, “il bel paese dove suona il sì”, ritornerà con il suo Impero. E l'Impero ha una sua lingua, il latino, perché, come dice lo stesso Dante, «la lingua latina è perpetua e incorruttibile, mentre la lingua volgare è instabile e corruttibile». 

In un'Europa linguisticamente frammentata, che il Sacro Romano Impero ha voluto ricostituire in unità politica, anche il latino, oltre che il Cristianesimo, svolgeva una potente funzione unitaria: non dal sermo vulgaris (latino volgare), ma dalla lingua della cultura della res publica clericorum (Repubblica dei dotti). Questo “latino scolastico ed ecclesiastico”, se vogliamo indicare la sua dimensione geopolitica, è stato portatore per tutta l'Europa, e anche fuori, della civiltà latina et christiana: confermandolo, come in Spagna, in Africa, in Gallia ecc.. ; o incorporandolo nelle aree appena sfiorate dalla civiltà romana: Germania, Inghilterra, Irlanda; per non parlare dei paesi nordici e slavi.

Le lingue neolatine come emblema di potere

Possiamo quindi individuare il latino come idioma indiscusso del primo grande potere politico globale, prima con gli Augusti e successivamente con i Papi. 

Di rimando ne possiamo individuare le grandi potenzialità delle lingue neolatine, circa la loro enorme diffusione e il gigantesco potenziale aggregativo in funzione di una rinnovata egemonia politica neolatina. 

Su tutte, il francese, come lingua delle corti europee e del diritto internazionale, fu indubbiamente quella dal valore politico più elevato; surclassata poi per diffusione dal portoghese e dallo spagnolo. Ed è a quest'ultima che occorre rivolgere maggiori attenzioni. Si, perchè per quanto la Francia adotti da decenni politiche espansionistiche strumentalizzando la francofonia, ad oggi, risulta ancora lo spagnolo la lingua madre più parlata al mondo (l'inglese è solo la più studiata).

Tra tutte le lingue neolatine, quella che raggiunse la maggiore espansione fu quindi la lingua spagnola. A seguito della bolla di Alessandro VI, che nel 1493 divise il Nuovo Mondo tra spagnoli e portoghesi; il castigliano fu imposto nelle colonie appartenenti alla Spagna, dal Messico alla Terra del Fuoco; Ma anche dopo l'emancipazione degli stati particolari emersi dalle rovine dell'Impero d'America, hanno mantenuto lo spagnolo come lingua nazionale, motivo per cui l'America Latina ha una relativa unità culturale e il dominio della lingua spagnola si estende anche su parte del territorio degli Stati Uniti.

Questo dovrebbe farci riflettere sull'enorme potenzialità geopolitica che hanno gli idiomi figli dei dominatori del Mondo. 

Il fallimento dell'Unione Europea impone inoltre una revisione radicale del progetto europeista e la rifondazione dell'edificio politico europeo e occidentale su nuove basi. La nuova classe politica che sarà chiamata ad affrontare questo compito storico non potrà eludere un problema fondamentale come quello del linguaggio.

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Articolo pubblicato il 03/06/2021